L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 novembre 2021

AGENDA ROSSA

IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO
Finanza sporca, eversione nera e massoneria deviata al fianco dei boss

COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS
18 novembre 2021 • 06:30

Chi erano i “personaggi importanti” che si misero in contatto con Cosa Nostra? Nel suo rapporto, la DIA era estremamente precisa: Licio Gelli e una parte della massoneria italiana, appoggiati da settori dei servizi segreti e da “ambienti imprenditoriali e finanziari”. Operativi sul campo, erano invece esponenti dell’eversione fascista.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Chi erano i “personaggi importanti” che si misero in contatto con Cosa Nostra? Nel suo rapporto, la DIA era estremamente precisa: Licio Gelli e una parte della massoneria italiana, appoggiati da settori dei servizi segreti e da “ambienti imprenditoriali e finanziari”.

Operativi sul campo, erano invece esponenti dell’eversione fascista. Una rete che risaliva e operava fin dagli anni settanta, con il golpe Borghese e la strategia della tensione. E che aveva poi continuato la propria azione con campagne terroristiche (le bombe ai treni e alle stazioni), sempre con lo stesso, identico scopo: difendere e accrescere la ricchezza personale dei suoi aderenti, impedire in Italia trasformazioni politiche e sociali.

Lo stesso schieramento era poi sceso in campo nel caso Sindona, il banchiere per cui si era vagheggiato un golpe separatista in Sicilia. Sia nel caso Borghese sia nel caso Sindona, Cosa nostra era stata attratta all’idea di progetti eversivi dal mi- raggio di amnistie o revisioni di processi.

Il rapporto “Oceano” si concentrava poi sulla manovalanza delle stragi, facendo notare il ruolo svolto da alcuni personaggi.

Colui che materialmente aveva confezionato i cinquecento chili di esplosivo usati per uccidere Falcone era un certo Pietro Rampulla, quarantenne. Interessante personaggio; mafioso di famiglia mafiosa di Mistretta (provincia di Messina), noto come artificiere, ma soprattutto, fin dalla gioventù, come militante politico di Ordine Nuovo. Dinamitardo provetto, fece avere, tramite intermediari, il telecomando a Giovanni Brusca, ma il giorno della strage non andò a Capaci “perché aveva da fare, cose di famiglia”.

Sodale di Rampulla, fin dai tempi della giovanile militanza in Ordine nuovo, tale Rosario Pio Cattafi di Barcellona Pozzo di Gotto, trafficante internazionale di armi, legato ai mafiosi siciliani operanti a Milano. C’era poi un personaggio ancora più misterioso, tale Paolo Bellini, comparso nelle cronache come un oscuro mediatore che aveva contattato dei boss mafiosi promettendo sconti di pena in cambio del recupero di opere d’arte rubate.

La Dia lo segnalava perché veniva citato nella lettera di addio al mondo di Nino Gioè, il mafioso del paese di Altofonte che materialmente spinse su uno skateboard nel cunicolo sotto l’autostrada i panetti di tritolo confezionati da Rampulla. Nino Gioè era stato arrestato (dopo essere stato scoperto grazie a intercettazioni telefoniche) e si era impiccato nel carcere romano di Rebibbia, lasciando uno stranissimo ultimo messaggio, in cui ci teneva a definirsi “un mostro” e a scagionare un sacco di persone.

Era citato anche il signor Bellini, definito “infiltrato”, il quale risultò essere un esponente dell’organizzazione fascista Avanguardia Nazionale, latitante in Brasile per vent’anni, che aveva ottenuto dall’autorità penitenziaria di conoscere Gioè e di concordare con lui attentati.

Nel rapporto Oceano la Dia affiancava al già noto rapporto tra mafia e politica un nuovo elemento: la finanza:

«Il gettito prodotto dalle attività criminali poste in essere dalle varie attività dei gruppi mafiosi non corrisponde al valore dei beni sequestrati, dei patrimoni confiscati, né delle spese che la criminalità sostiene. Questa grande ricchezza residuale non può quindi che essere nascosta nel sistema finanziario (…) Il sistema finanziario, attraverso i suoi meccanismi, ha creato negli ultimi anni strumenti giuridici ed economici che lo hanno portato ad assumere un ruolo preminente rispetto a quello industriale (…) Come è noto questo mercato è quello dove è più agevole nascondere i capitali di illecita provenienza (...) Si può ragionevolmente ipotizzare che, attraverso il mercato finanziario, la criminalità organizzata abbia potuto raggiungere anche il sistema industriale (…)».

Ora questa ipotesi comincia a trovare alcuni supporti in indagini giudiziarie che potrebbero portare alla scoperta di cointeressenze economiche là dove non era neanche immaginabile fino a pochissimo tempo addietro.

Non è affatto da escludere che una simile interpretazione dei fatti fosse condivisa da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

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