L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 26 novembre 2021

Dietro ad ogni medico c'è un uomo e chi si è opposto alla narrazione covid è stato isolato e messo al bando, privandolo anche del lavoro. La posta in gioco è altissima e si vede da come si muovono le istituzioni tutte compatte dietro l'ideologia dei vaccini sperimentali

SPY FINANZA/ La stretta anti-Covid che può spostare Draghi al Quirinale

Pubblicazione: 23.11.2021 - Mauro Bottarelli

Ci sono notizie e segnali che fanno dubitare di vivere ancora in una democrazia. Sembra piuttosto di essere in una viruscrazia

Palazzo Chigi (LaPresse)

Anche oggi, due grafici parleranno al posto di molte parole. Sia per una questione di efficacia, sia perché con il passare dei giorni le formule sufficienti a dipingere il degrado in cui sta precipitando il residuo di rappresentatività di questo Paese appaiono in rapido esaurimento. Il primo grafico, in realtà, è una mappa. Questa, la quale mostra il livello di restrizioni in atto in Europa oggi per contrastare la quarta ondata di Covid.


Doveva essere tutto finito: balle. Dopo la Delta che infettava 15 volte di più e bucava i vaccini, oggi abbiamo la Delta Plus che sarebbe 50 volte più contagiosa e la certezza che dopo sei mesi (ma, vedrete, fra poco salteranno fuori studi che abbasseranno quel termine a tre o due) l’efficacia dei vaccini equivale a quella di un Aulin. Fallimento totale. Della politica, in primis. E non perché abbia sbagliato tutte le mosse, ma per la fiducia cieca riposta nei medici: i quali, dati alla mano, hanno dimostrato di capirci poco o nulla. Quasi certamente per la natura senza precedenti di questo virus, per carità. Ma resta un fatto: se avessi preso lo stesso numero di cantonate di un televirologo a caso, io non scriverei più nemmeno su un mio blog personale. Loro, invece, continuano a pontificare. E dettare le regole in un quadro che non è quello di un articolo ma della vita reale.

C’è però un lato positivo in questo precipitare degli eventi: più sarà draconiano il nuovo regime di restrizioni che uscirà dal Consiglio dei ministri, più avremo delle certezze riguardo il futuro non solo del Governo ma dello stesso assetto politico italiano. «Vogliono votare nel 2022», ha detto chiaro e tondo Matteo Renzi alla Leopolda 11, chiudendo la kermesse. Per una volta, sono d’accordo con lui. Ma non è detto che davvero si vada alle urne. Di certo, c’è una cosa: se Matteo Salvini pensava di aver schivato il redde rationem interno con Giancarlo Giorgetti, convocando un Consiglio federale che gli rinnovasse formalmente la fiducia, ha sbagliato in pieno i calcoli. L’ammutinamento rispetto alla linea ufficiale sulla pandemia posto in essere in queste ore dai suoi presidenti di Regione, il rampante Massimiliano Fedriga in testa, parla chiaro e si configura come una clamorosa e implicita mozione di sfiducia alla sua leadership.

Dopo mesi di aperturismo e appelli al ritorno alla vita e al non gestire la cosa pubblica con eccessiva carica ansiogena e limitante verso i cittadini, sono infatti i governatori del Nord a imporre a Mario Draghi la linea dura su nuove limitazioni per i non vaccinati. E qui si apre un’altra partita, uno scenario nello scenario. Perché se dopo aver predicato prudenza per 48 ore, l’esecutivo dovesse capitolare e mostrare il pugno di ferro, altre due dinamiche verrebbe disvelate.

Primo, si cerca lo scontro sociale. Come già accade nelle strade di Rotterdam, L’Aja, Bruxelles, Vienna. Secondo, Mario Draghi ha deciso di andare al Quirinale. Perché varcare il Rubicone del divieto di utilizzo dei mezzi pubblici ai non possessori di green pass – in assenza però di obbligo vaccinale, come si sente ventilare – si configurerebbe platealmente come sequestro di persona. E Mario Draghi non è uomo che voglia seguire proprio l’esempio di Matteo Salvini e dover avere a che fare con i tribunali. I mezzi pubblici, di fatto, sono tra i pochi luoghi della società dove la mascherina è ancora obbligatoria. Per tutti, vaccinati e non. Basta aumentare le corse e installare degli ionizzatori come fatto in Israele per renderli totalmente sicuri (e, magari, ridurre contestualmente anche un po’ il traffico veicolare privato). Perché se tu Stato non ti prendi l’onere di impormi l’obbligo del vaccino, allora non puoi vietarmi di muovermi. Perché io al lavoro devo poterci andare e, se non vaccinato, già oggi magari lo faccio pagandomi il tampone, il quale invece nell’Austria del lockdown è gratuito per tutti i lavoratori che lo necessitino.

