L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 novembre 2021

La furia iconoclastica di distruggere la sanità pubblica, privatizzare tutto e velocemente è l'ideologia sposata in Occidente, imposta dal CAPITALISMO GLOBALE TOTALITARIO. Il covid ha messo in luce quest'aspetto non secondaria della direzione imposta in occidente

L'effetto "devastante" della pandemia sulle infermiere

 
Infermiera nel reparto di cure intensive per pazienti Covid-19 al Centro ospedaliero universitario di Losanna (CHUV), 6 novembre 2020. Keystone / Jean-Christophe Bott

Dalla nostra inchiesta del 2020 sulle condizioni di lavoro delle infermiere negli ospedali in Svizzera era emerso un quadro desolante: stress, malcontento e frustrazione erano all'ordine del giorno. Che cosa è cambiato con la pandemia di coronavirus?

Questo contenuto è stato pubblicato il 16 novembre 2021 - 17:2416 novembre 2021 - 17:24
Luigi Jorio
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"Le ore supplementari sono quasi la norma". "C'è un'enorme pressione al risparmio. Anche i medici hanno una grossa mole di lavoro, ma perlomeno sono pagati bene. "A un certo punto non ce la fai più e crolli, ma questo al datore di lavoro non interessa". "Se potessi cambierei mestiere".

Sono alcune delle testimonianze che avevamo raccolto tra le infermiere degli ospedali svizzeri nei primi mesi dello scorso anno. Ancora prima dello scoppio della pandemia, molte di loro ci avevano parlato di un lavoro estenuante e poco riconosciuto. Una professione che avevano scelto per vocazione o passione, che col tempo aveva però disilluso le loro aspettative.

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Infermiere in Svizzera, eroine stressate e sottopagate


Oltre un anno e mezzo dopo, la situazione non è migliorata, anzi. "La pandemia ha avuto un effetto devastante", afferma a SWI swissinfo.ch Pierre-André Wagner, responsabile del servizio giuridico dell'Associazione svizzera delle infermiere e infermieri (ASI).

"Siamo esausti"

La prima ondata è stata gestita e sopportata relativamente bene dalle infermiere, perché c'era la speranza che con un grande sforzo saremmo usciti presto dalla pandemia, ricorda Wagner. "Tuttavia, quando hanno capito che le condizioni di lavoro o i salari non sarebbero migliorati, sono state prese da rassegnazione, collera e frustrazione. La popolazione ha applaudito e riconosciuto il loro lavoro, ma la politica non ha fatto nulla".

Ancor più desolante è il vero e proprio "esodo" che ne ha fatto seguito, con infermiere che abbandonano la professione le une dopo le altre, ciò che accresce il carico di lavoro per quelle rimaste, rileva Wagner. Nei reparti di cure intensive, gli effettivi sono calati del 10-15%.

"Colleghi che prima non si erano mai lamentati dicono che ora non ce la fanno più (…) Dopo 18 mesi di pandemia siamo esausti (…) Non abbiamo più tempo di occuparci dei pazienti nel modo in cui vorremmo fare secondo i nostri principi di base. Ho sempre più spesso la coscienza sporca nei confronti dei pazienti", racconta al giornale regionale SarganserländerLink esterno un'infermiera impiegata in un reparto di cure intensive della Svizzera orientale.

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Eroi senza maschera


Niente lockdown senza tagli nella sanità

L'unico "merito" della pandemia è stato di esporre alla luce del sole i problemi emersi durante l'inchiesta [di SWI swissinfo.ch], poiché ha portato alla loro esacerbazione, dice Pierre-André Wagner. "È risultato evidente che quando si parla dell'importanza sistemica delle infermiere non si parla solo del sistema sanitario, ma dell'intera società".

L'avvocato e infermiere fa riferimento alla chiusura delle attività non essenziali e al confinamento decretato nel marzo dell'anno scorso. "Già in circostanze normali, gli ospedali in Svizzera lavoravano al limite delle loro capacità. Con la pandemia, abbiamo dovuto bloccare la società per evitare di sovraccaricare i reparti di pronto soccorso e di cure intense. Ma tutto questo non sarebbe stato necessario se negli anni precedenti non avessimo tagliato nella sanità e avessimo al contrario incrementato gli effettivi del personale curante".

