L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 settembre 2021

Il Partito comunista cinese mette le catene al Capitalismo Globalizzato Totalizzante

La Cina è il nuovo compratore globale di ultima istanza

30 agosto 2021

L’articolo di un acuto osservatore come Guido Salerno Aletta su Milano Finanza che ci parla della ‘nuova’ Cina di Xi Jinping arriva come una boccata d’aria fresca mentre siamo asfissiata dalla sempre più forte propaganda di guerra del mainstream contro Pechino.

Guido Salerno Aletta evidenzia la svolta a sinistra della Cina di Xi, che continua a costruire il socialismo con caratteristiche cinesi, puntando sul pubblico, con un’economia che resta fondamentalmente centralizzata e guidata dallo Stato, diretta agli investimenti produttivi e non alla finanziarizzazione dell’economia che ha devastato i paesi occidentali a cui la pandemia ha portato il colpo di grazia.

Questo ha permesso alla Cina di crescere a ritmi strabilianti, a riprendersi immediatamente dopo il colpo Covid mentre le economie occidentali annaspano ancora, di sconfiggere la povertà estrema eradicata dal paese. Tutti concetti espressi anche dal nostro Pasquale Cicalese nel suo libro ‘Piano contro Mercato’.

* * * *

La politica cinese sta virando decisamente a sinistra.

Il liberismo guidato politicamente, il “socialismo con caratteristiche cinesi” che l’ha caratterizzata per oltre un trentennio, da quando Deng Xiaoping aveva accettato un processo di crescita in cui qualcuno potesse arricchirsi prima degli altri, viene sempre più ricondotto verso obiettivi di sviluppo in cui il benessere economico deve essere sostenibile dal punto di vista ambientale, demografico e finanziario.

La crisi americana del 2008, con il crollo del commercio internazionale che aveva prodotto, aveva già indotto la prima grande mutazione, spostando il vettore della crescita cinese dalle esportazioni al mercato interno e individuando una serie di obiettivi strategici a lungo termine, di indipendenza tecnologica, che spostavano verso l’alto la posizione della Cina nella divisione internazionale del lavoro.

Il duplice mutamento di allora, verso l’interno e verso l’alto, non aveva intaccato ma anzi enfatizzato la dinamica in termini quantitativi, con la crescita del ceto di persone molto ricche da una parte di una fascia di milioni di famiglie benestanti, tutte assai attente dal punto di vista dei valori e dei consumi a ripetere i paradigmi occidentali.

Parallelamente si erano andati sviluppando modelli di investimento di tipo speculativo, sia nel settore immobiliare che in quello degli asset di borsa, mentre l’economia reale continuava ad ampliare le dimensioni dell’industria di base e pesante, con un aumento del fabbisogno energetico, senza ridurne l’intensità rispetto al pil e quindi con consumi crescenti di carbone e delle emissioni di C02.

Ancora oggi, nonostante ne sia stato traguardato al 2060 l’obiettivo della parità, la Cina non ha ancora raggiunto il picco di crescita delle emissioni.

Sempre in termini prospettici, per quanto riguarda il fattore demografico, sono state assunte decisioni importanti a favore della natalità per evitare che si concretizzasse la triste profezia secondo cui la Cina sarebbe diventata un Paese vecchio prima di essere riuscito a diventare ricco.

Gli interventi politici di questi ultimi est, addirittura eclatanti nel caso del blocco dell’ipo della Ant di Jack Ma, indicano la volontà di evitare che le istituzioni finanziarie tradizionali debbano subire l’ingresso di nuovi concorrenti spregiudicati, in aggiunta al già radicato fenomeno dello shadow banking.

Il settore finanziario è stato messo sotto attenta osservazione, non solo per evitare i ripetersi delle speculazioni di borsa già determinate dal delisting di imprese cinesi quotate negli Usa per beneficiare di un mercato interno assai liquido, ma anche per cercare di anticipare quello sgonfiamento della bolla det valori azionari con cui prima o poi dovrà confrontarsi anche la Federal Reserve.

Ancora, il lancio ufficiale dello yuan digitale è stato un altro segnale preciso, che ha avuto il duplice scopo di avviare la sperimentazione di una valuta capace dì aggiungersi in prospettiva alle transazioni commerciali internazionali ora monopolizzate dal dollaro e di tagliare l’erba alla crescita incontrollata delle criptovaute.

In questi ultimi mesi si è visto un rallentamento anche del credito e delle aste di terreni edificabili, che ha avuto come conseguenza un andamento riflessivo della dinamica del settore delle costruzioni e delle attività produttive connesse, in particolare del ferro, e dei valori immobiliari: «Le case si costruiscono solo per abitarle», è lo slogan del momento, che indica la volontà di stroncare sul nascere ogni fenomeno speculativo.

Il colpo di freno va dato assai prima che il settore inizi a sbandare. La «prosperità condivisa» è divenuto il nuovo obiettivo unificante delle misure di indirizzo e controllo dell’economia cinese per evitare che i modelli di mercato e di competizione economica che ne derivano siano confliggenti con gli obiettivi di coesione sociale.

C’è stato ad esempio un intervento deciso per ridimensionare il settore dell’istruzione privata, che si è sviluppato per la preparazione dei giovani che si accingono a sostenere l’esame di Stato per accedere alle università e, in relazione al punteggio acquisito, ai migliori atenei.

Mentre questo settore dovrà trasformarsi in organizzazioni no-profit, il settore pubblico ha deciso di finanziare in modo assai ampio il sostegno scolare: si cerca di ridurre così l’elevato e crescente costo di mantenimento dei figli cui vanno incontro le famiglie, che disincentiva la politica a favore della natalità che pure è stata intrapresa.

Il sostegno pubblico a favore delle famiglie con prole rischiava infatti di essere più che compensato dall’aumento dei costi per l’istruzione privata.

La stretta sulla privacy, che parimenti viene condotta, ha l’obiettivo di contrastare l’acquisizione e l’uso incontrollato della straordinaria mole di dati acquisibili attraverso le piattaforme digitali e che l’intelligenza artificiale consente di elaborare: la limitazione che viene imposta, subordinando l’acquisizione dei dati biometrici, finanziari e di localizzazione all’espresso consenso dell’utente, e il divieto di vendita nell’ambito di sessioni in streaming di una serie di prodotti, quali medicine, dispositivi-spia o congegni che consentono di barare ai test, serve a evitare le distorsioni sociali e politiche che derivano dallo straordinario successo di cui è protagonista l’industria cinese operante in questi settori.

Infine, c’è una particolare attenzione al tema della concentrazione della ricchezza e delle disuguaglianze: «chi ha di più» è stato esortato a «dare di più a chi a di meno».

Non sono state necessarie altre parole per assistere anche in Europa a una brusca caduta del valore dei titoli legati all’industria del lusso. Se fino al 2008 era la Cina che guardava con apprensione all’andamento dei mercati esteri, sbocco principale delle sue produzioni, ormai è il mercato interno cinese a fare da driver alle esportazioni mondiali, dai prodotti agricoli alle materie prime ai prodotti di alta gamma.

Si accinge a diventare il vero compratore globale di ultima istanza, surclassando definitivamente gli Usa.

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