L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 13 ottobre 2021

Davvero è il caso di andare a una GUERRA DI RELIGIONE su green pass e tamponi, mettendo a rischio la produttività del nostro tessuto economico. Certo, se invece si cerca il pretesto per dare vita a una cura da cavallo degna della Troika ma fatta in casa e benedetta dall’emergenza e dall’unità nazionale, allora le cose cambiano. E la strategia appare perfetta

L’indice Zew si inabissa e suona l’allarme nel 4 trimestre: Roma anela un altro 2011?

12 Ottobre 2021 - 12:21

L’outlook sulla fiducia delle imprese tedesche conferma un drastico peggioramento e preannuncia un fall-out a tre mesi sull’economia italiana: ora la guerra sul green pass potrebbe risultare fatale


Forse è arrivato il momento di preoccuparsi. Davvero. E di porsi qualche domanda. Magari scomoda. Forse, addirittura in precario equilibrio sul crinale di quel pensar male che Giulio Andreotti utilizzò per un’intera vita politica come bussola dell’agire.

Perché l’intransigenza del governo rispetto alla scadenza del 15 ottobre e all’inderogabilità delle norme che regolano il green pass per i lavoratori pubblici e privati da oggi si scontra con qualcosa di ben più serio del pericolo di deriva fascista del Paese. L’indice Zew che misura la fiducia delle imprese tedesche nel dato preliminare di ottobre è letteralmente crollato. E attenzione, perché se questo grafico

Comparazione fra indice Zew e Pil tedesco su base annua Fonte: Bloomberg

mostra come le aspettative siano scese al 22.3 dal 26.5 di settembre e sotto le attese del consensus per un 23.5, a far paura è il sotto-indice delle condizioni attuali di fiducia: 21.6 contro il 31.9 di settembre. Il baratro. Tanto che nella presentazione del report, l’istituto parla chiaro: L’outlook dell’economia tedesca si è oscurato notevolmente.

Nemmeno a dirlo, a pesare come un macigno è la carenza di materie prime e componentistica per l’industria, microchip per l’automotive in testa. Ma questo secondo grafico

Andamento dei prezzi all’ingrosso in Germania Fonte: Bloomberg

di dice dell’altro, alla luce del trend di correlazione fra Zew e Pil che ad oggi sembra delineare un vero e proprio sprofondo per la crescita di Berlino nell’ultimo trimestre dell’anno: a settembre i prezzi all’ingrosso in Germania sono cresciuti del 13,2% su base annua contro il 12,3% di agosto, l’aumento su base mensile più marcato dal giugno 1974. Ovvero, subito dopo la prima, grande crisi petrolifera. Il rischio? Ce lo mostra questa altra immagine,

Presenza del termine «stagflazione» nel flusso di news di Bloomberg Fonte: Bloomberg

dalla quale si evince come il termine stagflazione stia letteralmente tramutandosi in un cosiddetto key talking point dei flussi di notizie del gruppo Bloomberg.

Tradotto, stagnazione economica più alta inflazione. Esattamente il quadro che giunge oggi dalla Germania. E che da settimane sta facendo capolino, in maniera ancora più preoccupante, dalla Cina. Le dinamiche delle serie storiche parlano chiaro, come mostra l’immagine:

Comparazione fra indice Ifo tedesco e Markit manifatturiero cinese Fonte: Nordea/Macrobond

l’economia tedesca normalmente segue i trend di quella cinese con tre mesi di ritardo, quindi quanto appena prospettato dai dati dello Zew rappresenta il primo impatto del rallentamento estivo di Pechino, quello causato dai primi contraccolpi energetici e di parziale chiusura per i focolai di Covid.

Di converso, l’economia italiana storicamente patisce i guai di quella tedesca con un trimestre di ritardo, facendo riferimento all’interscambio fra i due Paesi e al ruolo fondamentale delle nostre PMI nella fornitura e subfornitura di componentistica e macchinari a quelle teutoniche. Davvero è il caso di andare a una guerra di religione su green pass e tamponi, mettendo a rischio la produttività del nostro tessuto economico, quando le prospettive all’orizzonte sono queste? Qui non si parla più di ipotetici worst case scenarios, bensì di consolidate correlazioni sulle serie storiche.

Questa volta sarà differente? C’è da sperarlo ma davvero speriamo di arrivare al 6% di Pil con il ritorno in presenza della Pubblica Amministrazione? Se sì, allora si prosegua pure sulla strada dell’intransigenza. D’altronde quando si opera nel campo dell’onirico, la fantasia è giusto che sia al potere. Attenzione, però, alla vita reale. Perché un combinato allarmante risuona echi del luglio 2008, periodo pre-Lehman: petrolio sui massimi e in trend rialzista e Banche centrali (quantomeno, la Fed) in modalità di contrazione monetaria ormai imminente.

Il policy error che operò da detonatore dell’esplosivo subprime fino ad allora nascosto sotto il tappeto delle cartolarizzazioni allegre. E oggi più di allora, grazie al clima da liberi tutti innescati dai vari Qe pandemici, più che su un vulcano, il mercato sta seduto su un vero e proprio arsenale atomico. Certo, se invece si cerca il pretesto per dare vita a una cura da cavallo degna della Troika ma fatta in casa e benedetta dall’emergenza e dall’unità nazionale, allora le cose cambiano. E la strategia appare perfetta. D’altronde, i pasti gratis non esistono. Figuriamoci se esistono i Recovery Fund a costo zero.

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