L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 23 settembre 2021

Stagflazione 24 - L'inflazione cominciando dalle materie prime c'è, le motivazioni del nostro lasciano un pò a desiderare. Gli stipendi fermi immobili. Hanno bisogno di dare ossigeno alla loro economia in cui ci siamo anche noi e forse ma non a tutti daranno qualche mancia in più

IL FENOMENO
Il grande ritorno dell’inflazione
di Federica Bianchi
23 settembre 2021

Alcune banconote da 50 Euro in mano a un cassiere di una banca. 16 aprile 2018 a Genova ANSA/LUCA ZENNARO (ansa)

Dopo quasi un ventennio di assenza, l’indice ha ripreso a crescere. E già si apre la partita sui salari post Covid-19

La ripresa economica dell’Europa non sta arrivando. È già qui. Con balzi della ricchezza complessiva che non si vedevano da una generazione in quella che è considerata l’economia mondiale più promettente del prossimo biennio. Grazie ai tassi di vaccinazione più alti del mondo e ai generosi piani di sussidi europei, fabbriche e uffici macinano utili e pianificano assunzioni. I cantieri hanno riaperto e la contrattazione collettiva è ripartita. Il recupero della ricchezza persa è questione di pochi mesi. «Il futuro è roseo, ma dobbiamo continuare a vigilare», ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen in un recente discorso (dimostrando tutta la sua euroimbecillità, il suo pesiero viaggia in aria e non poggia i piedi a terra).

Già perché non si tratta di un rosa a tinta unita. Così come la pandemia è stata un evento sconosciuto, il recupero economico presenta tante incognite. Incerto è lo scenario, con lo scontro tra Usa e Cina, in cui l’Unione sarà irrimediabilmente coinvolta. Ambizioso l’utilizzo dello strano incrocio tra pandemia ed emergenza climatica per sperimentare un nuovo paradigma economico più verde e digitalizzato.

 Imprevedibile l’impatto del primo indebitamento comune europeo.

I segnali di discontinuità con il passato stanno già lambendo le nostre vite. Dagli infissi di casa alle automobili, il divario tra produzione e ordini ricevuti nell’Eurozona ha toccato il record da 24 anni a questa parte, a causa di un profondo scombussolamento delle catene di approvvigionamento. Mancano le materie prime. Quest’anno Taiwan, primo produttore mondiale di microchip, ha avuto problemi a causa di un’improvvisa scarsità d’acqua proprio nel momento in cui le aziende tedesche avevano preso a fabbricare auto elettriche sempre più informatizzate. Risultato? Gli ordinativi di auto nuove eccedono di gran lunga la produzione, e il mercato dell’auto usata, per anni in declino, sta conoscendo un revival esplosivo, con rincari di oltre il 40 per cento. Il 70 per cento delle imprese tedesche, da quelle edili a quelle ad alta tecnologia, ha problemi di mancanza di materiali, dal legno all’acciaio. In Germania come in Italia alcune aziende hanno dovuto fermare temporaneamente gli impianti. «La crisi delle forniture pone una minaccia genuina alla ripresa economica», dice Klaus Wohlrabe, capo dei sondaggi dell’Ifo Institute: «Come conseguenza le aziende hanno iniziato ad alzare i prezzi».

Si tratta di un rialzo generalizzato che, iniziato nel settori delle costruzioni, dell’automobile e dei trasporti, si sta riversando un po’ ovunque, al punto che il settore dei beni durevoli che, con i prezzi stracciati garantiti dalla globalizzazione, in molti avevano dato per morto, adesso ha ripreso fiato. Durante il lockdown è aumentata la domanda di abitazioni, i cui prezzi in Nord Europa stanno avendo rialzi a doppia cifra, aiutati da tassi di interessi mantenuti bassi da una Banca centrale europea determinata a non ripetere gli errori compiuti durante la Grande crisi. Non solo le abitazioni grandi sono tornate in auge ma è aumentata la domanda di beni di arredamento e di materiali per la ristrutturazione, un comparto in pieno boom: da una parte le esigenze derivate dalla pandemia, come quelle legate a un telelavoro parziale sempre più normato, dall’altra quelle della transizione ecologica, che richiede edifici più efficienti e nuove fonti di calore. D’altronde il prezzo dell’energia è già aumentato del 15 per cento in un anno e, come annunciato dal ministro della Transizione ecologica Cingolani, è destinato a crescere nei prossimi mesi anche del 60 per cento, tra ripresa delle attività produttive di mezzo mondo e costi crescenti dell’energia fossile. «Chi crede che l’uscita dal fossile sarà senza costi è ingenuo», dice Jacob Kirkegaard, senior fellow del Peterson Institute for International Economics: «Il rincaro dei prezzi dell’energia fossile è esattamente quello che vogliamo. È l’unico modo per uccidere l’impiego del carbone e ridurre l’uso del metano».

