L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 21 novembre 2021

l’aria che tira è quella di una sempre più disperata, affannosa e quindi sconclusionata ricerca del capro espiatorio per giustificare la trasformazione alle porte di una narrativa dell’economia che scoppia di salute in una che mantiene di reale e tangibile solo lo scoppio

La ripresa è a rischio, allora si vieta il bus: tanto il virus arriva pacifico dalla Slovenia

21 Novembre 2021 - 09:08

La ricerca di un capro espiatorio per il redde rationem economico è al suo zenit. D’altronde, chi si preoccupa di Tim in mano Usa o del Patto del Quirinale con Parigi, quando c’è il cenone a rischio?


Quando i grandi quotidiani cominciano a ospitare lenzuolate di interviste a banchieri e imprenditori per segnalare come la ripresa sia a rischio, meglio mettere l’elmetto. Perché in realtà significa che l’unica contingenza entrata in traiettoria di schianto è la narrativa finora venduta al Paese.

Di colpo, l’inflazione è un problema. Di colpo, i colli di bottiglia sulla supply chain rappresentano un freno. Di colpo, soprattutto, una nuova ondata di restrizioni rischia di bruciare e incenerire il mitologico 6% di crescita. Sembra un percorso già tracciato, una sorta di copione. E se lo sembra, facilmente lo è. Sullo sfondo, l’accavallarsi di criticità tipiche di un’enorme allucinazione collettiva che giunge al termine. Stando ai quotidiani in edicola, il governo starebbe addirittura studiando misure restrittive per l’utilizzo dei mezzi pubblici: ovvero, senza green pass non si sale su autobus e metropolitana.

Quindi, non si va a lavorare. Salvo potersi permettere un tampone e due corse in taxi al giorno per arrivare in fabbrica o in ufficio. Di fatto, un freno alla produttività. Nel pieno del rallentamento potenziale denunciato con tanto allarme da banchieri e imprenditori. Della ripresa a rischio. Strana ricetta. Somiglia un po’ a quella della Bce, la quale intende contrastare l’inflazione limitandosi a osservarla e, anzi, prolungando le politiche espansive che la favoriscono anche dopo il 31 marzo. Eppure, i mezzi pubblici rappresentano una delle poche isole rimaste esenti dal liberi tutti: quantomeno, la mascherina è rimasta obbligatoria. Il vero, unico scudo contro il virus, se indossata correttamente.

Certo, il sovraffollamento non giova. Anzi. Basterebbe ridurre la capienza massima, aumentando però drasticamente il numero di corse: perché quindi intervenire così duramente sul trasporto pubblico, spalancando la porta a rilievi di incostituzionalità palesi che potrebbero far saltare l’intero impianto di limitazioni per non vaccinati alla prima sentenza del TAR? Chissà, l’aria che tira è quella di una sempre più disperata, affannosa e quindi sconclusionata ricerca del capro espiatorio per giustificare la trasformazione alle porte di una narrativa dell’economia che scoppia di salute in una che mantiene di reale e tangibile solo lo scoppio.

Tutti ricordiamo come nei giorni seguenti alla crisi del porto di Trieste, virologi e politici non avessero dubbi: il Friuli-Venezia Giulia era l’avanguardia del nuovo cluster italiano a causa delle manifestazioni. Ora, invece, si scopre che quel poco piacevole status di Regione focolaio è data da altro. Per l’esattezza da questo:

Numero di nuovi contagi per milione di abitanti nei vari Paesi (media a 7 giorni) Fonte: Deutsche Bank

ovvero, il fatto che la Slovenia sia a livelli dell’Austria come numero di contagi, tanto da dover fare silenziosamente i conti con un tampone positivo ogni due. Ebbene, ogni giorno 12.000 lavoratori frontalieri sloveni raggiungono Trieste e il resto della Regione senza alcun controllo alla frontiera. E, a quanto pare, nemmeno sui luoghi di lavoro.

E non siamo di fronte a un’ipotesi giustificazionista, ora sono gli stessi vertici regionali a dirlo chiaramente. Peccato che a capo di quell’Ente locale ci sia Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni e pasdaran della linea dura rispetto alla ghettizzazione dei non vaccinati nostrani. Sarebbe stata proprio la pressione di Fedriga e degli altri presidenti di Regione ad aver convinto il governo al giro di vite preventivo, quello che nei titoli di giornale servirebbe a salvare il Natale: compresa la geniale intuizione dei mezzi pubblici solo con green pass. Tanto il virus arriva in automobile e senza controlli dalla Slovenia (e dall’Austria, anch’essa confinante).

Il non sense al potere. O, forse, qualcos'altro. Perché se il grafico pubblicato poc'anzi fa parte di uno studio condotto da Jim Reid di Deutsche Bank, significa che c’è qualcosa di insito nella logica dei lockdown che interessa direttamente e molto i mercati. Ad esempio, il livello di contagi della Germania. Molto inferiore a quello di altri Paesi ma accomunato in tutti i tg alla situazione austriaca. La quale, fra l’altro, giova sottolineare come sconti questa dinamica:

Numero di tamponi eseguiti ogni mille abitanti in Austria, Ungheria, Croazia, Usa e Germania Fonte: Our World in Data

Vienna ha sempre eseguito un numero di tamponi ogni 1.000 abitanti più alto della media europea ma, come si nota, nell’ultimo periodo questo screening è aumentato drasticamente. Prima che esplodesse il caso, quasi a voler rendere nota una situazione latente.

E che è coincisa con la defenestrazione del cancelliere Sebastian Kurz per il gravissimo reato di aver pagato con soldi pubblici un sondaggio elettorale. O, forse, con la colpa non penalmente perseguibile ma politicamente imperdonabile di eccessivo avvicinamento all'Ungheria: non tanto e non solo per il passato asburgico, quanto per una critica frontale a determinate politiche della Commissione Ue. In primis, quelle migratorie. Stranamente, infatti, l’esplosione del caso Kurz è coincisa con lo schieramento del governo austriaco al fianco di quello di Budapest nel chiedere un rafforzamento dei confini europei in risposta ai potenziali flussi in arrivo dall'Afghanistan tornato sotto il regime talebano.

Ovviamente, solo coincidenze. Come quella che vede il nostro Paese totalmente anestetizzato dalla nuova ondata di Covid e dall’incubo lockdown, quindi assolutamente indifferente a inezie come la Manovra economica terminata in mezzo al guado delle diatribe di partito, lo spread che non si schioda da quota 120 e che dipende sempre più da una Bce in stato confusionale o i fondi del PNRR sempre più a rischio di ritorno in Europa causa incapacità di spesa degli Enti locali oppure ancora di Tim pronta a terminare in mano statunitense, stante l’offensiva del fondo KKR.

Oppure dell’arrivo a Roma di Emmanuel Macron con giovedì prossimo per la firma del famoso patto del Quirinale che integrerà Roma e Parigi su sicurezza, difesa, economia, istruzione e politiche migratorie. Senza che il Parlamento ne sappia nulla e con il Presidente della Repubblica che lo siglerà in uscita nell’arco di poche settimane. Ovviamente, tutte coincidenze. Guai a pensare male, il problema sono i no-vax che ci rovinano il Natale.

Nessun commento:

Posta un commento