Vuoi, sempre come sembra, eliminare la possibilità di ottenere il green pass con il tampone, vincolandolo unicamente alla vaccinazione o alla guarigione? Devi mettere l’obbligo vaccinale come in Austria. Altrimenti, il primo Tar con ancora un minimo di indipendenza e senso del diritto ti smonta l’intero impianto come mezza sentenza. E Mario Draghi lo sa. Benissimo. Se quindi accetta la linea dura delle Regioni, è perché sa che quando arriverà il redde rationem politico-giuridico di questo periodo di quarta ondata, lui sarà al Colle. Intoccabile, praticamente. Lontano da beghe e polemiche.

In compenso, lo stesso Massimiliano Fedriga che vuole imporre un’impronta da law and order alle nuove linee guida di contrasto pandemico è, oltre che il presidente della Conferenza delle Regioni, anche il governatore del Friuli-Venezia Giulia. Non solo Regione a forte rischio di cambio immediato di colore, ma anche epicentro del nuovo contagio, a detta di molti. E quasi tutti convinti che il motivo scatenante siano state le proteste no-vax senza precauzioni, in primis quelle molto a orologeria al porto di Trieste. Balle. La ragione sta nel fatto che ogni giorno in quella Regione entrano – senza alcun controllo sanitario alla frontiera – 12.000 lavoratori pendolari sloveni, Paese con un’incidenza di contagi al livello dell’Austria, come mostra questo grafico contenuto nello studio ad hoc appena pubblicato da Deutsche Bank: un tampone su due è positivo.


Il buon Fedriga, così rigido e draconiano nel voler imporre restrizioni ai non vaccinati, non si era accorto di questo quotidiano flusso biblico di potenziali vettori di contagio nel suo territorio? Perché oggi strepita per vietare i mezzi pubblici e imporre il lockdown ai non vaccinati su tutto il territorio nazionale ma non si è sentito un fiato al riguardo di questa criticità enorme e tutta di sua competenza locale, anzi ha pateticamente sposato per giorni la vulgata del cluster triestino da assembramento no-vax?

Capite perché dico che ormai la rappresentatività in questo Paese è ridotta a pericolosa barzelletta, tanto da intravedere ormai la deriva in farsa? In compenso, l’agenda parallela prosegue alla grande. Con un’Europa ridotta come quella mostrata dalla cartina iniziale, quale falco oserà dire qualcosa al board Bce del 15-16 dicembre, quando verrà annunciato il prolungamento degli acquisti anche dopo il 31 marzo 2022? Unite questo agli aiuti di Stato già prorogati dalla Commissione Ue e fatevi un’idea di dove finiranno i deficit sovrani, da qui alla fine del prossimo anno.

Signori, nessun pasto gratis: occorrerà ripagare tutto. Con le vostre pensioni, in primis. Dopo toccherà a figli e nipoti. E poi, quale miglior strategia che far balenare il rischio di un cenone di Natale con la mascherina e solo quattro invitati, al fine di spostare l’attenzione generale dal fatto che un fondo Usa voglia acquistare TIM? Oltretutto, saltando fuori con un blitz d’altri tempi proprio adesso (timing politicamente perfetto, non a caso si è andati giù generosi con la valutazione dell’azienda, a livello di prezzo dell’offerta per azione) e con anticipazione sul Corriere della Sera, quasi si trattasse della versione economica dell’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi? E poi, chi parla più di Mps? E delle altre 72 crisi che giacciono senza soluzione sul tavolo dei ministri Orlando e Giorgetti?

E non sentite puzza di bruciato nell’aumento esponenziale di interviste allarmate di banchieri ed economisti, ultima quella dell’ad di Intesa Sanpaolo domenica su Repubblica, rispetto alla nuova ondata che metterà a rischio la ripresa e, quindi, anche il mitologico Pil al 6%? Ma, soprattutto, chi parla del fatto che fra 48 ore atterrerà a Roma il Presidente francese Emmanuel Macron per firmare il cosiddetto Patto del Quirinale di collaborazione fra Italia e Francia in campi di interesse strategico come economia, difesa, immigrazione e industria? Un patto dei cui contenuti concreti, il Parlamento – un tempo sovrano – è totalmente all’oscuro. Come d’altronde accaduto per la Manovra economica 2022, arrivata blindata già in CdM. Siete sicuri di vivere ancora in una democrazia o non, piuttosto, in una viruscrazia?

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