L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 11 ottobre 2021

Euroimbecilandia è una Unione valutaria NON OTTIMALE, non ha una Unione bancaria, non ha una politica di bilancio comune ma controsenso una politica monetaria comune, e ciliegina sulla torta solo 19 legasi diciannove differenti politiche di bilancio. NON ha trasferimenti dai Paesi ad alto redditi e in surplus verso quelli a basso reddito e tendenti ad una bilancia di pagamento in deficit. Ha una impostazione in cui le regole degli euroimbecilli sono più importanti delle leggi costituzionali. Da qui anche la Brexit e il forte ed ineliminabile contrasto con la Polonia

PATTO DI STABILITÀ/ La nuova “soluzione” dell’Ue per aumentare l’austerity

Pubblicazione: 11.10.2021 - Giuseppe Pennisi

Si avvicina il momento di riprendere il dibattito sul futuro del Patto di stabilità e crescita. Difficile ci siano modifiche sostanziali alle regole Ue

Paolo Gentiloni e Valdis Dombrovskis, Commissari Affari Economici Ue (LaPresse, 2021)

È stato annunciato che la settimana prossima la Commissione europea presenterà agli Stati membri un documento sulle regole per il funzionamento dell’unione monetaria europea quando sarà superata la crisi sanitaria ed economica ancora in corso (anche se molto rallentata) e si potrà guardare con una certa serenità al futuro dell’Unione Europea. È probabile che il documento della Commissione sarà indirizzato a tutti i 27 Paesi dell’Ue e non solo ai 19 dell’area dell’euro perché quanto avviene nell’unione monetaria ha riflessi sull’intera Europa in via di integrazione. E in quanto eventuali modifiche dei trattati richiedono l’unanimità di tutti i 27 Stati membri dell’Ue.

Le regole per il funzionamento dell’unione monetaria, ossia, principalmente, i parametri sull’indebitamento annuale e sul rapporto tra lo stock di debito della Pubblica amministrazione e il Prodotto interno lordo, sono state “sospese” con l’esplosione della pandemia e devono essere re-introdotte o sostituite.

Alcuni si chiedono perché. La risposta viene data dalle analisi e dagli studi che hanno fatto sì che Robert Mundell (1932-2021), l’economista canadese, ma da anni residente per diversi mesi l’anno a Villa Colomba nei pressi di Siena, ottenesse il Premio Nobel. Teorico della moneta unica, è stato maestro di alcuni tra i diplomatici italiani che hanno contribuito al negoziato per l’Unione monetaria europea, come l’ambasciatore Antonio Venturini. Amava l’Italia. Ha sposato una poetessa di origini italiane e da trent’anni faceva la spola tra New York e Villa Colomba. Negli ultimi anni viveva soprattutto in Toscana.

Il “teorema Mundell-Fleming” dimostra come sia impossibile il “trilemma” di libero movimento dei capitali, controllo della politica monetaria e cambio fisso. Occorre rinunciare a uno dei tre punti. La “teoria dell’area valutaria ottimale” dimostra che se non c’è libero ed effettivo movimento dei capitali e soprattutto dei lavoratori, un’unione monetaria non solo non è un’area “ottimale”, ma soprattutto alla lunga non regge, tranne che non ci siano trasferimenti che riducano la necessità di movimenti dei lavoratori.

Nell’Unione monetaria europea, l’unione bancaria è ancora incompleta e non sono iniziate i negoziati per giungere a un’unione dei capitali. C’è libertà giuridico-formale di movimento dei lavoratori, ma per ragioni sociologiche, linguistiche e culturali essi non si spostano da uno Stato a un altro, come avviene negli Stati Uniti d’America (vero caso di unione valutaria ottimale) dove se c’è una crisi nel Michigan e la California è in piena espansione, il lavoro va da uno Stato all’altro. Un’unione valutaria “non ottimale”, come quella europea, richiede regole per funzionare. Tanto più che deve operare senza una politica di bilancio comune ma con una politica monetaria comune (condotta dalla Banca centrale europea) e 19 differenti politiche di bilancio. Secondo Mundell, un’unione valutaria imperfetta, come l’Unione monetaria europea, avrebbe dovuto essere integrata da trasferimenti, come quelli ora previsti dalla Recovery and Resilience Facility del Next Generation Eu, dai Paesi ad alto reddito medio e tendenti a bilancia dei pagamenti in surplus a quelli a basso reddito medio e tendenti a bilancia in deficit. Ipotesi che in seno all’Ue, ancor più all’unione monetaria, nessuno pare pronto a considerare: la Recovery and Resilience Facility del Next Generation Eu è una misura eccezionale per fronteggiare una situazione eccezionale.

Difficile prevedere cosa conterrà il documento della Commissione. Due lavori pubblicati sull’ultimo numero di Astrid Rassegna, l’ottimo quindicinale della Fondazione Astrid, possono dare qualche idea sulle ipotesi che circolano in seno alla Commissione in quanto cofirmati da Marco Buti, attualmente Capo di Gabinetto del Commissario Gentiloni, e da Marcello Messori della Luiss. In calce ai due studi si precisa che “le analisi sono il frutto di interpretazioni e valutazioni personali che non vanno attribuite né alla Commissione europea né ad altre istituzioni di appartenenza”. Ciononostante, è possibile, anzi probabile, che il documento della Commissione, al pari dei due studi, ponga l’accento su come meglio coordinare le politiche di bilancio dei 19 con la politica monetaria della Bce.

È possibile, dopo l’esperienza della Recovery and Resilience Facility, che vengano riproposti i “Contractual Arrangements” già discussi nel 2013-2014 ma allora respinti dalla maggioranza degli Stati membri alla fine del 2013 sulla base di un’inedita alleanza fra i Paesi “forti”, preoccupati dal rischio di eccessiva solidarietà, e i Paesi “fragili”, preoccupati dal rischio di eccessiva condizionalità. Tali “Contractual Arrangements” sarebbero accordi tra l’Ue e Stati in difficoltà per facilitare il loro riassetto strutturale, ovvero un serie di Pnrr sino a quando non si siano assestati conti pubblici ed economia reale.

Resteranno i vincoli quantitativi per indebitamento (ossia deficit annuale di bilancio) e rapporto debito/Pil? Difficile pensare che gli Stati soprannominati “frugali” e la Germania (soprattutto se il leader del Partito Liberale diventa ministro delle Finanze) ci rinuncino e che accettino parametri molto differenti rispetto a quelli del Patto di stabilità e crescita. I “Contractual Arrangements” potrebbero, in questo caso, essere lo strumento da fornire agli Stati in difficoltà per “rientrare” nei ranghi.

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