L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 settembre 2021

I governi del CAPITALISMO GLOBALE TOTALIZZANTE quando non riescono a governare con la paura&terrore usano la violenza dell'arresto del carcere

ASIA / Corea del Sud: l’arresto del capo dei sindacati indipendenti e il suo contesto

27 SETTEMBRE 2021

A un grande successo dei lavoratori coreani della sanità fa seguito l’arresto del presidente della maggiore confederazione sindacale indipendente. Il presidente Moon sta chiudendo pessimamente il suo mandato prima delle elezioni della primavera prossima, dopo avere tradito tutte le promesse fatte a suo tempo. Inoltre si dimostra al contempo subalterno agli Usa in campo militare e ipocritamente silenzioso sull’autoritarismo e l’aggressività della Cina.

“Vuoi prima la notizia buona o quella cattiva?” è la domanda classica che si pone quando si tratta di riferire fatti incoraggianti controbilanciati da sviluppi che vanno in senso contrario. In questo aggiornamento su importanti recenti sviluppi che riguardano la Corea del Sud cominciamo dalla notizia buona. I lavoratori della sanità hanno ottenuto a inizio settembre una vittoria di grande rilevanza. Dopo lunghe ed estenuanti trattative rimaste senza esito tra il Sindacato dei lavoratori della sanità (che ha 80.000 aderenti) e le autorità, queste ultime hanno ceduto all’ultimo minuto a ogni richiesta di fronte alla minaccia di avviare uno sciopero generale a oltranza della categoria a partire dal 2 settembre. I lavoratori, da tempo esausti per l’epidemia in corso da un anno e mezzo, hanno ottenuto l’aumento dei bonus per chi è impegnato sul fronte Covid, la costruzione di 4 nuovi ospedali per malattie infettive e l’impegno a redigere un piano dettagliato per la copertura dei pazienti Covid con un’assistenza adeguata, che stabilisca tra le altre cose un rapporto minimo infermieri/pazienti. Si tratta quindi di una vittoria che va al di là del pur importante aspetto retributivo e che comporta vantaggi fondamentali per l’intera popolazione. Un esempio di come nel paese si faccia ancora sentire di tanto in tanto l’eco della grande tradizione di lotte che la classe lavoratrice coreana ha accumulato negli anni della dittatura terminata alla fine degli anni ’80. Inutile dire che questo successo potrebbe costituire un esempio importante per un maggiore controllo dal basso della lotta contro la pandemia anche altrove nel mondo, sebbene al momento sembri difficile un suo replicarsi. La Corea del Sud nel complesso rimane uno dei paesi che ha affrontato meglio la lotta contro il Covid-19, anche se sono stati compiuti alcuni notevoli errori, in particolare il ritardo nell’avviare una campagna di vaccinazione. Il paese è comunque tra i pochissimi a essere riuscito a conciliare numeri molto bassi di contagi rispetto al resto del mondo senza mai imporre misure eccessivamente limitative per la vita sociale. Negli ultimi mesi, con l’arrivo della variante Delta, i casi sono aumentati, ma non hanno mai superato la punta massima dei 2.500 al giorno su una popolazione di 51 milioni. I morti totali dall’inizio della pandemia sono circa 2.400, a un livello infinitamente minore rispetto alla maggior parte del resto del mondo. Le autorità sanitarie, dopo i colpevoli forti ritardi, stanno conducendo bene la campagna vaccinale: quasi il 65% della popolazione è stato vaccinato con una dose e poco meno del 40% ha concluso il ciclo, e la campagna sta continuando a pieno ritmo. Se ne sono visti già gli effetti visto che il tasso dei casi gravi a giugno risultava sceso rispetto alla terza ondata di fine 2020 dal 4.72% al 2,22% e quello dei decessi dal 2,7% allo 0,24%.

Purtroppo però dalla Corea del Sud vengono anche pessime notizie. La mattina dopo la vittoria ottenuta dal sindacato dei lavoratori della sanità, il 2 settembre, centinaia di poliziotti hanno perquisito la sede della KCTU (Confederazione Coreana dei Sindacati), la principale organizzazione sindacale indipendente, arrestandone il presidente, Yang Kyeung-soo. L’accusa nei suoi confronti è quella di avere organizzato il 3 luglio scorso una manifestazione non autorizzata durante la quale non sarebbero state rispettate le norme sul distanziamento. Va osservato che in quella giornata la polizia aveva generato caos creando barricate di autobus per rendere inaccessibile al corteo la piazza che avrebbe dovuto ospitare il comizio finale e istituendo in altri punti decine di posti di blocco. Solo 3 manifestanti sono risultati positivi dopo l’evento, ma non ci sono fatti concreti che colleghino la loro infezione allo stesso. La protesta era stata organizzata per chiedere il congelamento dei licenziamenti durante la pandemia e sussidi diretti per i lavoratori e i piccoli esercenti. Il governo, pur avendo aumentato notevolmente il debito statale per stimolare l’economia, è stato alquanto avaro su questo fronte.

