L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 11 novembre 2021

Lavorare tre mesi l'anno e spassarsela gli altri nove mesi non è da tutti i comuni mortali

SPY FINANZA/ Le verità scomode sull’anti-concorrenza tutta italiana

Pubblicazione: 11.11.2021 - Mauro Bottarelli

La vicenda delle concessione balneari in Italia è emblematica di uno dei principali mali italiani: l’avversione alla concorrenza

Lapresse

L’altra sera ho compiuto un errore madornale: in attesa che cominciasse un film (i talk-show del martedì non li guardo più, troppo alto e concreto il rischio di lanciare il posacenere contro la tv), ho avuto la malaugurata idea di sintonizzarmi sul pre-serale informativo di Rete 4 condotto da Barbara Palombelli. Imbarazzante. Nel quarto d’ora iniziale (dopodiché, sfinito, ho optato per una più interessante televendita di vasche da bagno per persone con difficoltà motorie), l’argomento è stato uno solo.

E trattato in maniera smaccatamente univoca: la sentenza del Consiglio di Stato che porrà fine dal 1° gennaio 2024 alla scandalosa questione delle concessioni balneari in questo Paese. Il Governo Draghi, infatti, fiutato l’effetto catasto contenuto nella norma, l’ha di fatto esclusa dal ddl concorrenza, ricorrendo alla formula del rinvio per mappatura. E passato la patata bollente appunto al Consiglio di Stato. Il quale ha sentenziato: ultima proroga di due anni (o poco più) e poi via libera alle gare. Senza possibilità di ulteriori magheggi, nemmeno per via legislativa.

Rete 4 ha voluto dare il proprio contributo al dibattito, mettendo in campo l’accoppiata Palombelli-Bonamici con i loro ricordi adolescenziali a metà fra i film dei Vanzina e Vestivamo alla marinara, tutti incentrati su quanto siano belli e romantici gli stabilimenti balneari gestiti da generazioni dalla stessa famiglia. E sul clamoroso falso in base al quale – in fase di elaborazione della Bolkenstein, la direttiva europea sulla concorrenza e le liberalizzazioni – Germania e Francia avessero difeso rispettivamente i mercatini di Natale e quelli di libri sulla Senna come specificità nazionali, mentre Roma non avrebbe fatto lo stesso con il Bagno Mariuccia o il Lido da Pino.

Ora, quale sia ormai il livello dell’informazione Mediaset è noto: Striscia la notizia. Però qui si è andati oltre. Decisamente oltre: siamo all’omissione volontaria di informazioni, un qualcosa di deontologicamente inaccettabile. Intendiamoci: in sé, la questione non è di quelle che fanno pendere il piatto della bilancia dei conti pubblici. Politicamente, però, rappresenta una lettera scarlatta. E non da oggi. Tanto è vero che la Commissione europea, dopo il rinvio in sede di ddl concorrenza, aveva subito reso nota la propria contrarietà, chiedendo a Roma di fare in fretta nel mettersi in regola. E sapete perché?

Ve lo dico io, visto che Rete 4 ha omesso qualche particolare nel trattare il tema. Perché, a onor del vero, il contenzioso sulla materia con Bruxelles è aperto dal 2009. Da allora, le concessioni balneari sono diventate una sorta di tabù inviolabile. Tanto che nel 2018, la risposta italiana a una sentenza della Corte di Giustizia Ue fu addirittura da beffa: la proroga alle autorizzazioni vigenti fino al 2033 e il divieto per le autorità locali di avviare o proseguire procedimenti pubblici di selezione per le assegnazioni. Di fatto, la casta delle caste. Anche perché l’unico provvedimento di regolamentazione del settore posto in essere nel nostro Paese è rappresentato dall’introduzione del canone minimo annuale, passato da quest’anno – udite udite – da 362,90 euro a ben 2.500 euro. All’anno. Magari in Costa Smeralda o Forte dei Marmi o a Santa Margherita Ligure.

Le cifre sono giuste, nessun refuso. L’onorevole Santanché con il suo Twiga paga probabilmente quella cifra di canone annuale: ovvero, quanto – sempre probabilmente – chiede a un cliente del suo lido ultra-chic per un weekend in cui non si è voluto badare troppo agli extra. E per quanto la decisione in sé appaia già oltraggiosa, ancora peggiore è il motivo che aveva spinto il Governo Conte-1 a prenderla. Stando a dati dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nel 2019 su un totale di 29.689 concessioni demaniali marittime, ben 21.581 erano soggette a un canone inferiore a 2.500 euro annui. E per lo stesso anno, l’ammontare complessivo dei canoni concessori è stato pari a 115 milioni di euro. Nel Paese patria del turismo e con qualche migliaio di chilometri di spiagge, le casse dello Stato potevano contare su un introito da concessione per i lidi inferiore allo stipendio di Cristiano Ronaldo per una singola stagione. E la questione è politicamente talmente seria che neppure il Governo del migliori ha avuto il fegato di sfidare frontalmente le barricate del centrodestra sull’argomento, preferendo quindi la strada della mappatura e della delega istituzionale al Consiglio di Stato. Un bel calcione al barattolo, insomma. Oltretutto, somma presa per i fondelli, in nome della presunta trasparenza.

