L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 6 ottobre 2021

Le masse sono carne da cannone per strizzarle, manipolarle e fare profitti. Il CAPITALISMO GLOBALE TOTALIZZANTE non conosce ostacoli. Noi per poche briciole di comodità gli diamo la gestione delle nostre anime


5 OTTOBRE 2021

Il “blackout” del 4 ottobre scorso è stato il più complesso della storia di Facebook e del suo gruppo, che si sono lasciati alle spalle la giornata con una perdita sostanziosa in borsa, la crescita dei mugugni dei clienti e degli utenti del social di Menlo Park e delle controllate WhatsApp e Instagram per i disservizi e un nuovo danno d’immagine. L’ennesimo, negli ultimi anni, per una società capace di rivoluzionare nel corso del passato decennio le interazioni nel contesto occidentale, divenuta uno dei più strutturati e importanti gruppi del Nasdaq e spesso al centro di critiche e polemiche.

Stando alle prime rilevazioni non ci sarebbe alcun attacco hacker o minaccia cyber alla base delle sette, lunghe ore di buio a cui il gruppo è stato costretto. Ma questo forse non fa altro che aggiungere dubbi sulla capacità di Facebook di mantenere un apparato all’altezza del suo considerevole business da 2,8 miliardi di utenti. Il fatto che un apparentemente banale errore Dns, ovvero una caduta dei server su cui si appoggiano le applicazioni di Facebook, abbia causato uno choc tale, una perdita di 13 milioni di dollari nei ricavi di Facebook per ogni ora di blackout e un calo di 6,1 miliardi di dollari per il patrimonio di Mark Zuckerberg segnala che attorno alle attività di Menlo Park c’è, in questa fase, agitazione.

Il down delle aziende di Zuckerberg avveniva nelle stesse ore in cui Facebook subiva il durissimo attacco dell’ex manager Frances Haugen, che ha contribuito con il trasferimento di documenti riservati ad alimentare un’inchiesta del Wall Street Journal sulle presunte responsabilità di Facebook nella creazione di algoritmi potenzialmente in grado di alimentare la rabbia sociale e di aver avuto un ruolo nel favorire l’organizzazione via social dell’assalto al Campidoglio dei sostenitori di Donald Trump del 6 gennaio scorso. Sul primo fronte, la Haugen ha denunciato il ruolo delle modifiche operate all’algoritmo del News Feed nel 2018, quando il social media ha scelto di dare crescente enfasi alle ‘Meaningful Social Interactions’, che danno agli utenti la priorità ai post di amici e parenti, favorendo in questo modo l’interazione e la polarizzazione dei discorsi e delle opinioni. Sul secondo, invece, Facebook sarebbe stata troppo lasca nel rimuovere i controlli sulla diffusione di complotti e disinformazione dopo il voto del 3 novembre 2020, intervenendo solo a cose fatte contro i seguaci di movimenti come QAnon.

La Haugen, ingegnere informatico con alle spalle una carriera in Google e altre aziende del big tech, in un’intervista a 60 Minutes ha dichiarato che dentro Facebook ha visto una smodata attenzione al profitto e una svalutazione economicamente motivata dei principi securitari. Inoltre, l’ingegnere ha riservato critiche anche al modello di business di un’altra fetta importante dell’impero social di Zuckerberg, Instagram, sostenuto che questo social impatta in modo drammatico sulla vita delle adolescenti: “Una ricerca realizzata da Facebook – ha raccontato – dice che le giovani donne che seguono contenuti legati al disordine alimentare, più seguono questi temi e più entrano in depressione. E questo porta a usare Instagram di più”.


“Facebook, over and over again, has shown it chooses profit over safety,” says Facebook whistleblower Frances Haugen. She believes the federal government should impose regulations and plans to testify before Congress this week. https://cbsn.ws/3D8du3D

"Facebook, più e più volte, ha dimostrato di preferire il profitto alla sicurezza", afferma Frances Haugen, informatore di Facebook. Crede che il governo federale dovrebbe imporre regolamenti e piani per testimoniare davanti al Congresso questa settimana. https://cbsn.ws/3D8du3D

La tempesta generata dalla Haugen non è l’ultima per quello che è da tempo un impero sotto assedio. In precedenza, Zuckerberg era finito nella bufera per il caso Cambridge Analytica, la piattaforma di profilazione per la politicizzazione dell’elettorato che adattava il messaggio in base alla preferenza politica dell’utente nel presente espressa tramite il social network. Nonostante la messa al bando della piattaforma nel 2015, Facebook non ha sospeso Cambridge Analytica dalla sua piattaforma fino al marzo 2018 e non ha agito per informare gli utenti che i loro dati erano stati “erroneamente” consultati fino alla settimana precedente l’audizione-fiume di Zuckerberg al Congresso del 10-11 aprile 2018.

Nel gennaio scorso, invece, WhatsApp è finita sotto accusa per l’aggiornamento delle normative sulla privacy che inizialmente prevedeva la possibilità per le aziende del gruppo di scambiarsi al loro interno i messaggi scambiati attraverso la piattaforma, con la sola grande eccezione dell’Unione Europea ove vige il Gdpr. L’eccezione europea ha portato buona parte del mondo ad accorgersi dell’avanzamento delle pratiche regolatorie del mercato unico. Criticabile su molti aspetti, la politica comunitaria ha avuto negli ultimi anni il pregio di trovare un set di regole ben definite per tutelare le identità digitali degli utenti, i loro dati personali e le informazioni socio-economiche ad esso annesse dallo strapotere del big tech, Facebook in testa: e per questo si è aperta una vera e propria ondata di insorgenza politico-sociale contro Facebook (techlash) che ha riguardato soprattutto l’India ma è giunta fino negli Stati Uniti, ove frange del Partito Democratico e del Partito Repubblicano sono coese nel chiedere leggi antitrust capaci di porre un freno allo strapotere del big tech sui dati dei cittadini americani, con un occhio di riguardo per l’impero di Zuckerberg.

E del resto la richiesta ha ricevuto nelle ore del blackout l’appoggio di un noto attivista digitale del calibro di Edward Snowden, che via Twitter ha denunciato la natura concentrata del business di Facebook e invitato a riflettere sulle conseguenze della concentrazione di WhatsApp e Instagram nelle stesse mani del social, chiedendo la fine di questo oligopolio.

Per Zuckerberg e il suo impero si preannunciano dunque settimane complesse. Il blackout di lunedì 4 ottobre è stato in un certo senso simbolicamente importante per un colosso che spesso appare avere i piedi d’argilla di fronte all’intervento di whistleblower, regolatori, crisi improvvise. E che nei mesi a venire dovrà garantire ai suoi utenti sicurezza e stabilità cercando di dimostrare, inoltre, la natura etica delle sue azioni. Un programma vasto e complesso, che appare l’unica strada con cui Facebook e Zuckerberg possono difendere la loro immagine dalla marea montante delle critiche in corso.

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