L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 settembre 2021

La conferma ulteriore che chi sta a Bruxelles sono degli euroimbecilli impenitenti e servi di Washington che cascano dal pero quando la Russia alza i sopraccigli e si meravigliano di quello che produce questo gesto. Trattando Mosca per anni e ancora con le ultime elezioni come se fosse un paria pensando che questa non avesse mai avuto delle reazioni e avrebbe accettato le peggio umiliazioni. E semplicemente attestandosi sulla linea gli affari sono affari mette Euroimbecilandia tutta di fronte alle sue responsabilità

SPY FINANZA/ Il suicidio dell’Ue sul gas (solo) per fare un piacere agli Usa

Pubblicazione: 23.09.2021 - Mauro Bottarelli

Appare inspiegabile lo scontro frontale che l’Ue ha deciso di aprire proprio ora, alla vigilia dell’inverno, contro Gazprom e quindi la Russia

Gasdotto, LaPresse

A Bruxelles possiamo contare su una quarantina di potenziali premi Nobel e non lo sapevamo. Come non riconoscere, infatti, il genio che alberga in chi decide proprio ora – alla vigilia dell’autunno, con le bollette energetiche già alle stelle, Nord Stream 2 appena completato e pronto all’operatività dal 1 ottobre e le riserve di gas europee sotto la media a 5 anni, come mostra il grafico – di aprire un bello scontro frontale con Gazprom (e, quindi, con il Cremlino)?


Veramente da applausi. Il tutto, poi, basandosi sulla denuncia di un ex ministro dell’Energia russo, tramutatosi in strenuo oppositore di Vladimir Putin una volta perso il potere. L’accusa? Il gigante energetico utilizza il gas come arma di ricatto verso l’Europa? Ma va? Davvero? E cosa dovrebbe fare, lasciare campo libero ai vari Donald Tusk di turno, i quali non più tardi dello scorso aprile chiedevano ancora lo stop definitivo di Nord Stream 2, quando mancavano otto mesi al completamento dell’infrastruttura e dopo quasi un anno di stop a causa dei forfait di aziende spaventate dalle sanzioni del Dipartimento di Stato Usa?

Chi segue i miei articoli, è conscio di questa dinamica da tempo. Almeno da agosto. E questo grafico relativo ai flussi di gas russo verso l’hub tedesco di Mallnow parla chiaro: Gazprom ha chiuso i rubinetti. E lo ha fatto in piena estate, però. Quando, al netto di una bolletta settembrina da brividi, il freddo è ancora lontano e l’attività produttiva delle aziende comunque ridotta. Un chiaro segnale, in vista della fine dei lavori e del via libera a Nord Stream 2, arrivato ufficialmente il 10 settembre. Tutto pronto. E confermato dalla stessa Gazprom attraverso il presidente del Consiglio di amministrazione, Alexey Miller.


Stando ai calcoli, infatti, 5,6 miliardi di metri cubi di gas possono essere forniti attraverso il nuovo gasdotto che unisce Russia e Germania via Bielorussia (e bypassando l’Ucraina, tanto cara agli Usa) già nel 2021. Bloomberg, citando fonti vicine alle parti, riferiva che Gazprom prevede di iniziare a fornire gas attraverso la prima stringa del Nord Stream 2 già dal 1 ottobre e attraverso entrambe entro il 1 dicembre. Una benedizione, almeno stando alla previsione di aumento del costo energetico in bolletta già avanzata dal ministro Cingolani. Ma cosa accadde quello stesso giorno? L’inviato del Dipartimento di Stato Usa per le questioni energetiche, Amos Hochstein, si trovava in Polonia: guarda caso, la nazione europea più anti-russa di tutte, per ovvie ragioni storiche. E sentì l’irrefrenabile bisogno di alzare l’asticella dei toni: «L’Europa non sta facendo abbastanza per prepararsi a fronteggiare una potenziale crisi del gas questo inverno, specialmente alla luce del fatto che le forniture di LNG statunitense non possono essere aumentate ulteriormente», la sua tesi. Quantomeno bizzarra da avanzare, almeno nel giorno in cui il tuo competitor in quel campo ha appena dato via libera potenziale alla sua mega-fornitura verso l’Europa, qualcosa come 55 miliardi di metri cubi l’anno a pieno regime. Insomma, una minaccia bella e buona. Tutta politica. Un segnale.

