L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 14 ottobre 2021

Guai a chi esprime idee e opinioni difforme dal Pensiero Unico

Anatomia del pensiero unico – 2

Maurizio Blondet 13 Ottobre 2021
Roberto Pecchioli

Parte seconda

Le origini remote del pensiero unico occidentale contemporaneo vanno rintracciate nella scissione della conoscenza promossa da Cartesio e Bacone nel XVII secolo, con l’egemonia del sapere tecnico, scientifico e strumentale, che il XIX secolo definirà “positivo”. Il mondo non è altro che un meccanismo; nasce “lo spirito geometrico “(Spinoza), la concezione meccanicista dell’universo, l’utilitarismo generalizzato che fa del pensiero meditante il fanalino di coda della tecnica, innalzando la mitografia del progresso.

Se tutto è meccanismo, è sufficiente scoprirne e organizzarne il funzionamento, per natura indifferente al bene comune e ad ogni altro scopo non riconducibile alla sfera funzionale. La macchina ben costruita si muove da sola dirigendosi verso l’utilità. La politica- cioè il dibattito su principi e scopi della vita comune- va sottratta al caso e alle passioni del momento, cioè al pensiero libero, per costruire una società perfettamente razionale nella quale la persona umana ha lo statuto di atomo o ingranaggio. La volontà deve essere rivolta al perseguimento di un unico interesse, l’utilità individuale. Su queste premesse, il pensiero diventa esercizio “tecnico” secondo regole fisse in vista della soluzione migliore, inevitabilmente unica.

Nasce la tecnocrazia, il cui scopo è apportare la precisione delle cosiddette scienze positive. Se quello è l’unico obiettivo, si deve destituire il pensiero critico, i cui fondamenti riguardano la sfera dei fini, risolta grazie all’individuazione preventiva dell’unicità di un fine predeterminato, identificato con il progresso continuo razionalizzato e organizzato. La società va quindi semplicemente amministrata, gestita in base a regole presentate come leggi scientifiche, razionali e non discutibili, la governance. Produzione, utilità economica, benessere materiale, sviluppo sono identificati con il Bene: non vi è più bisogno di immaginare altro. Il pensiero si focalizza esclusivamente sui mezzi tecnici per aggiungere un unico scopo, anch’esso tecnico.

L’ approccio tecnocratico neutralizza tutti i sistemi di pensiero con esso incompatibili, negando come inutile, ozioso, irrazionale, il conflitto tra attori culturali e politici. Il pensiero non ha più motivo di pronunciarsi sui fini. Non resta altra scelta che rimettersi alle regole tecnoscientifiche definite dalla nuova classe degli esperti. Ogni questione – sociale, politica, morale, culturale- è un problema tecnico, la cui soluzione, come nel calcolo matematico, è unica. L’algoritmo- nella forma e per gli scopi di chi lo costruisce- diventa il dominus: meccanica versus pensiero.

Il progresso tecnico è il metro della storia, il mercato il modello dell’azione sociale. La legittimità – ovvero l’adesione a criteri morali- si riduce a legalità, ovvero corretta procedura sul modello dei protocolli scientifici. Il diritto diventa tecnica e perde il suo significato etico di ricerca della giustizia. L’idea chiave di questo sistema di pensiero fu enunciata negli anni Ottanta da Margaret Thatcher: non c’è alternativa, dobbiamo vivere in un orizzonte di fatalità, entro un determinismo in cui le tavole dei comandamenti sono quelle dell’economia, del progresso tecnico, fatte coincidere con il Bene.

Il volante della macchina (i cui padroni sono i vincitori della competizione truccata nel mercato-mondo!) è in mano alla tecnostruttura, il principio “non c’è alternativa” (TINA, there is no alternative) è esteso a ogni ambito dell’agire umano. In questo senso il pensiero unico diventa ineludibile, giacché il Bene e il Giusto – derubricati a efficacia allo scopo utilitario – possono essere raggiunti esclusivamente attraverso l’indagine tecnica e scientifica. Due più due fa quattro. Questa certezza rende tutto il resto superfluo. Non ha senso opporsi a processi inevitabili, di cui è affermato il determinismo positivo, tanto meno discuterne il significato o l’opportunità. Vano, risibile esprimere giudizi di merito.

Il capitalismo di mercato non è un mezzo di organizzazione economica, ma lo stato naturale della società umana. Fine della storia, inutilità del pensiero. Sconfitta la libertà, depotenziata la democrazia da scelta tra progetti distinti a procedura residuale, tranquillizzante per i sudditi, destinata a favorire – tutt’al più- un ricambio controllato di gruppi dirigenti fedeli alla linea, diversamente uguali.

