L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 14 novembre 2021

Flop flop flop. Prima progettano con meticolosa accuratezza la gabbia del Recovery Fund e poi cominciano a lanciare grida d’allarme quando il meccanismo infernale del Pnrr rischia di stritolarli. Terza possibilità: fare in fretta e poi farsi sanzionare per aver lasciato spazio a FRODI&CORRUZIONI

Troppe cabine di regia per il Pnrr?


14 novembre 2021

A che punto è l’Italia con il Pnrr? Fatti, approfondimenti e dubbi (anche dell’ambasciatore Nelli Feroci). L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Prima progettano con meticolosa accuratezza la gabbia del Recovery Fund e poi cominciano a lanciare grida d’allarme quando il meccanismo infernale del Pnrr rischia di stritolarli.

Ci pare questa la sintesi per descrivere quanto accaduto dallo scorso 22 giugno — quando Ursula Von der Leyen e Mario Draghi fecero la passerella a Cinecittà per annunciare l’approvazione del piano italiano da parte della Commissione — ad oggi. Si sta puntualmente verificando ciò che abbiamo scritto per mesi, a partire da luglio 2020, e poi a settembre, quando furono pubblicate le linee guida della Commissione per la redazione dei piani nazionali e per la gestione dei fondi. Bastava leggere i documenti per prevedere cosa sarebbe accaduto al momento dell’impatto tra tale diluvio di burocrazia e la nostra pubblica amministrazione.

Nelle ultime settimane ormai abbiamo perso il conto delle interviste rilasciate da Presidenti di Regione e sindaci per lamentarsi della materiale impossibilità di affrontare una simile mole di attività progettuali. Ma giovedì ci ha pensato l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci sul Foglio a ripetere ciò che i nostri lettori sanno da tempo e lanciare un autorevole grido d’allarme. Autorevole, perché il lungo curriculum di Nelli Feroci nei corridoi e nelle stanze che contano a Bruxelles ci autorizza a pensare che abbia proprio raccolto in quelle sedi le preoccupazioni manifestate al Foglio. “Le cabine di regia stanno diventando troppe, una pletora e non sempre aiutano” e, riferendosi a Draghi, aggiunge che “l’Europa comincia a chiedersi cosa gli lasceranno fare i partiti. L’episodio del ddl Concorrenza è stata una spia”. Secondo Nelli Feroci “il monitoraggio è pesante, a tratti intrusivo” ma “il meccanismo è giustificato. Si tratta di un gioco complesso ma vale la pena giocare” sapendo però che da Bruxelles ci osservano “in maniera critica” e che “l’Italia è ancora in mezzo al guado […] Non siamo usciti dall’emergenza. Ci stiamo dentro”, conclude l’ambasciatore, le cui parole suonano come una frustata sulla schiena del governo e come un monito verso chi, a vari livelli (Parlamento ed enti locali) si illude di poter fare qualcosa di diverso dalla mera esecuzione di decisioni prese altrove già molto tempo fa.

Se l’invito che arriva da Bruxelles, per interposto ambasciatore, è questo, allora è bene essere chiari: il vizio è talmente alla radice da non essere estirpabile. Pensare che Bruxelles potesse erogare denaro “a fondo perduto” senza condizioni e controlli era pia illusione. Se il condominio usa la propria cassa – peraltro alimentata dai contributi dei condomini – è proprio per decidere perfino il colore delle piastrelle del bagno di ogni singola abitazione. È un suo diritto/dovere. Il problema è che i condòmini sono Stati sovrani dotati di presìdi di legalità e democrazia che non si possono cancellare con un tratto di penna. Da qui l’affastellarsi di organi di coordinamento (cabine di regia, segreteria tecnica) e produzione normativa (ormai si sprecano i decreti legge approvati a colpi di voti di fiducia, da quello per la governance a quello per l’attuazione del Pnrr) nel titanico sforzo di conciliare rapidità e rispetto per le regole. Senza mai dimenticare che tutta questa montagna, dovrebbe riuscire a partorire solo un topolino: riportare gli investimenti pubblici al livello in cui erano prima della crisi del 2008-2009, dopo la quale dieci anni di scellerati tagli imposti dalla Ue ci hanno costretto a scendere a livelli irrisori.

Ci ritroviamo quindi tra Scilla e Cariddi: per fare presto, dobbiamo mettere a tacere Parlamento, enti locali e pure la magistratura; oppure per fare bene, dobbiamo mancare le scadenze previste da Bruxelles.

C’è pure la terza possibilità: fare in fretta e poi farsi sanzionare per aver lasciato spazio a frodi e corruzione.

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