L’arresto di Yang Kyeung-soo

Come spiega Kap Seol in un articolo uscito su Labor Notes, Yang Kyeung-soo è il terzo presidente della KCTU a essere arrestato. Il primo caso era stato nel 2015 quello di Hang Sang-gyun, condannato con motivi pretestuosi e rinchiuso in prigione per tre anni dal regime dell’allora presidentessa di destra Park Geun-hye, poi deposta e incarcerata a sua volta sull’onda di un movimento popolare nel 2017. Il nuovo presidente Moon Jae-in, eletto nello stesso anno con un programma di centrosinistra, aveva promesso il rafforzamento delle politiche sociali e un maggiore ruolo per i sindacati, ma ha poi tradito le proprie promesse. Il secondo caso è quello dell’arresto nel 2019, in seguito a una colluttazione durante una protesta presso il parlamento nazionale, del presidente del KCTU allora in carica, Kim Myeong-hwan, rilasciato poi su cauzione e che è stato successivamente protagonista di un accordo compromissorio con governo e confindustria locale sulla collaborazione del sindacato per la flessibilità degli orari di lavoro in cambio del mantenimento dei posti di lavoro. Il terzo caso è quello già citato sopra di Yang, che era stato eletto al posto di Kim nel dicembre 2020 sulla base di un programma più radicale che prevedeva l’impegno a preparare uno sciopero generale per l’autunno 2021. Ha rispettato l’impegno e lo sciopero è da tempo previsto per il 20 ottobre. Yang, 45 anni, fa parte della nuova generazione di attivisti sindacali che ha ricevuto impulso dal movimento democratico di massa che nel 2017 ha sconfitto la presidentessa Park, sulla cui scia la KCTU ha superato il milione di aderenti. Yang è diventato leader del sindacato dei lavoratori a tempo determinato della Kia Motors nel 2012 ed è il primo lavoratore a tempo determinato eletto alla guida della confederazione KCTU. Il 15 settembre le autorità giudiziare gli hanno negato la libertà su cauzione. Intanto la KCTU ha confermato lo sciopero generale del 20 ottobre.

La perquisizione della sede centrale della maggiore e più attiva confederazione sindacale indipendente è un atto gravissimo e del tutto sproporzionato rispetto alle accuse, che tra l’altro appaiono pretestuose. Nemmeno leggendo questi eventi sullo sfondo del contesto politico complessivo si riesce a capire che utilità ne tragga la presidenza di Moon Jae-in. La Corea del Sud è ormai vicina alle elezioni presidenziali, che si terranno nella prossima primavera, e la legge non prevede la possibilità di un secondo mandato per il presidente uscente. Moon sta arrivando all’appuntamento con un rating meritatamente bassissimo, ponendo così un’ipoteca sull’elezione di un presidente del suo Partito Democratico di centro-sinistra. Dopo una buona partenza nel 2017, ha tradito nel tempo praticamente tutte le promesse fatte quando era stato eletto sull’onda della grande mobilitazione popolare: nessun reale miglioramento delle condizioni dei lavoratori, in particolare dei giovani e dei precari che lo avevano appoggiato, nessun reale miglioramento dei diritti delle donne, oggetto di una pesante oppressione nel paese, nessun passo sostanziale verso uno smembramento dei chaebol, i grandi gruppi aziendali monopolisti a controllo familiare eredi della dittatura, prezzi degli immobili alle stelle e inacessibili per il ceto medio o basso, livello della povertà tra gli anziani tra i più altri nel mondo industrializzato, nessun reale progresso nei rapporti con la Corea del Nord, dopo avere compiuto inizialmente un buon lavoro per aprire la strada a negoziati tra Washington e Pyongyang. Colpire i sindacati adesso vuol dire alienarsi ulteriormente una parte non trascurabile dei propri simpatizzanti e inasprire il conflitto sociale, a tutto vantaggio della destra del PPP, il Partito del Potere Popolare. Quest’ultimo sta rialzando la testa, dopo avere ringiovanito la propria dirigenza nella speranza di attirare a sé le nuove generazioni che avevano sostenuto Moon, e i sondaggi per ora gli stanno dando ragione. Tra le altre cose, la destra alimenta con successo una campagna antifemminista, chiedendo l’abolizione del Ministero della parità di genere e il leader del PPP, il 36-enne Lee Jun-seok, detto da alcuni il “Donald Trump coreano”, si oppone con vigore alle quote riservate alle donne e attacca il “femminismo radicale”. Questo clima di antifemminismo dà impulso ai gruppi per “i diritti degli uomini” che conducono campagne denigratorie contro le donne, come quella assurda contro An San, giovane atleta che ha conquistato tre medaglie d’oro alle Olimpiadi di Tokyo e che i maschilisti aderenti all’iniziativa accusano della “colpa” di portare i capelli corti, motivo per il quale secondo loro dovrebbe restituire le medaglie e chiedere scusa (il canale Youtube di questa campagna ha ben 300.000 sottoscrizioni). L’unico esponente del Partito Democratico che sembra avere chance di ottenere un successo è Lee Jae-myung, governatore della provincia di Gyeonggi, un populista di sinistra che viene a sua volta chiamato il “Bernie Sanders coreano” e che se da una parte è favorevole all’adozione del reddito minimo garantito, dall’altra ha disposto nella sua provincia una campagna di tamponi per i soli stranieri dal sapore razzista. Lee tra l’altro non spiega chi pagherà il costo delle riforme che auspica e se ne deduce che la sua intenzione sia quella di aumentare ulteriormente il debito, come già sta facendo Moon, in un paese già fortemente in bolla finanziaria.