Il pensiero unico è servito: l’imperio della ragione mercantile in cui il sociale è soffocato dal mercato-monopolio in cui il più grande caccia tutti gli altri; l’efficacia è l’unico criterio di valutazione e il progresso è sempre più di ieri e meno di domani. Il resto non è pertinente, ridondante, un fastidio per chi dirige la macchina, da ridicolizzare prima, eliminare poi perché inutile, astratto, utopia anacronistica di un’umanità bambina. Il dubbio – motore del pensiero- ha l’effetto di chiudere le porte del dibattito. La sedicente società aperta è sbarrata a chi solleva obiezioni.

Ogni fenomeno determinato dai padroni universali- come l’estirpazione delle identità e specificità religiose, comunitarie, nazionali, ora anche sessuali – è presentato come un processo fatale, addirittura naturale, a cui è insensato opporsi. Si tratta invece di costruzioni basate su credenze ideologiche spacciate per fatti oggettivi. Per rafforzare la presa sull’opinione pubblica, i padroni del pensiero unico impongono la rimozione della memoria, del passato, in definitiva del pensiero, che è sempre confronto dinamico con qualcosa di già dato. E’ la cultura della cancellazione, dell’odio di sé, la tabula rasa che chi scrive ha definito volontà d’impotenza.

Poiché all’uomo non si può estirpare tutto senza conseguenze, l’atto successivo è riempire il vuoto con la moltiplicazione del desiderio, che si fa a sua volta pensiero dominante. Con ciò si consegue il duplice obiettivo di implementare i consumi – ovvero i guadagni dell’oligarchia al comando – e di imprigionare in un individualismo di basso profilo, egoista, che nega in radice la natura sociale dell’essere umano. L’effetto finale è il rafforzamento ulteriore del potere attraverso una versione aggiornata dell’antichissimo divide et impera. A tutti è imposto un clima di espiazione, si denunciano i riottosi in quanto “portatori di odio”, criminalizzando pensieri e sentimenti non conformi.

Si elevano peana al pluralismo negandolo nei fatti. Il pensiero unico ha bisogno di punizioni: monta quindi un clima permanente di caccia alle streghe. L’espressione richiama la matrice religiosa. La caratteristica del pensiero unico contemporaneo, ripetiamo, è quella di presentarsi come un’elevata morale. Nasce in America e dalla cultura originaria degli Usa ha conservato- torcendolo – il puritanesimo dei Padri Pellegrini. Porsi sul piano della morale significa erigere le proprie credenze a dogmi. Il dogma è un tabù intangibile: negarlo o dubitarne significa essere eretici, nemici del Giusto e del Bene. Il gioco è fatto: l’opposizione e la messa in dubbio diventano peccati.

Non esiste più l’avversario, ma il nemico assoluto, l’empio nei confronti del quale ogni mezzo è non solo lecito, ma necessario. Un’ altra caratteristica del pensiero unico è che tratta ciò che disapprova come malattia. Dilagano neologismi che terminano in “fobia”. Rosa Luxemburg riconobbe che la libertà è sempre quella di pensare diversamente, ma oggi ciò è liquidato come malattia psichica irrazionale da curare attraverso trattamenti sanitari. La moltiplicazione delle fobie è un aspetto della medicalizzazione della vita: se sei fobico, devi essere sottoposto a terapia o rieducazione, previa apposizione di etichetta. Niente di nuovo sotto il sole.

Chi ha dubbi sull’immigrazione è senz’altro xenofobo; se insiste, diventa razzista, un malato incurabile da rinchiudere nel lazzaretto postmoderno. Se non apprezzi certi “orientamenti sessuali” sei omofobo (parola grottesca che significa timore dell’uguale…) o transfobo, termine orrendo di difficile pronuncia. Malattie psichiche che diventano reati.

Doppio vantaggio: definire malattia o crimine il pensiero esenta dalla fatica di discuterlo. Il pensiero è unico appunto perché non prevede eccezioni, tanto meno obiezioni: la verità è lì, pronta, confezionata dall’alto. La sua evidenza è tale che un’opinione contraria è sufficiente per scatenare, per riflesso pavloviano, l’indignazione dei fedeli. Dovunque si proibisca la discussione, a prescindere dal tema, ci si pone fuori dal pensiero razionale. E’ un pensiero magico, una forma distorta di religione in cui l’avversario -l’infedele- non viene confutato, ma scomunicato. Nessun argomento può entrare in gioco, ogni eccezione è rimossa.

Qui si chiarisce un altro punto decisivo: la sanzione, l’etichetta infamante, la discriminazione, il ricatto- morale e materiale- hanno uno scopo preciso, evitare le argomentazioni, il giudizio e il confronto nel merito. E’ una caratteristica totalitaria, ben rappresentata da ciò che gridò l’accusa giacobina al re: non siamo qui per giudicarvi, ma per condannarvi. La ghigliottina non è ancora allestita, ma funziona un’implacabile condanna morale preventiva, priva di appello, che dispensa dall’esame dei punti di vista.