Guarda caso, i 40 premi Nobel dell’Europarlamento a distanza di una decina di giorni scoprono che Gazprom gioca con i rubinetti del gas per costringere l’Europa a prendere finalmente una posizione. E mantenerla. Strano, vero? Ma non basta. Perché la strategia americana è subdola ma potenzialmente efficace e ben studiata. Domenica, infatti, la Germania va al voto. E nonostante sia proprio un ex Cancelliere tedesco l’uomo che ha portato Gazprom all’attuale standing internazionale, gli Usa puntano tutto su un ridimensionamento della Cdu e un’affermazione di Spd e Verdi. La ragione? Utilizzare la solita arma delle violazioni dello stato di diritto in Russia come base per la creazione dell’incidente controllato, la potenziale false flag.

Per ottenere il via libera a Nord Stream 2 da parte di Joe Biden, infatti, lo scorso luglio Angela Merkel accettò due condizioni poste dall’amico americano: primo, tutelare gli introiti dell’Ucraina, la quale rischia di perdere fino a 3 miliardi di dollari l’anno in diritti di transito del gas. Secondo, l’accettazione – pur non formale e scritta, come fecero notare i membri dello staff della Cancelliera, cercando di ridimensionare la spada di Damocle in realtà subìta – di una cosiddetta clausola kill switch, in base alla quale Berlino sospenderebbe i flussi di gas qualora la Russia metta in atto iniziative aggressive nei confronti dei suoi vicini o alleati occidentali. Insomma, in caso dovesse casualmente saltare fuori un altro attacco hacker contro infrastrutture sensibili Ue o le questioni legate a Ucraina, Bielorussia o caso Navalny dovessero conoscere un peggioramento, Washington potrebbe ricordare alla Germania il proprio impegno. E una Berlino senza più Angela Merkel, potrebbe abbassare il capo. Lasciandoci potenzialmente al freddo. In pieno inverno, magari.

Perché signori, vi pare altresì un caso che proprio l’altro giorno la Corte europea per i Diritti dell’uomo di Strasburgo abbia sentenziato la responsabilità diretta della Russia nell’avvelenamento mortale di Aleksandr Litvinenko e in quello dell’altra ex spia del Kgb, Sergej Skripal, salvatosi miracolosamente? Oltretutto, avvenuti entrambi su territorio britannico, altra nazione che – in quanto ad atteggiamento pregiudizialmente anti-russo – regala enormi soddisfazioni a Washington. Oggi, poi, fresca di accordo trilaterale con l’Australia per contrastare la Cina (auguroni e preparate parecchie bodybags, in caso vi salti in testa qualche alzata d’ingegno stile Falklands su Taiwan), chissà quale stato di eccitazione anti-comunista pervade Downing Street. E per una ragione molto chiara e di stringente interesse interno, come mostra questo grafico: con il prezzo della bolletta al record assoluto per il cittadino britannico e molti piccoli fornitori che dal 21 settembre hanno smesso di accettare nuovi clienti, il buon Boris Johnson necessita di un capro espiatorio come dell’aria che respira. Et voilà, i russi cattivi che oltre ad avvelenare la gente, la fanno anche dissanguare con il prezzo dell’energia e magari morire di freddo, come ai tempi dei confinamenti in Siberia.


Insomma, ironia a parte, le urne tedesche di domenica ci diranno molto riguardo un settore di vitale importanza per l’economia e la stabilità sociale dell’Europa, quello energetico. Cosa vogliono i 40 premi Nobel di Bruxelles, importare LNG dagli Stati Uniti, stante i prezzi alle stelle del trasporto via container e i colli di bottiglia nella supply chain via mare? Bella idea, ci scalderemo con i caloriferi a maggio. Questo grafico parla chiaro: la banda in rosa rappresenta il flusso di gas che arriva oggi in Europa dalla Russia attraverso l’hub tedesco di Mallnow. Come vedete si esaurisce nel 2021 e subentra la banda di color violetto: quello è Nord Stream 2. Vi pare il caso di fare la guerra a Gazprom, quando tutto ciò che chiede quest’ultima è un impegno chiaro e definitivo, a fronte di un impegno già comunicato a operare tramite il primo corridoio dal 1 ottobre?


A volte, viene davvero da chiedersi quale sia la ragione reale (sicuramente di natura ideale, non pensate subito male come fa il sottoscritto) di certe geniali folgorazioni sulla via di Damasco. Anzi, di Washington.

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