Dietro a tutto questo c’è un preccupante contesto che riguarda la Corea del Nord e la politica internazionale/militare. E’ sempre meno chiaro cosa stia accadendo a Pyongyang, al di là delle foto che testimoniano il forte dimagrimento dell’obeso Kim Jong-un. Molte testimonianze e sviluppi, dalla mobilitazione dei soldati e degli alunni ragazzini per il lavoro nell’industria e nell’agricoltura, fino agli enormi sbalzi del cambio tra la moneta nazionale e yuan/dollari, parlano di una situazione drammatica, forse addirittura di fame nelle zone rurali, ma è impossibile effettuare verifiche che portino a certezze. Negli ultimi giorni, dopo una pausa di mezzo anno circa, la Corea del Nord ha ripreso i lanci di missili, tutti a media gittata, e uno di essi pare in grado di colpire il Giappone senza essere intercettato e, forse, di trasportare cariche nucleari, un nuovo salto di qualità. Da parte sua, la Corea del Sud sta realizzando, come praticamente tutti i paesi dell’area, un programma di incremento e modernizzazione dei propri sistemi missilistici. Sempre negli ultimi giorni, Seul ha effettuato il primo lancio di un missile balistico da un sottomarino ed è la prima potenza non nucleare a farlo, un altro salto di qualità che rende sempre più a rischio la regione. Il governo sud-coreano ha inoltre contemporaneamente annunciato di avere sviluppato un nuovo missile aria-suolo e un missile balistico in grado di annientare gli armamenti che Pyongyang colloca in posizione sotterranea. “Le Monde” osserva come il fatto che le due Coree abbiano tenuto lanci di missili balistici nello stesso giorno sia senza precedenti e un indice del livello dell’escalation nella corsa agli armamenti nell’Asia Orientale. Se considerati alla luce dell’annuncio, avvenuto nei giorni successivi, della creazione di un’alleanza militare triangolare Usa-Regno Unito-Australia in funzione anti-Cina e incentrata per ora sulla fornitura di sottomarini nucleari a Canberra, nonché alla luce dei contemporanei reiterati voli di ingenti forze aeree cinesi nello spazio di sorveglianza di Taiwan, gli sviluppi nella penisola coreana destano un allarme ancora maggiore. Con la creazione dei nuovi missili Seul punta, oltre ad aumentare la propria influenza nell’area, a ottenere dagli Usa, che per anni le avevano vietato di sviluppare tali armamenti facendo poi marcia indietro recentemente, il diritto di mantenere il comando delle proprie forze armate in caso di guerra, contrariamente a quanto prevede un accordo in vigore con Washington. A parte questa macroscopica eccezione, Moon ha cercato di mantenere una certa equidistanza nell’ambito delle tensioni tra Pechino e Washington, smarcandosi da Tokyo che si è invece schierata a fianco degli Usa ed è anch’essa impegnata nel rinnovare le proprie forze armate (ma il Giappone, dopo l’interregno che ha fatto seguito alle dimissioni di Shinzo Abe un anno fa, andrà a nuove elezioni a inizio novembre e bisogna ancora vedere che linea seguirà un nuovo governo stabile). Tuttavia, questa equidistanza non è poi così positiva come potrebbe sembrare a un primo sguardo superficiale. Da una parte, infatti, Moon rimane subalterno agli Usa in contesti fondamentali come quello dell’escalation militare qui sopra descritta o quello delle relazioni con la Corea del Nord, nel quale non osa nemmeno abbozzare iniziative autonome da Washington. Dall’altra, la sua moderazione nei confronti della Cina appare dettata essenzialmente dalla difesa degli interessi del capitale coreano (i già citati chaebol), ampiamente interconnesso con la Cina, e quindi non è ispirata da una politica di pace coerente. Non a caso Moon e il suo partito evitano accuratamente ogni accenno all’ultra-autoritarismo di Pechino e alla sua aggressività (i vertici di Seul non hanno per esempio mai nemmeno una volta accennato ai casi dello Xinjiang o di Hong Kong), che sono senz’altro tra le principali minacce per la pace nella regione. Così facendo, tra l’altro, Moon va di nuovo contro l’ostilità diffusa e in crescita dei coreani, e soprattutto dei giovani, nei confronti del regime di Xi Jinping, dovuta proprio al suo autoritarismo e alla sua invasività.

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