L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 settembre 2021

Scelte veloci non dettate dai padroni impossibili per Euroimbecilandia

La Cina starebbe per svalutare lo yuan. Per questo la Merkel chiede di fare presto

27 Settembre 2021 - 20:30

Se 3 indizi fanno una prova, eccoli. Pechino ha fissato il tasso di riferimento e iniettato 100 miliardi in repo a 14 giorni, mentre il rimbalzo immediato delle criptovalute svela la mossa diversiva


Serve un governo rapidamente. E’ questo l’appello di Angela Merkel a tutti i protagonisti della tornata elettorale tedesca, destinata - alla luce dei risultati - a un lungo processo negoziale per la formazione di una possibile coalizione di governo. E la Cancelleria non ha parlato unicamente in punta di ritualità o senso di responsabilità: occorre fare presto davvero.

Il perché lo mostra questo grafico,

Correlazione fra indice Pmi cinese e indice Ifo tedesco Fonte: Nordea/Macrobond

dal quale si evince come le serie storiche stiano preannunciando un tonfo dell’indice Ifo nel quarto trimestre, dopo le avvisaglie delle ultime due letture. Altro che Evergrande, la questione è il rallentamento cinese, reso ancora più grave dalla contemporaneità con l’aggravamento della situazione globale sulla supply chain, come mostra questo altro grafico.

Indicatore dello stress sulla supply chain Usa per settori Fonte: Bloomberg/Oxford Economics

E, soprattutto, l’arma che Pechino starebbe valutando per mettere l’overdrive all’impulso creditizio: una svalutazione tout court dello yuan.

E in tal senso, ci sono almeno tre indizi che sembrano inappellabili. Primo, come mostra questo grafico,

Andamento di Bitcoin ed Ethereum dopo il bando cinese sulle transazioni Fonte: Bloomberg

le criptovalute hanno immediatamente rimbalzato dalle perdite patite proprio dopo l’annuncio della Cina di bando sulle transazioni. Tradotto, quell’annuncio è un proxy di altro. Appunto, indebolire lo yuan per rinvigorire l’economia. Secondo, proprio oggi la Pboc ha comunicato di aver fissato il tasso di riferimento della valuta a 6,4695 sul dollaro. Terzo, sempre stamattina, la Banca centrale cinese ha ulteriormente caricato il bazooka della fornitura di liquidità, dopo i 71 miliardi di dollari iniettati la scorsa settimana come mossa precauzionale rispetto alla scadenza sui coupon di Evergrande. Di colpo, 100 miliardi di yuan in open market operation. Per l’esattezza, reverse repo a 14 giorni a un tasso del 2,35%.

La ragione? Mantenere stabile la liquidità in vista della fine del trimestre. La quale coincide anche con un settimana di festività per la Cina, a inizio ottobre. Pechino è pronta a una guerra valutaria che questa volta la veda da un lato obbligata ad agire e, dall’altro, paradossalmente applaudita dagli altri competitor mondiali, consci che quanto si rischia di perdere con l’export sarà recuperato con il traino di un impulso creditizio cinese che, raggiunto il bottom a fine agosto, ora potrebbe ripartire letteralmente con il botto?

Angela Merkel è perfettamente consapevole del fatto che i prossimi tre mesi rischiano di essere durissimi per l’economia tedesca. Una condizione che necessita di un governo e forte e nel pieno della sua funzione per essere governata: salvo miracoli, difficilmente lo sarà. Quantomeno, stando alle dichiarazioni di tutti i protagonisti, lesti nel fissare come orizzonte temporale per un Bundestag operativo il prossimo Natale. Tardi. Troppo tardi. Angela Merkel opererà da dietro le quinte, garantendo una supplenze invisibile, mentre si tengono le consultazioni? Sarebbe decisamente irrituale. Non fosse altro perché il suo ministro delle Finanze è in predicato per succederle.

Ma la Mutti teme anche altro. Conscia dei malumori scatenati nell’amministrazione Usa e nei suoi referenti in sede Ue per l’accelerazione nella firma del memorandum Unione Europa-Cina del dicembre 2020, sul filo di lana della sua presidenza di turno. E domani, 28 settembre, a Bruxelles il capo della diplomazia europea, Josef Borrell, incontrerà il suo omologo di Pechino, Wang Yi, in un vertice bilaterale tra funzionari di massimo livello. E i bene informati fanno trapelare come il capo della politica estera Ue intenda mantenere una posizione molto ferma su due questione dirimenti per la Cina nel rapporto con i propri interlocutori, i diritti umani e soprattutto la questione riguardante lo status di Taiwan.

Nelle ultime settimane, infatti, è esploso un piccolo caso diplomatico, quando la Lituania ha deciso di aprire un proprio ufficio di rappresentanza a Taipei, ottenendo immediata reciprocità per l’inaugurazione di una sede diplomatica taiwanese a Vilnius. Di fatto, il prodromo di un riconoscimento dell’indipendenza dell’Isola e la sconfessione della politica di One China. Esattamente quanto messo in campo dall’ex capo del Dipartimento di Stato, Mike Pompeo, prima di abbandonare l’ufficio. E mai sconfessato dal suo successore, Antony Blinken. Il tutto, poi, alla vigilia del meeting inaugurale del nuovo US-EU Trade and Technology Council (TTC) a Pittsburgh, atteso per il giorno seguente, 29 settembre.

Angela Merkel teme un netto e traumatico riallineamento atlantico dell’Ue sulla questione cinese, ora che la sua uscita di scena è divenuta ufficiale. Un qualcosa che potrebbe costare molto caro all’Europa e alla Germania in testa, se davvero Pechino avesse in mente una svalutazione e cercasse alleati per concordare una strategia di più ampio respiro. Occorre fare presto. Ma pare già tardi. Troppo tardi.

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