L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 3 ottobre 2021

Euroimbecilandia è il catalizzatore per determinare il decadentismo della civiltà europea. Storie e culture volutamente annullate per seguire il sogno di potenza delle classi dirigente, la voglia di CAPITALISMO GLOBALE TOTALIZZANTE che sprigiona e prende le menti di questi mentegatti al comando. Basta pensare al ruolo dato al Passaporto dei Vaccini sperimentali strumento di ricatto per imporre la paura&terrore come metodo di governo

Cioran sull’autodistruzione della civiltà europea

Anche in “Storia e utopia” (Adelphi) il sulfureo pensatore rumeno lancia i propri strali sul declino del nostro continente e, soprattutto, sull’autodisprezzo della sua millenaria cultura



Anche in “Storia e utopia” (Adelphi) il sulfureo pensatore rumeno lancia i propri strali sul declino del nostro continente e, soprattutto, sull’autodisprezzo della sua millenaria cultura

Più volte LucidaMente ha ospitato contributi sul declino dell’Europa, soprattutto in riferimento a quel monstrum giuridico-politico-economico che è l’Unione europea (si vedano Gli inganni dell’Unione europea; L’Unione europea è fallita… anzi, no, è un successo; Bettino Craxi e le sue perplessità e profezie sull’Unione europea; Il “vero” simbolo dell’Unione europea; Ida Magli, a un anno dalla morte. 1: La dittatura europea).


Tuttavia, è facile argomentare sul disastro europeo quando lo si ha ormai sotto gli occhi (almeno di quelli che vogliono vedere). Più sorprendente è che lo abbia fatto qualcun altro più di 60 anni fa. Stiamo parlando del sulfureo filosofo rumeno di prevalente lingua francese Emil M. Cioran (1911-1995), che con pochi altri aforisti, come Albert Caraco o Manlio Sgalambro, ha lacerato con crudeltà il velo delle realtà più sgradevoli. In realtà, tutta l’opera di Cioran è disseminata di foschi presagi sul suicido europeo, ma in questo nostro breve saggio faremo riferimento solo a Storia e utopia. L’edizione originale di tale opera risale al 1960; in Italia è stata pubblicata inizialmente nel 1969 da Il Borghese (Prefazione di Mircea Popescu), quindi nel 1982 da Adelphi, a cura e con Postfazione finale (Contaminazione totale) di Maria Andrea Rigoni (nelle citazioni utilizzeremo tale versione). Cioran si chiede in modo colorito: «Doveva proprio terminare con questa gentaglia una civiltà così delicata, così complessa?» (p. 27). È una domanda che molti di noi si fanno di fronte alla netta decadenza e impotenza del ceto politico di tutti i Paesi europei e, di riflesso, alla prepotente tecnoburocrazia delle élite dell’Ue.


Il progetto di un’Europa unita è sempre fallito miseramente, perché i popoli europei vivono una molteplicità di culture e sono ciascuno geloso delle proprie: «Carlo Magno, Federico II di Hohenstaufen, Carlo V, Bonaparte, Hitler furono tentati, ciascuno a modo proprio, di realizzare l’idea dell’impero universale: vi fallirono» (p. 35). È comunque da almeno un secolo che l’Europa ha concluso il proprio ciclo espansivo. Anzi, «l’Occidente […] vive nella vergogna delle sue conquiste»: oggi si cerca di definire tale atteggiamento coi termini autodisprezzo, oicofobia, autorazzismo. Così gli occidentali, «complicati e devastati quanto possibile, cercano il “progresso” altrove, fuori di se stessi e delle loro creazioni, […] debilitati a furia di raziocinazioni e di scrupoli, rosi da sottili rimorsi, da mille interrogativi, màrtiri del dubbio, abbagliati e annientati dalle proprie perplessità» (p. 42). A dire il vero, in Europa e in Occidente sono garantiti i diritti umani e civili, la libertà e la democrazia parlamentare, l’uguaglianza e la dignità delle donne, nonché ogni espressione artistica; però radical chic, terzomondisti, nostalgici comunisti, femministe, filoislamici, cercatori della spiritualità orientale, amanti dell’esotico, ecc., e comunque odiatori della nostra civiltà (Cancel culture), sputano su tali conquiste ed esaltano culture, per quanto rispettabili, ma all’interno delle quali gli indiscutibili progressi civili sopra menzionati non esistono affatto (Africa, Cina, islam).


Eppure, nonostante la fine della sua espansione, anzi il ritrarsi e farsi da parte, anche per il crollo demografico, l’Europa era stata, prima e dopo il suo apice, un riferimento culturale per tutte le popolazioni della Terra. Da qualche decennio non lo è più, ed è questa la tragedia. Infatti, afferma Cioran, «una civiltà si rivela feconda per la facoltà che essa ha di incitare gli altri a imitarla; se cessa di sedurli, si riduce a un cumulo di frammenti e di vestigia» (p. 35; vedi anche Gli scenari di Samuel P. Huntington: errati o profetici?). Una tessera del mosaico è data pure dalla quasi completa desacralizzazione e secolarizzazione del nostro continente, fondato, tra l’altro, proprio sulla confessione cristiana. È folle accettare religioni intolleranti e con tratti barbarici, ed equipararle alle altre, secondo il luogo comune, sbagliato, che tutte le religioni sono uguali e sono “di pace”. Ma «mettere in causa i propri dèi significa mettere in causa la comunità alla qual presiedono. […] Le nazioni stanche dei loro dèi, o di cui gli dèi stessi sono stanchi, quanto più civili saranno, tanto più facilmente rischieranno di soccombere» (p. 69). Così l’intero Occidente, «soccombendo agli eccessi della propria tolleranza, risparmia l’avversario che non la risparmierà, autorizza i miti che la minano e la distruggono, si lascia catturare dagli allettamenti del suo carnefice. Merita forse di sopravvivere, quando i suoi stessi princìpi la invitano a scomparire?» (p. 67).

Rino Tripodi

(LucidaMente 3000, anno XVI, n. 190, ottobre 2021)

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