L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 11 ottobre 2021

La NATO è viva e molto vitale, adesso pretende che Euroimbecilandia si faccia carico della gestione del Mediterraneo, Medio Oriente, Nord Africa e i confini con la Russia

MONDO
Tutte le vere sfide della Nato



10 ottobre 2021

Il nuovo Concetto Strategico non è la sola partita importante che si gioca adesso in ambito Nato. L’analisi di Alessandro Marrone, responsabile del Programma Difesa dello IAI, tratta da Affari Internazionali

Nel dibattito su difesa europea e Nato le parole hanno a volte un peso, ed effetti non voluti, anche considerati i negoziati in vista, la delicatezza dei temi, le implicazioni per gli interessi nazionali e le sfide per la sicurezza euro-atlantica.

I problemi dell’Europa della difesa riguardano la frammentazione su base nazionale degli investimenti europei nel settore, specie tra i 21 Paesi membri di entrambi Nato e Ue. Altro problema non nuovo riguarda le capacità militari europee per un conflitto ad alta intensità, ed in particolare la loro qualità e prontezza operativa.

Dall’invasione russa della Crimea, complice la dura spinta dell’amministrazione Trump e lo slancio Ue con la Pesco, la Permanent Structured Cooperation ed European Defence Fund, i Paesi europei hanno ripreso ad investire di più sulle rispettive Forze armate, ed in alcuni casi a farlo cooperando tra loro. La situazione oggi è leggermente migliore di sette anni fa, ma ancora insoddisfacente quanto ai vecchi problemi e preoccupante rispetto alle nuove sfide.

I NUOVI SCENARI PER USA ED EUROPA

La prima nuova sfida, resa drammaticamente evidente dalla pessima fine dell’impegno militare occidentale a Kabul, è la determinazione americana a disimpegnarsi militarmente dall’ampia area che va dal Marocco all’Afghanistan, costi quel che costi. Per quanto Washington manterrà una certa influenza in Medio Oriente tramite l’azione diplomatica, l’intelligence e le forniture di sistemi d’arma ai Paesi partner, se gli europei vorranno agire militarmente nel loro vicinato meridionale – tramite azioni a scopo di deterrenza e de-escalation, costruzione di capacità dei partner locali, interventi di gestione delle crisi, contrasto al terrorismo o stabilizzazione – dovranno farlo sostanzialmente da soli. Per questo devono quindi dotarsi sia degli equipaggiamenti necessari sia della volontà politica di usarli insieme in ambito Ue, Nato o di coalizioni ad hoc.

La seconda nuova sfida, alzando lo sguardo al medio periodo, è che nell’Indo-Pacifico diventa sempre meno remoto un confronto militare che potrebbe sfociare in conflitto tra Cina e Stati Uniti. Questa ipotesi è entrata negli scenari contemplati dal Pentagono per la strutturazione futura delle proprie Forze armate, specie quelle navali e aeree, e nel dibattito interno all’establishment statunitense. Il rafforzamento politico-militare degli Usa nel Pacifico, anche tramite accordi bilaterali o mini-laterali come Aukus o il Quad, serve a contenere l’influenza cinese serrando i ranghi degli alleati nella regione, nella speranza che questo nuovo “containment” sia sufficiente a salvaguardare interessi e posizioni occidentali nel confronto a tutto campo con Pechino.

Tale impegno strategico di Washington, e ancor di più un’eventuale escalation militare nell’Indo-Pacifico, a partire da Taiwan, è probabile distolga forze statunitensi dal teatro europeo, aprendo una finestra di opportunità che un tattico bravo e propenso al rischio come Putin potrebbe cogliere. Ciò impone agli europei di fare sin da ora di più e di meglio per la propria difesa collettiva in ambito Nato, con un importante ruolo Ue a supporto, ad esempio, delle infrastrutture critiche per la mobilità militare in Europa.

È in tale quadro che bisogna realisticamente calare la riflessione (e comunicazione) strategica sul futuro di Nato e Ue, in particolare in vista del nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza e dello Strategic Compass dell’Unione. La bozza del primo verrà discussa dagli alleati a primavera 2022, per approvare il documento nel vertice Nato previsto a Madrid a giugno. Il secondo dovrebbe essere adottato dall’Ue prima delle elezioni presidenziali in Francia il prossimo aprile. In mezzo, entro il 2021 dovrebbe concretizzarsi una dichiarazione congiunta Nato-Ue che rilanci la convergenza e il partenariato strategico tra i due attori.

DOSARE LE PAROLE CHE PESANO

Nei prossimi mesi sarà dunque importante alimentare il dibattito europeo e transatlantico con un approccio propositivo, costruttivo, coerente e tempestivo, specialmente da parte di Paesi come Italia e Germania che hanno mantenuto negli anni la linea più bilanciata e utile per gli interessi nazionali e dell’Europa: una prospettiva pragmaticamente ambiziosa in cui Nato e Ue sono partner essenziali e si sostengono a vicenda, e l’integrazione delle capacità militari nell’Unione rafforza il pilastro europeo dell’Alleanza. In questa visione, un più elevato livello di autonomia strategica europea è necessario per un rapporto transatlantico più solido e duraturo di fronte ai “rivali sistemici” – termine usato nei documenti sia Ue sia Nato – russo e cinese.

I vecchi problemi e le nuove sfide da affrontare sono di portata tale che non ci si può permettere affermazioni infondate e corrosive, dalle inesistenti “pugnalate alle spalle” per una commessa industriale persa agli allarmi che la difesa europea indebolisca l’Alleanza Atlantica. Dosare le parole, specialmente dai vertici Nato e Ue, è particolarmente importante viste le diverse sensibilità nazionali che devono trovare una sintesi, la bravura con cui i rivali sistemici strumentalizzano le divisioni più o meno reali in campo occidentale, e la frustrazione che segue aspettative eccessive del tipo “esercito europeo”.

LA PARTITA DEL NUOVO SEGRETARIO GENERALE NATO

l nuovo Concetto Strategico non è la sola partita importante che si gioca adesso in ambito Nato. Il norvegese Jens Stoltenberg è quasi alla fine del suo secondo mandato come segretario generale, seguendo quello del danese Anders Fogh Rasmussen, dell’olandese Jaap de Hoop Sheffer, e del britannico George Robertson. Sono 22 anni che il vertice politico della Nato non viene dall’Europa mediterranea – dai tempi dello spagnolo Xavier Solana. E l’ultimo segretario generale italiano risale agli anni ’60 del secolo scorso.

Come diceva Pietro Nenni, le idee camminano sulle gambe degli uomini. Un successore di Stoltenberg che provenga da un Paese membro di entrambi Nato e Ue, e a favore di una partnership strategica tra le due, darebbe certamente più sostanza e attuazione all’unica prospettiva davvero win-win per Europa e Nord America.

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