Intanto però l’inflazione ha superato la soglia del tre per cento, dopo quasi un ventennio di assenza. Le autorità europee rassicurano da mesi sul fatto che si tratti di un fenomeno temporaneo, destinato a stemperarsi in aumenti più contenuti l’anno prossimo con la fine dei colli di bottiglia e delle emergenze. Molti economisti europei concordano: «Cerco segnali di accelerazione dell’inflazione ma non li trovo», dice Daniel Gros, direttore del Ceps a Bruxelles: «Credo che stia avvenendo un riequilibrio e stiamo semplicemente tornando ai livelli di due anni fa, dopo un’ampia caduta».

Ma alcuni cominciano ad esprimere i primi dubbi. «La fotografia nel medio periodo è sfocata», dice Guntram Wolff, direttore del think tank Bruegel: «Dobbiamo considerare l’inflazione come un fattore bicefalo. In alcuni settori andrà a diminuire con la fine dei problemi tecnici che l’hanno generata, in altri invece è probabile che rimarrà a causa di cambiamenti strutturali». Questi includono i nuovi strumenti della Commissione per avviare la transizione ecologica e, al contempo, finanziare l’indebitamento comune: gli Ets, ovvero il mercato delle emissioni, e la tassazione del carbonio alle frontiere, che aumenta il costo dei beni fabbricati con standard ambientali diversi da quelli europei.

Anche Larry Fink, amministratore delegato di Black Rock, il più grande fondo di investimento mondiale, ripete che l’inflazione è destinata a perdurare nel tempo, con conseguenze sulle future modalità di lavoro. Sta succedendo negli Usa, dove, complici una spesa pubblica maggiore di quella europea e un mercato del lavoro molto più mobile, l’inflazione ha raggiunto il 5,4 per cento. La manodopera scarseggia al punto che alcune aziende nel settore dei servizi stanno informatizzando i processi. In alcuni ristoranti i clienti ora ordinano e pagano il proprio pasto senza interagire con i camerieri ma attraverso una app sullo proprio smartphone. È la fine del modello del cameriere pagato dalle mance dei commensali. E non è detto che sia un male: meno dipendenti ma pagati con regolare stipendio, che svolgono una varietà di mansioni in cucina come in sala.

«Saranno gli stipendi il vero indicatore per capire se l’inflazione è qui per restare», dice Wolff: «Per ora nei nuovi contratti tedeschi non si notano grandi aumenti salariali». E nemmeno in Italia, dove la media degli aumenti degli accordi salariali dell’ultimo anno è stata dello 0,6 per cento.

Ma è anche vero che siamo solo all’inizio di una stagione di adeguamenti alla nuova economia post Covid-19. Con la transizione ecologica e digitale il mercato del lavoro è in forte cambiamento, alla ricerca di nuovi profili professionali, soprattutto nel settore delle capacità digitali che scarseggiano tra i dipendenti già assunti. «Dobbiamo formare i dipendenti per prepararli alle sfide dei prossimi anni», scrive Oliver Falck, direttore del Centro per le nuove tecnologie dell’Ifo. Il presidente francese Macron ha già messo le mani avanti chiedendo che, parametri di Maastricht o meno, gli investimenti in formazione professionale siano scomputati da un futuro calcolo del deficit, al pari degli investimenti verdi. E poi ci sono quei lavoratori a lungo sottovalutati e sottopagati, da quelli della cura a quelli dell’igiene e della salute, che con il Covid-19 sono risultati essenziali: adesso chiedono salari più alti. «La risposta alla domanda sul rialzo dei salari non può essere omogenea e deve dipendere dai settori e dalla situazione delle aziende», dice l’economista francese Gilbert Cette. E in ogni caso in Europa i rialzi dei salari saranno limitati dalla composizione demografica della popolazione, con una forza lavoro in declino che significa anche meno consumatori e meno investimenti, precisa Kirkegaard. Intanto però i lavoratori europei hanno capito che, in questo clima di ottimismo economico, potrebbero avere per un momento il coltello dalla parte del manico. Il rialzo dei salari sarà al cuore dell’appello allo sciopero nazionale che quattro sigle sindacali francesi hanno lanciato per il prossimo 5 ottobre. Saranno i primi. Ma potrebbero non essere gli ultimi, in quello che si annuncia un inverno ricco di sorprese.

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