L’impostura raggiunge il suo acme, anche in termini di incandescenza emotiva per i “credenti”, con le due accuse più infamanti: razzismo e fascismo. Nulla conta che il significato di razzismo sia esteso oltre ogni limite, perdendo l’originaria definizione di teoria che postula la superiorità di qualcuno in base a criteri etnici e biologici. Ancor minore presa ha il principio di realtà che riconosce l’assenza del fascismo, trasformato da ideologia della prima metà del XX secolo a categoria eterna del male, sul modello dell’“urfascismo” teorizzato da Umberto Eco.

L’accusa di razzismo ha lo scopo di impedire un dibattito sull’alterità, sulle differenze che la modernità non sa fronteggiare né spiegare, limitandosi alla negazione pregiudiziale: la polvere sotto il tappeto. La categoria dell’antifascismo è obsoleta e persino comica, a meno di convincersi – lo vuole il pensiero unico- che qualunque espressione dell’”Altro da sé “ sia perturbante e per ciò stesso fascismo. Pensiero magico, appunto, oltreché menzogna creduta per sovraccarico, coazione a ripetere.

Nel 1997, un editorialista del quotidiano borghese Le Monde scriveva: “non si discute con l’estrema destra, la si espelle”. Va da sé che la decisione su chi è e che cosa sia estrema destra è rimesso a lorsignori. La compagnia dei cattivi è piuttosto affollata e in sala d’attesa si ammucchiano categorie, gruppi, pensieri sempre nuovi. Leo Strauss la chiamava reductio ad hitlerum, il paragone costante con il male assoluto per screditare ogni pensiero difforme. Periodicamente – René Girard insegna – viene messo in scena uno psicodramma collettivo, con il sacrificio rituale del capro espiatorio (il fascista, il razzista, l’omofobo, il sessista, ovvero l’Altro).

La cosa più curiosa è che l’antifascismo in assenza di fascismo è una forma speculare di fascismo. Se questo è paradigma di intolleranza, rifiuto della libertà, del libero pensiero (o del pensiero tout court, secondo Norberto Bobbio), fascisti, a rigore, sono i padroni e i credenti dell’ordine vigente. L’antifascismo odierno, infine, è la trappola perfetta, un discorso al servizio dell’iperclasse capitalistica. Sino a quando le sedicenti forze antagoniste si mobilitano contro un fantasma, la Nuova Classe, il potere reale, dormirà tra due guanciali.

Il successo più grande del pensiero unico è la cancellazione della coscienza critica, figlia della cultura, del confronto, dell’analisi razionale. E’ il pilastro di una modernità agonizzante in quanto costitutivamente negativa (“il pensiero che sempre nega”), sostenuta non da un apparato di principi, ma da spauracchi agitati ossessivamente per nascondere le patologie sociali che ha generato e l’abolizione progressiva delle libertà concrete. Consapevole del suo nichilismo, il pensiero contemporaneo brandisce falsi pericoli per celare quelli veri a una folla narcotizzata. Non può permettersi la discussione: l’impalcatura cadrebbe, simile all’ implosione di un edificio fatiscente; enuncia una serie di mali assoluti e pone fuori dall’umanità i sospetti. Attribuisce etichette e le applica come un ergastolo o una stella gialla. Psicanalisti d’accatto interpretano ogni negazione delle vittime come ulteriore conferma, assumendo l’aria allucinata dei moralisti indignati, uguale al fanatismo religioso di ieri.

La conclusione è che il pensiero unico contemporaneo proclama il pluralismo alla partenza per negarlo all’arrivo. Iniziarono, nella dichiarazione dei diritti dell’uomo, con l’affermare che “uno dei diritti più preziosi è la libera comunicazione delle idee e delle opinioni “. Quella libertà è oggi vietata per ragioni asserite “morali”, destituendo in anticipo la legittimità di orientamenti sgraditi. Il pensiero unico diventa teologia, vangelo di una pseudo religione materialista e determinista. E’ la sua caratteristica più vistosa, che permette di sanzionare i sentimenti difformi (“discorsi di odio”), equiparandoli ai peccati: pensieri, parole, opere e omissioni. A differenza della religione cristiana, all’ammissione di colpa non segue la misericordia.

Alla fine, oltre le caratteristiche contingenti e alla faccia dei proclami di libertà, ogni pensiero obbligatorio- quindi unico- è la riproposizione in forme diverse dell’argomento del sofista Trasimaco nella Repubblica di Platone: il giusto è l’utile del più forte. Venticinque secoli dopo, siamo al punto di partenza.

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