L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 30 settembre 2021

La Russia vorrebbe vendere il gas all’Europa, ma non può più accettare i dollari o gli euro perché in uno scenario di tensioni crescenti e sanzioni non saprebbe come usarli; e non potrebbe “fidarsi” della Fed

GEO-FINANZA/ La guerra commerciale che mette Europa e mercati con le spalle al muro

Pubblicazione: 29.09.2021 - Paolo Annoni

La guerra commerciale in atto che coinvolge importanti materie prime porta a spinte inflattive che possono mettere seriamente in pericolo l’Europa

(Lapresse)

Ieri i mercati hanno dato alcuni segnali importanti: il prezzo del petrolio è salito ai massimi degli ultimi tre anni prima di ritracciare e i prezzi del gas europei hanno toccato nuovi massimi, i rendimenti dei titoli di stato europei sono saliti in modo visibile e i listini hanno chiuso la giornata negativamente. Ieri pomeriggio, Christine Lagarde, Presidente della Bce, ha dichiarato che “la sfida chiave è assicurare che non reagiamo eccessivamente a shock sull’offerta transitori che non hanno conseguenze nel medio termine”. I principali organi di informazione finanziaria nel frattempo ci avvisano che gli sforzi del Governo cinese per ridurre i consumi di energia stanno portando a blackout diffusi e a un rallentamento dell’attività manifatturiera con ulteriori tensioni sulle catene di fornitura globale.

Partiamo dall’incremento del prezzo del gas in Europa e da quello del petrolio e proviamo a leggerlo con gli occhiali della guerra commerciale in atto. Un intero blocco economico e politico, quello russo-cinese con gli immediati alleati, non può e non vuole più commerciare in dollari con il blocco rivale. La Russia vorrebbe vendere il gas all’Europa, ma non può più accettare i dollari o gli euro perché in uno scenario di tensioni crescenti e sanzioni non saprebbe come usarli; e non potrebbe “fidarsi” della Fed. La Cina è un grande compratore di gas naturale e petrolio, e di altre materie prime, che si comprano in dollari; il problema in questo caso è che i dollari che vengono stampati e che sono stati stampati per stimolare l’economia “insistono” su un numero di beni di molto inferiore perché la Cina si tira fuori dal gioco e gli Stati Uniti impongono dazi sulle importazioni cinesi. Il rapporto tra dollari e beni comprabili con i dollari in uno scenario di scontri commerciali sale e con esso i prezzi.

Gli sforzi del Governo cinese per limitare i consumi energetici sono comprensibili solo assumendo la guerra commerciale in atto. La Cina limita l’acquisto di beni in dollari, petrolio, gas e altre materie prime, e taglia le esportazioni per mettere in equilibrio l’equazione. I prezzi quindi salgono, le catene di fornitura globali si fermano e il risultato, sulla disponibilità di beni, è un’altra spinta inflattiva. Il fenomeno è solo iniziato perché gli sforzi del Governo cinese e i blackout che impediscono alle aziende cinesi di consegnare ai fornitori stanno imprimendo un altro giro di vite.

Di fronte a quello che si prospetta le banche centrali saranno sotto pressione. Chi è più fragile strutturalmente, perché per esempio importa materie prime vitali per l’industria, o ha più debito subirà le pressioni maggiori. In questo senso l’Europa che ha all’interno Paesi molto indebitati e che non ha né gas, né petrolio è un soggetto fragile. È per questo che dalla Bce arrivano le dichiarazioni, sinistre, di ieri; alzare i tassi in Europa per contenere l’ondata inflattiva avrebbe conseguenze complicate in un sistema fragile e disomogeneo.

Il quadro però rimane; la ristrutturazione delle catene di fornitura globale in conseguenza della “guerra commerciale” non è un fattore transitorio a meno di giocare con il significato di questa parola. Per limitare le conseguenze si dovrebbe favorire l’industria lasciandola libera e creando le condizioni perché prosperi; serve, ovviamente, disponibilità di energia economica e programmabile. L’inflazione a questo punto non è evitabile e combatterla solo con i tassi e con strumenti di soppressione della domanda ha conseguenze politiche e sociali imprevedibili. Sarebbe meglio creare le condizioni per rilanciare la manifattura europea e anche italiana. Il fatto che questa opzione sia nei fatti fuori dal dibattito ci rende perplessi.

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