L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 settembre 2021

Non diciamolo a Draghi, lo stregone maledetto, quello che ci ha propinato il salvifico Passaporto dei vaccini sperimentali. Ti vaccini e vai in lockdown, ti vaccini e ti ammali ma solo un pochino, ti vaccini e ti infetti e infetti , ti vaccini ma dopo qualche mese diventa acqua di rosa. Draghi ma che combini? Lo sai che se obblighi a vaccinarsi non c'è più bisogno di firmare un bel niente e Ti/Vi assumete tutte le responsabilità civili e penali dei Tuoi/Vostri atti? Prima o dopo dovrai uscire dalla tua torre d'avorio o pensi di rimanerci per sempre?

Boom di contagi da Covid in Israele, autunno in lockdown per l’Europa?

I dati sul Covid in Israele sono pessimi, malgrado il paese sia tra i più vaccinati al mondo. Cerchiamo di capire cosa ci attenda.

di Giuseppe Timpone , pubblicato il 03 Settembre 2021 alle ore 10:43


Israele è stato un esempio mondiale di efficienza per la campagna vaccinale contro la pandemia. Già agli inizi di marzo, nel paese erano state somministrate dosi per il 100% della popolazione. Un risultato che l’Europa ha raggiunto solamente nelle ultime settimane. Per questo, il boom dei contagi da Covid è guardato con estrema attenzione e timore. I dati ci dicono che a inizio settembre, i nuovi casi giornalieri in Israele sono saliti ai massimi di sempre, superando quota 16.600. Moltissimi per una popolazione di 9,4 milioni di abitanti. Pensate che a inizio giugno, erano scesi a una media di poco più di una decina. Per quanto sopra accennato, Israele è guardato un po’ come se anticipasse di qualche mese il futuro di cosa attenderebbe anche il Vecchio Continente.

Fa specie che il boom dei contagi sia arrivato con una campagna di vaccinazione così avanzata. Rischiamo per caso di tornare in “lockdown” nell’autunno che sta per arrivare? Prima di cercare una risposta, dobbiamo premettere che Israele oggi non sia più avanti all’Europa in termini di persone completamente vaccinate. Queste sono circa il 63% della popolazione, solamente qualche punto percentuale in più dei dati europei. L’Italia è già salita al 60,7%, tanto per fare un confronto.

In effetti, dalla primavera scorsa i ritmi della campagna vaccinale in Israele sono di molto rallentati. Anzitutto, perché oltre una certa soglia, risulta molto più difficile convincere la popolazione residua a vaccinarsi. Stiamo assistendo alla stessa situazione in tutta Europa. Il traguardo del 60% segna quasi una soglia di resistenza, toccata la quale le somministrazioni procedono molto più a rilento. Del resto, con le dosi ormai disponibili da mesi a sufficienza, chi fosse convinto di vaccinarsi, grosso modo lo avrebbe fatto.

Contagi Covid, i problemi comuni a Israele

Detto questo, Israele pone due problemi. Il boom dei contagi sarebbe alimentato dalla variante Delta, ormai diventata preponderante un po’ ovunque in Occidente. Per fortuna, proprio gli alti tassi di vaccinazione nel paese stanno impedendo una recrudescenza anche dei decessi. Questi sono contenuti a una media di 25 al giorno, pur in drastico rialzo dallo zero centrato a fine giugno. Dunque, la variante Delta si mostra molto più contagiosa, ma grazie al fatto che la maggior parte delle persone sia vaccinata, in pochi starebbero accusando effetti gravi. A febbraio, all’apice della terza ondata, i morti da Covid in Israele superarono la soglia giornaliera di 60.

C’è un altro problema, però: il caso israeliano suggerisce che l’efficacia del vaccino si riduce a distanza di mesi. Considerato che il grosso delle vaccinazioni nel paese sia stato completato entro marzo, dopo sei mesi già il siero inizierebbe a difendere molto meno il sistema immunitario contro il Covid. Non a caso Gerusalemme ha iniziato a somministrare la terza dose, un ulteriore richiamo per irrobustire l’immunità almeno tra le fasce più a rischio della popolazione.

Tuttavia, esiste una differenza rilevante con l’Europa. Israele ha puntato tutto su Pfizer, mentre da noi i sieri utilizzati sono stati molteplici. E molti richiami sono stati effettuati già con la cosiddetta “eterologa”, cioè con un siero diverso dal primo. Secondo gli studi, emergerebbe che questo mix garantirebbe un’immunizzazione più forte contro il virus. Per il momento, Israele non sta adottando alcun ritorno alle vecchie restrizioni. Ma qui il fattore sarebbe forse più politico: il nuovo premier Naftali Bennett è contrario ai “lockdown” imposti dal predecessore Benjamin Netanyahu. Resta da vedere se questa opposizione verrà meno nel caso di ulteriore risalita dei contagi.

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