L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 11 ottobre 2021

La Polonia ha posto il quesito, cosa vuole essere Euroimbecilandia?

Davanti alla Polonia, l’Europa è a un punto di non ritorno. L’analisi di Guzzetta
Di Federico Di Bisceglie | 10/10/2021 -


Giovanni Guzzetta, ordinario di diritto pubblico a Tor Vergata, commenta la frattura della Polonia. “Siamo giunti al punto in cui si impongono delle scelte su cosa l’Europa vuole essere. Meloni non è la sola a schierarsi con il vento anti-Ue che soffia da Varsavia”

Intrigo a Varsavia. La corte costituzionale polacca ha decretato che alcuni articoli dei trattati dell’Ue sono “incompatibili con la Costituzione dello stato polacco e che le istituzioni comunitarie agiscono oltre l’ambito delle loro competenze”. Nel frattempo, Grecia, Danimarca e altri dieci stati chiedono fondi per costruire difese anti profughi, a spese della Comunità Europea. Insomma la situazione sobbolle. Per cercare di sbrogliare una matassa in bilico tra il diritto, la geopolitica e i trattati internazionali, abbiamo fatto due chiacchiere con Giovanni Guzzetta, ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico, Università Tor Vergata.

Professore, partiamo dal caso della Polonia. Dal punto di vista giuridico, come valuta il pronunciamento della corte costituzionale polacca?

Il problema in questo caso è di merito e non si può definire in astratto. Il diritto costituzionale dei paesi dell’Ue si è assestato secondo uno schema che prevede il primato del diritto europeo, salvo che questo non incida su scelte fondamentali dello stato nazionale. I cosiddetti controlimiti. L’articolo 4 del trattato sull’Unione Europea sancisce che l’Ue deve rispettare l’identità nazionale insita nella struttura fondamentale politica e costituzionale degli Stati. In astratto, la posizione della corte costituzionale polacca non è necessariamente in contrasto con l’assetto di rapporti fra il diritto nazionale e quello europeo. Il problema per l’appunto è di merito. Il tribunale costituzionale non si limita ad affermare la dottrina dei controlli ma, tra l’altro, contesta in radice la possibilità del diritto europeo di derogare a qualsiasi norma costituzionale.

Ma è l’aspetto politico quello più rilevante.

Sul piano politico, siamo in un momento nel quale l’Europa vive una forte contraddizione. Da una parte riesce con le scelte in materia di reazione alla crisi pandemica a trovare uno slancio impensabile (solo qualche tempo fa), ma vive molti venti di crisi. A partire dalla Brexit. La vicenda polacca indica che siamo giunti al punto in cui si impongono delle scelte su cosa l’Europa vuole essere. Come si esca da questa situazione, lo determinerà la politica.

Giorgia Meloni si è espressa favorevolmente rispetto al pronunciamento della corte di Varsavia. Che ne pensa?


L’indirizzo di Meloni è diverso dalla maggioranza che sostiene il governo italiano. E’ un pensiero foriero di visioni molto diverse dell’Europa, che però come dimostra il caso polacco e non solo, ha molti seguaci. È giunto il momento di farci i conti. Questa crisi dell’Europa dipende fondamentalmente dal fatto che non si è mai sciolta l’intrinseca tensione che c’è nell’edificio istituzionale tra la dimensione inter-governativa e la dimensione democratico-federale. Un dualismo che ci portiamo dietro dalle origini, ancora irrisolto.

Un fattore che corrobora la lettura sulla crisi europea è la richiesta, avanzata da dodici stati, di costruire barriere anti-migranti.

Tutti gli studiosi riconoscono che il tema delle politiche migratorie sia una delle sfide fondamentali per le democrazie contemporanee: non si può eludere. Chi ha fatto questa proposta, ritiene che la scelta di irrigidire i confini debba essere espressione di una politica condivisa nell’unione europea. Altri, ovviamente, non la pensano. Siamo di fronte a uno scontro politico sull’indirizzo da seguire rispetto a questa sfida epocale. Siamo Nel crogiolo della politica nel suo senso più profondo. In casi come questi, anche se ci fossero soluzioni giuridiche, sono soluzioni che non soddisfano tutti. Per questo alcuni chiedono un cambio di politica.

Come andrà a finire secondo lei?

In un contesto in cui le decisioni politiche salienti dipendono da equilibri sovra-nazionali e internazionali l’idea che gli stati singoli possano da soli far fronte all’enormità di questa transizione e di questa crisi dell’ordine geo-politico, è un’idea molto avventata. E la vicenda post-Brexit lo dimostra. Che ci debbano essere quantomeno dei livelli di aggregazione intermedia, sovranazionale, che consentano di fronteggiare la crisi dell’ordine mondiale, è inevitabile. Il problema è se la Ue, senza riforme profonde, possa essere all’altezza di potenze come Usa, Russia e Cina.

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