L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 ottobre 2021

Come prevedibile 11 repubblicani hanno votato insieme ai democratici per alzare il livello di indebitamento smorzando la meteorite in arrivo. P.S. c'è da aver paura di questi cinici pusillanimi al governo

SPY FINANZA/ Debito Usa, una falsa emergenza che svela gli effetti del Qe perenne

Pubblicazione: 07.10.2021 - Mauro Bottarelli

Si torna a parlare dell’emergenza dovuta al necessario innalzamento del tetto del debito Usa. Una vicenda che rivela però risvolti piuttosto interessanti

Janet Yellen, segretaria Tesoro Usa (LaPresse)

Un meteorite sta colpire l’economia statunitense, Joe Biden. Gli Stati Uniti affronteranno una recessione, se il Congresso non innalzerà il tetto di debito entro due settimane, Janet Yellen. Signore e signori, il nuovo babao è servito: il debt ceiling. Ovvero, la necessità di alzare il livello massimo di indebitamento degli Stati Uniti, al fine di evitare il default. Chi mi segue sa che questa barzelletta si ripropone in questi termini tragicomici ogni quattro, cinque anni: solitamente, si arriva alla notte precedente all’armageddon e per magia le parti trovano un’intesa in nome del bene superiore della nazione. Nel frattempo, politica e mercato hanno solitamente beneficiato di almeno un mese e mezzo abbondante di titoli roboanti su giornali, siti e tv, lasciando che l’opinione pubblica fantastichi in negativo sulla prospettiva argentina che sta per toccare al loro grande Paese.

Ora, al netto della narrativa, questa volta c’è dell’altro. A partire da questo grafico, il quale mostra la correlazione fra il corso attuale dello Standard&Poor’s 500 e quello del 1987, l’anno del Black monday, quando il mercato crollò in un giorno del 20%. Era il 19 ottobre 1987, per l’esattezza.


Quest’anno, la data fatidica potrebbe essere anticipata di un giorno: il 18 ottobre, infatti, rappresenta la deadline imposta dal Tesoro Usa per innalzare il tetto di debito ed evitare il default. E il 18 ottobre cadrà di lunedì. Tutte coincidenze, ovviamente. Ma non basta. Perché la realtà sottostante alle fanfare mediatiche è ben più grave di quanto appaia. Ce lo mostra questo secondo grafico, il quale fissa plasticamente il momento: il GDPNOW, il tracciatore in tempo reale del Pil statunitense della Fed di Atlanta, ha appena aggiornato la sua previsione per il terzo trimestre, scendendo addirittura all’1,3% dal 2,3% solo del 1 ottobre. Di più, soltanto il 24 di agosto il medesimo proxy della crescita economica Usa segnava +6%.


Vi ricorda qualcosa? Rimanda qualche eco sinistro rispetto ai trionfalismi di casa nostra? Sarà per questo che, con rituale ciclicità, una farsa come il rischio di default degli Usa è tornata in auge, divenendo di colpo protagonista assoluta del palcoscenico? Temo di sì. Chiamatelo redde rationem, chiamatelo giorno del giudizio, chiamatelo banchetto di conseguenze come fece Louis Stevenson, ma la sostanza non cambia: dopo mesi e mesi, addirittura interi trimestri, in cui il Covid con le sue politiche emergenziali ha garantito un doping permanente dei proxies macro-economici, ora l’attesa per una nuova emergenza strutturale che garantisca altro Qe segna il passo. E viene riempita da una falsa emergenza sulla tenuta dei conti che nasconde però un quadro decisamente inquietante: al netto di migliaia e migliaia di miliardi spesi da Fed e Tesoro per mantenere ai massimi Wall Street e sul divano con assegno federale milioni di cittadini, ecco che l’economia Usa mostra la sua vera faccia. E questi due grafici finali paiono intenti a piantare il proverbiale chiodo nella bara delle fandonie espansive e neo-keynesiane che la stampa vi ha rifilato senza vergogna fino all’estate: non solo il tasso di inflazione statunitense, escludendo gli effetti di base e su arco temporale di 24 mesi, oggi è al massimo addirittura dal 1994 (anno di stretta sui tassi da parte della Fed e di conseguente tantrum sui rendimenti obbligazionari), ma la prospettiva di stagflazione, ovvero il diabolico combinato di crescita bassa o assente con dinamica dei prezzi in ebollizione, è ormai divenuta mainstream, stando almeno al picco di ricerche sui motori on-line seguito all’impennata dei prezzi energetici.



Ora, al netto di tutto questo, al netto di numeri e percentuali, dati e previsioni ufficiali, non vi pare che più di qualcuno dovrebbe darvi conto delle fandonie che ha spacciato finora? E non parlo solo delle magnifiche sorti e progressive vendute come sostenibili, quanto del magnificare il processo sistemico di politiche espansive e auspicarne la normalizzazione come risposta a ogni crisi futura. Non pensate che il partito trasversale del debito che non esiste o è comunque buono, perché creato dalla stessa Banca centrale che può cancellarlo con un tasto, debba quantomeno un mea culpa alla collettività? Non pensate sia giunto il momento di dare vita a una bella lavagna simbolica dei buoni e dei cattivi, a un name and shame di quei soloni dell’economia che hanno contrabbandato mistificazioni fino all’altro giorno?

Andate e prendere una pagina a caso di qualsiasi sito Internet di informazione, persino questo, risalente alla scorsa tarda primavera o inizio estate. E non serve andare tanto indietro, ovvero a quando la macchina dell’helicopter money era a forza quattro in tutto il mondo a causa della pandemia al suo acme, bastano poche settimane. Com’è stato possibile passare da uno scenario globale di crescita cinese a questo sprofondo in un arco temporale così limitato? Solo colpa della variante Delta? Non scherziamo. Forse è colpa del combinato di inflazione e supply chain in ginocchio, lo stesso che veniva derubricato a profilo di mero allarmismo, visto che avrebbe dovuto rispondere a una logica transitoria. Se ben ricordate, qualcuno vi disse da subito che non era così. E che occorreva stare molto, molto attenti con certi ottimismi interessati.

Signore e signori, benvenuti alla prova del nove. Magra consolazione, certo. Ma di questi tempi, chi si accontenta, gode. In attesa che le code avvelenate di certe follie monetarie spacciate per salvezza del mondo inferiscano il colpo finale.

P.S. Un ritorno della pandemia metterebbe a rischio i conti, ha dichiarato ieri il ministro dell’Economia nel corso dell’audizione parlamentare sulla nota di aggiornamento del Def. Lockdown in vista per salvare la faccia ed evitare la Troika?

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