L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 15 novembre 2021

Finché la Bce farà la banca centrale di ultima istanza, i rischi per il deficit statale sono sotto controllo, se ritorna l'AUSTERITÀ ESPANSIVA ricominciano i dolori e più forti di quelli di prima


Asta Bot da record: ecco a cosa serve una banca centrale

-14 Novembre 2021
Roma, 14 nov – Pressioni inflazionistiche? Il pericolo di recrudescenza della pandemia e, dunque, i rischi sulle previsioni di crescita? Preoccupazioni che non sembrano agitare gli investitori. Almeno a dare uno sguardo all’ultima asta dei Bot a 12 mesi, che ha fatto segnare un nuovo record storico. Dimostrando ancora una volta che la finanza pubblica non è questione di “mercato”, bensì di politica monetaria.

Un’asta Bot che spiazza tutti i record

Con un rendimento che ha toccato il -0,533%, il titolo ad un anno tocca il livello più basso di sempre. Mai un’asta dei Bot aveva raggiunto livelli così sotto lo zero. Non inganni il segno meno, che non comporta nulla di negativo, anzi: significa che, a scadenza, il ministero dell’Economia dovrà restituire meno di quanto preso a prestito.

Un’improvvisa ondata di fiducia ha colpito l’Italia? Finalmente, magari grazie al governo Draghi, abbiamo colmato il deficit di credibilità? Questo sembrano raccontarci i rendimenti lungo la curva delle scadenze dei titoli del debito, in certi punti persino più bassi rispetto a qualche mese fa. Una narrazione che, tuttavia, lascia il tempo che trova. In virtù delle potenziali problematiche evidenziate in apertura, sarebbe quantomeno lecito attendersi maggiori turbolenze sui mercati. E invece calma piatta.

Guardare alla Bce

Il motivo è presto detto e non ha nulla a che fare con la retorica sull’affidabilità (o meno) delle nostre finanze. Più che a via XX Settembre, bisogna guardare all’Eurotower. Nonostante gli annunci sulla fine del programma di acquisto “pandemico”, la Bce non sembra infatti orientata a frenare in alcun modo gli acquisti dei titoli. Plausibile che, come già avvenuto con il Quantitative Easing, la fine del Pepp non significhi chiusura dei rubinetti. Casomai ci fosse ancora bisogno di spiegare a cosa serve una banca centrale che, per quanto incidentalmente, fa il proprio mestiere di prestatore di ultima istanza, l’ultima asta dei Bot (e la sostanziale chiusura dello spread dopo i recenti incrementi) è per l’ennesima volta lì a dimostrarlo.

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