L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 novembre 2021

La crisi deflattiva del 17 settembre del 2019 ha spinto e continua ad esigere che le banche centrali continuino ad iniettare nel sistema miliardi. L'inflazione "transitoria" pretende i rialzi dei tassi. Un bel dilemma per le banche centrali

DATAGLOBE
Inflazione: uno spettro si aggira per...il mondo

12 novembre 2021

“Come fai, sbagli”, dice il proverbio. E c’è da credere che in queste settimane sia ciò che passa per la mente ai governatori delle banche centrali di tutto il mondo avanzato, da Washington a Francoforte, da Londra a Tokyo. E, statene certi, negli ultimi due giorni è passata anche spesso per la testa dei frequentatori dello Studio Ovale. Perché, se Biden ha trascorso il suo primo anno di presidenza a varare (o cercare di varare) stimoli su stimoli, dagli aiuti economici “anti-Covid” da 1.900 miliardi di dollari al piano per le infrastrutture da 1.200 miliardi, adesso si starà chiedendo se tutto quello stimolo non sia forse un po’ troppo, tanto da avere già dato il via a un’affannosa corsa ai ripari. Le cause di tanto cruccio? L’inflazione.

A ottobre, i prezzi al consumo USA sono saliti al ritmo più rapido degli ultimi 30 anni: +6,2% rispetto a dodici mesi fa. È il sesto mese consecutivo in cui l’inflazione americana si attesta sopra al 5% annuo, e l’ottavo mese in cui supera la soglia “desiderabile” del 2%. E, a vedere il trend, c’è chi teme che abbia ancora spazio per salire.

Qualcosa di simile sta accadendo in Europa, in maniera sinora appena più moderata: secondo Eurostat, l’inflazione annualizzata a ottobre ha toccato il 4,1%, ed è il quarto mese consecutivo in cui si supera il target del 2%. C’è da dire che nei fatti le due regioni nel mondo stanno vivendo “crisi gemelle”, se si considera che dal 2016 a oggi l’inflazione europea è sempre stata (di poco) inferiore rispetto a quella americana, e che dunque anche la più scarsa inflazione dell’Eurozona non faccia che proseguire lungo un trend di lungo corso.

Problema globale

Come abbiamo spiegato a settembre, parte di questo aumento dei prezzi era prevedibile, dopo la peggiore recessione da decenni e l’altrettanto rapida (e, in gran parte, inattesa) ripresa della produzione e dei consumi. Se la pandemia aveva fatto crollare l’inflazione americana, e addirittura portato l’Eurozona in deflazione (non accadeva dal 2016), il rimbalzo era atteso. Il problema, adesso, è che c’è ragione di credere che possa essere prolungato.

Si tratta peraltro di un problema certamente più “globale”, se si pensa che persino in Cina l’inflazione annualizzata, se misurata al punto di produzione (cioè sui prezzi che pagano i grossisti), a ottobre ha raggiunto il 13,5%. Persino superiore rispetto al +10,7% fatto segnare a settembre, a sua volta il valore più alto dal 1995.

Le cause all’origine

Certo, non c’è dubbio che l’aumento dell’inflazione generale sia fortemente legato a quello dei prezzi dell’energia. D’altronde i prezzi del petrolio hanno ormai superato gli 85 dollari al barile, mentre sul mercato spot europeo il gas naturale si attesta sui 70 euro al MWh: in discesa rispetto ai picchi di ottobre, ma comunque ancora quadruplo rispetto ai prezzi di inizio 2021. Negli USA l’aumento dei prezzi dell’energia (+30% in dodici mesi) e della benzina in particolare (+50%) sono stati cruciali nel trascinare in alto i prezzi a ottobre. Ma ad aumentare considerevolmente sono stati anche i prezzi del cibo, e quelli di auto e camion nuovi e usati (in parte anche a causa dei problemi di approvvigionamento che continuano ad affliggere le catene di produzione globali). Eppure, anche escludendo energia e cibo e calcolando la “core inflation”, il valore resta comunque sul +4,6%: il livello più alto dal 1991.

Insomma, l’inflazione degli ultimi mesi sembra più persistente di quanto potessimo inizialmente immaginare. E questo mette sotto pressione le banche centrali (la FED e la BCE), che vorrebbero dare segnali di continuo sostegno all’economia, ma che adesso si trovano di fronte a spinte inflazionistiche che, in tempi normali, giustificherebbero un rialzo dei tassi d’interesse. E cattive notizie arrivano anche per il resto del mondo, che dovrà prepararsi ai possibili effetti di un periodo di tapering simili a quello vissuto nel 2013 (il famoso taper tantrum), con probabili fughe di capitali che tornano verso gli States (e l’Eurozona?) che potrebbero mettere a rischio la sostenibilità del debito di molte economie emergenti e paesi a basso reddito.

Mercati in fermento

Ancora difficile dire se sia davvero questa la prospettiva che ci attende per il 2022. Di certo se lo attendono i mercati, che negli ultimi giorni hanno scommesso sul dollaro (che si è leggermente apprezzato rispetto a molte valute), perché gli operatori riacquistano dollari oggi, che costano poco, in attesa che la FED rialzi i tassi di interesse per poterli rivendere a chi cercherà di rientrare negli USA più avanti nel tempo. Un trend uguale e contrario alla vendita dei titoli di stato americani di più breve periodo, che segnala che gli stessi operatori vogliono liberarsi di titoli che rendono poco per avere le mani libere e poter acquistare nuove emissioni che, a breve, potrebbero rendere di più.

Insomma, cattivi segnali per il mondo. Che vorrebbe non dover pensare ai rischi di stagflazione in un momento in cui la ripresa globale rimane ancora facile. Ma che, soprattutto, avrebbe certo preferito che le politiche monetarie espansive di FED e BCE durassero ancora per un po’.

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