L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 novembre 2021

“l’austerità in Italia è stata poca, se ce ne fosse stata di più.” IERI. OGGI c'è il deficit buono e quello cattivo. Si nella loro testa tarlata e piena di buchi

Draghilandia: le manovre per produrre povertà e gli sciamani del liberismo

Ma di questi c’è da fidarsi? Vedete voi. Però, se vi aspettate che languano in qualche oscura patria galera per i disastri combinati, vi sbagliate

di Pietro De Sarlo - 18 Novembre 2021 - 15:41


Dopo aver rischiato di far naufragare il progetto europeo e l’euro, aver provocato danni in Grecia, nei paesi del Sud Europa e in Italia e aver causato un aumento spropositato delle povertà l’ideologia liberista è finita e lo certificano gli stessi protagonisti di quella triste stagione. Ma che fine hanno fatto gli ascari del rigore e del liberismo, soprattutto nel Bel Paese?

Prendiamo Francesco Giavazzi. Aspetto ieratico, termine fisso di umano consiglio e faro di ortodossia liberista turbocompressa: un mito. Consulente di gran parte dei governi degli ultimi 20 anni: da D’Alema, per la rivoluzione liberista, a Monti, per la spending rewiew, fino a diventare guru senior di Mariotto nostro. Draghilandia senza Giavazzi non sarebbe la stessa.

Nel 2019 pubblicò un libro, con Alberto Alesina, parce sepulto: “Austerità, quando funziona e quando no”. Tesi del libro? La spiega nella prefazione Ferruccio De Bortoli: “l’austerità in Italia è stata poca, se ce ne fosse stata di più.” Come i medici del Medioevo che dicevano che per guarire dalla peste occorrevano flagellazioni e salassi. La peste non passava e loro affermavano che i salassi erano stati pochi e le flagellazioni somministrate con scarso entusiasmo.

Inutile far notare i disastri dell’austerità di Monti in esecuzione delle direttive di Draghi – Trichet e che molti sostengono ci sia costata 300 miliardi di PIL. Il campione del turbo liberismo Giavazzi ci spiega che: “La tempistica delle politiche fiscali è questione complicata; come diceva Milton Friedman, ci sono ritardi lunghi e variabili tra il momento in cui si decide una politica, la sua attuazione e il prodursi dei suoi effetti.”

Come gli sciamani: la tempistica della pioggia è questione complicata. Ci sono ritardi lunghi e variabili da quando si fa la danza della pioggia e quando poi piove. Insomma è una questione di fede!

L’apodittica di Giavazzi non finisce qui: “…una revisione in chiave restrittiva delle norme che regolano l’accesso a un programma assistenziale segnala una riduzione duratura delle esigenze fiscali del governo. Se credibili, questi cambiamenti indicano agli agenti economici che le loro tasse saranno inferiori in futuro” e “… i consumi privati possono reagire immediatamente all’annuncio di un taglio sistematico della spesa pubblica”. Tradotto tagliamo pensioni, diritti e welfare e il futuro ci sorriderà.

Impressionante, vero? Però il Nobel Esther Duflo, nel suo libro “Una buona economia per tempi difficili” dice che non funziona così: “Una delle idee più diffuse tra le più false è quella secondo cui gli individui sarebbero reattivi agli stimoli economici. Se le imposte crescono, smetteranno di lavorare. Se i sussidi sono più alti i più poveri preferiranno rimanere a casa. Se le condizioni economiche migliorano nel nostro Paese tutto il mondo sbarcherà da noi e così via. Non è vero nulla: non sono questi i motori che muovono le persone. Il che significa che possiamo pagare più tasse progressive senza che ciò comporti alcuna catastrofe economica. E possiamo fare politiche sociali senza porci troppi problemi”.

Ah! Quindi non è vero nulla del libro e dell’ortodossia biturbo liberista? Già, il futuro non ci ha sorriso, anzi, e se ne è accorto pure Giavazzi che al festival CittàImprese di Bergamo del 12 novembre ha affermato: “Il debito è un concetto del secolo scorso”. Ma come? Che fu? Scoprì l’ammore?

Ma non è il solo. Monti, dal Corrierone del 13 scorso: “In passato, l’Europa ci chiedeva tutto questo ma, anche spinta dalla Bce, in particolare con la lettera dell’agosto 2011 al governo Berlusconi, ci toglieva l’ossigeno finanziario per rendere più accettabili socialmente le riforme.” Ohibò, ce l’ha con Draghi: volano gli stracci! Signora maestra: “io non sono stato, è stato Mario, ma quell’altro!”

E Klaus Regling, ineffabile direttore generale del MES? Su Der Spiegel del 18 ottobre: “Puoi anche perdere credibilità attenendoti a regole che sono economicamente prive di senso”, sic dixit a proposito del Fiscal Compact.

Ci ripensa pure Mariotto nostro che chiosa: “Il debito buono è quando si danno risorse a una società, in modo che questa riesca a fare riforme tali da diventare autonoma, e iniziare a volare con le proprie ali”, insomma il debito ora è come la Madonna e “qual vuol grazia e a te non ricorre sua disianza vuol volar senz’ali”: o’ miraculo!

Ma di questi c’è da fidarsi? Vedete voi. Però se vi aspettate che languano in qualche oscura patria galera per i disastri combinati oppure che passino da un esercizio spirituale a un altro nei bui conventi dell’Oltrepò Pavese vi sbagliate.

Credetemi, essere italiani è meraviglioso. La nostra capacità di essere frivoli è infinita e sorprendente, saltiamo da tesi ad antitesi come fringuelli in amore, cambiamo arte e parte come le taccole dagli occhi di ghiaccio. Siamo senza memoria e se quello che eravamo, facevamo e dicevamo ha fatto danni? Amen.

Si passa dalla tragedia dei tanti poveri in più alla commedia e alla farsa, parafrasando Shakespeare, molto rigore per nulla. Questi sono ancora tutti qui a pontificare e salvare la Patria. E a chi non li capisce e non li venera peste lo colga! Ma hanno capito la lezione? Non completamente e nel DDL concorrenza dei primi di novembre liberalizzeranno servizi pubblici locali e taxi. Quale è il concetto guida? Se liberalizzo le licenze taxi il consumatore è tutelato perché pagherà meno per i taxi, che per guadagnare la stessa cifra lavoreranno il doppio e con una concorrenza spietata: tra i poveri anche i tassisti a far compagnia ai pony express. Insomma il job act dei lavoratori autonomi, con povertà nuove ma autonome. Con i taxi! No pasarán!, altrimenti dovranno prendere la metro: uffa, che noia! Ma sull’acqua, bene comune, sì.

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