Dove vuole andare un Paese in cui una trasmissione di prima serata si permette di trattare un argomento simile in quella maniera, ovvero omettendo del tutto una parte sostanziale del contendere? Escludo che Barbara Palombelli abbia qualche interesse, diretto o indiretto, nel settore. E questo aggrava la questione, poiché mi spinge a pensare che veramente la sua difesa del Bagno Marisa nasca da una tempesta emozionale o, peggio, da una convinzione economico-politico-culturale. In un caso o nell’altro, meglio che si limiti a condurre Forum. Perché ancora più scandaloso è come sia stata bypassata la legittima domanda di Giampiero Mughini, il quale – dopo aver onestamente ammesso la propria impreparazione sul tema – ha chiosato, chiedendo se per caso alla base di tutto non ci fossero canoni micragnosi. In alcuni casi, la risposta con cui la Palombelli ha immediatamente cambiato registro della conversazione, fiutato il rischio di confronto con la realtà. Ripeto, vergognoso. Perché 21.581 accertamenti su 29.698 non sono configurabili come alcuni casi, bensì sono la stragrande maggioranza. Oltretutto, calcolando che gli 8.117 casi restanti riguardavano stabilimenti balneari che pagavano sì canoni annui superiori ai 2.500 euro, ma, magari, raggiungendo a malapena i 2.600: quanto costano, mediamente, ombrellone e due sdraio per una giornata in alta stagione? E non dico a Porto Cervo, persino ad Alassio o Jesolo o Riccione o Numana.

Ora, state certi, la questione andrà in decantazione. Ci sono due anni di tempo. Nel corso dei quali, magari, Mario Draghi traslocherà di qualche centinaio di metri. Subentrerà un nuovo Governo, magari. E l’Europa cadrà vittima di chissà quale altra emergenza e anche le sentenze del Consiglio di Stato, in nome del bene supremo del Paese, potranno essere messe in stand-by con qualche genialata d’Aula. Resta un fatto: quanto raccontato certamente rappresenta una goccia nel mare del debito consolidato di questo Paese, ma è chiarificatore di un atteggiamento che è alla base dell’immobilità totale del sistema Italia. Ovvero, le rendite di posizione.

Ovviamente, vi diranno che la Bolkenstein punta alla spòliazione del patrimonio turistico italiano, il nostro petrolio come amano ripetere certi apologeti degli eterni anni Sessanta. E vi prefigureranno shopping di massa dei cinesi o dei perfidi francesi. L’incubo che vi venderanno, sicuramente utilizzando la Palombelli come testimonial, è quello del Bagno Marinella che diventa Bagno Xi-Chin, dove invece della focaccia e del frappé vi verranno serviti involtini primavera e tè al gelsomino. Il tutto con il ritratto di Xi Jinping che vi osserva severo sotto l’ombrellone e marcette militari per invitare i bagnanti all’acqua-gym. Balle. Come sono balle che i mercatini di Natale tedeschi siano equiparabili per giro d’affari e durata del business alle spiagge italiane: quelle bancarelle sono attive un mese al massimo, a partire da fine novembre. Le spiagge cominciano ormai la stagione a fine maggio e vanno fino alla fine di settembre. E non vendono bretzel o cappelli di lana, ma servizi, spesso pagati un’enormità. Non è un caso, ripeto, che il Governo Draghi si sia voluto lavare le mani della questione, passandola rapidamente al Consiglio di Stato.

Finché in questo Paese vedremo la concorrenza e le liberalizzazioni come lo sterco del demonio, come la calata degli Unni o il sacco dei nostri tesori, andremo avanti a lamentarci di prezzi esorbitanti, servizi scadenti e offerta limitata che obbliga ad accettare uno status quo rimasto fermo agli anni Ottanta. Un po’ come l’informazione di Mediaset. Vi faccio una domanda, tanto per capire che la questione appare più seria – nei suoi risvolti generali e culturali – di quanto sembri: non vi è mai capitato di andare all’estero e chiedervi come mai un tale servizio sia più funzionante, agevole e a buon mercato che in Italia? O perché sia più facile, rapido e senza costi disdire un abbonamento o chiudere un conto corrente bancario rispetto all’Italia? Bene, la risposta sta dispersa in qualche anfratto spazio-temporale fra i meravigliosi anni Sessanta (soprattutto il 1968) di certa informazione e il tempo presente, pianeta sconosciuto e osservato con il binocolo del turista invidioso. Altro che Bolkenstein e mercatini di Natale.

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