Cure infermieristiche alle urne

La pandemia sta comunque avendo un risvolto positivo, almeno a prima vista, nota Wagner. "Si osserva una leggera crescita delle iscrizioni alle scuole di cure infermieristiche, dovuta probabilmente al maggior prestigio di cui gode la professione nell'opinione pubblica. Temo però che si tratti di un fenomeno passeggero: la disillusione delle studentesse sarà molto grande quando saranno confrontate con la realtà del mestiere".

Pagati troppo poco per quello che fanno

L'Osservatorio svizzero della salute (OBSAN) rileva che oltre il 40% delle infermiere e degli infermieri abbandonano prematuramente la professione. Un terzo di loro ha meno di 35 anni.

Un miglioramento delle condizioni di lavoro consentirebbe di ridurre gli abbandoni precoci e di contrastare così la penuria di personale qualificato nel settore, secondo uno studioLink esterno di lunga durata della Scuola universitaria professionale di scienze applicate di Zurigo (ZHAW), pubblicato a fine ottobre.

L'indagine evidenzia che le aspettative della vita professionale non coincidono con la percezione della realtà lavorativa. Sei anni dopo l'inizio dell’attività professionale, nove infermieri diplomati su dieci possono figurarsi di continuare a lavorare nel settore anche nei successivi dieci anni, ma solo se le condizioni di lavoro dovessero migliorare, afferma il responsabile dello studio René Schaffert, citato in un comunicato.

 
Manifestazione del personale di cura per migliori condizioni di lavoro, Lucerna, 27 ottobre 2020. Keystone / Urs Flüeler

La ricerca rivela discrepanze tra le aspettative e la realtà anche in altri aspetti della professione, come ad esempio lo stipendio. "Per gli infermieri un buon salario non è la questione centrale, ma sentono di essere pagati troppo poco per quello che fanno", precisa Schaffert. Inoltre, il 57% delle persone interpellate si aspetta un maggiore sostegno da parte della direzione, cosa che secondo il collaboratore della ZHAW "è indice di un forte bisogno di un maggiore apprezzamento da parte dei datori di lavoro e della società".

Le infermiere non capiscono perché tutte le organizzazioni mantello padronali del settore sanitario si oppongono all'iniziativa popolare sulle cure infermieristiche [su cui si voterà il prossimo 28 novembre, vedi dettagli nel riquadro più sopra], afferma Pierre-André Wagner dell'ASI. "Questa posizione è un fattore supplementare di frustrazione. Le infermiere si sentono tradite dai loro datori di lavoro".

Quanto guadagna il personale infermieristico?
Aiutare il personale di cura con il vaccino

Stefan Althaus, responsabile della comunicazione dell'Associazione degli ospedali svizzeri (H+), conferma che la pandemia ha lasciato tracce tra il personale, che è "stanco ed esaurito". Ha inoltre accentuato la penuria di lavoratori qualificati, in particolare nel settore delle cure specializzate come le terapie intensive.

"Tuttavia, non bisogna dimenticare che la società ha modo di aiutare il personale ospedaliero vaccinandosi, in quanto il vaccino riduce le ospedalizzazioni", indica in una e-mail a SWI swissinfo.ch.

Il rapporto 2021 dell'OBSAN sulle cure ha mostrato che gli sforzi forniti finora nell'ambito dell'istruzione e della formazione hanno fatto una differenza, ma non ancora in maniera sufficiente, nota Althaus. "Il controprogetto all'iniziativa sulle cure infermieristiche offre una soluzione immediata per rimediare alla penuria di lavoratori qualificati".

Per il rappresentante di H+, l'esigenza di migliori condizioni di lavoro e più personale non può essere risolta a livello costituzionale. Ci vuole invece un dialogo tra i partner sociali e vanno create delle condizioni quadro finanziarie e tariffarie per gli ospedali conformi all'assicurazione sanitaria di base (LAMal).

"Ogni volta che chiediamo un miglioramento delle condizioni di lavoro o delle dotazioni di personale la risposta è sempre la stessa: non ci sono i soldi", deplora Pierre-André Wagner. Secondo il collaboratore dell'ASI, il problema è molto più ampio e va oltre l'attuale crisi sanitaria. "La concezione del nostro sistema di cure è sbagliata: è considerato come un settore economico in cui l'obiettivo è la redditività, quando invece dovrebbe essere un servizio pubblico".

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