L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 novembre 2021

I riverberi della guerra in Euroimbeilandia si vedono anche in Italia. L'AUSTERITÀ ESPANSIVA combattuta dal DEBITO "BUONO". La Bce deve continuare a svolgere il compito di banca centrale prestatore di ultima istanza?

Debito “buono”, Draghi tira un calcio al rigore: la strana guerra dei prof bocconiani

17 Novembre 2021


Debito “buono”, debito “cattivo”: questa distinzione, cara a Mario Draghi, sta producendo una inconsueta lotta intestina tra bocconiani.

Il bocconiano Mario Monti se la prende con il bocconiano Francesco Giavazzi, reo di aver pronunciato parole inaudite: «Il debito – ha detto l’economista in un convegno a Bergamo – è un concetto del secolo scorso». Tu Quoque Francesco! Anche tu ti unisci al coro delle cicale.
Non ci sarebbe da preoccuparsi se Monti non fosse un ex premier e se Giavazzi non fosse il consigliere economico dell’attuale premier. Oltre la disputa accademica c’è qualcosa di più grave: sullo sfondo si intravedono poco rassicuranti scenari europei.

Ma procediamo con ordine. Venerdì scorso, durante il Festival Città-Impresa, Giavazzi ha liquidato in poche battute il moloch del debito affermando che la «qualità giustifica la spesa» e che i buoni progetti meritano di essere finanziati. Parole sorprendenti, visto che l’economista è un assertore, anche attraverso i suoi editoriali sul “Corriere della Sera”, dei dogmi liberisti-monetaristi. Invece stavolta ha cambiato rotta. Il debito “buono”, come dice Draghi, fa bene al Pil. Diventa “cattivo” quando è improduttivo.

Dopo due giorni arriva la “scomunica” di Monti. Il professore -sempre sul “Corriere”-mette in guardia dal «nuovo paradigma» della spesa facile. L’ex premier non cita espressamente Giavazzi, ma il riferimento è chiaro -almeno per gli addetti ai lavori- quando parla di «alcuni economisti» che si farebbero alfieri di politiche spendaccione.

Dopodiché punzecchia direttamente Draghi: «Si è avuta l’impressione che il governo abbia teso a diluire e ritardare gli aspetti più incisivi delle riforme». Questo –argomenta caustico – «si può capire in un “governo balneare”, non in un governo Draghi». E poi la stoccata finale: il termine “debito buono” va usato con «estrema parsimonia». È un attacco duro. E anche curioso, visto che è mosso da un ex premier “tecnico” contro un altro premier “tecnico”.

Questa sortita lascia immaginare che presto sarà scontro, dentro l’Ue, sul patto di stabilità. Non per niente Monti è uno dei maggiori punti di riferimento italiani dei rigoristi europei, che stanno affilando le armi contro un’Italia pronta, proprio in nome del “debito buono”, a chiedere meno rigore sul fiscal compact.

Oggi c’è pace armata in attesa del nuovo governo tedesco. Conforta sapere che non parteciperà alla contesa il falco Jens Weidmann, non più a capo della Bundesbank. Monti ci fa però capire che i falchi potranno presto tornare a volare. Certo è che non troveranno più scontato sostegno nella Bocconi, diventata teatro di un inedito scontro tra economisti. L’avvento di Draghi non ha diviso solo l’opposizione. Ha spaccato anche il fronte del rigore, senza risparmiare i grandi (e)lettori del “Corriere della Sera”.

Aldo Di Lello

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