L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 9 novembre 2021

Niente illusioni, bastone bastone e ancora bastone

Il tempo del bastone



Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per chi non l’avesse capito è finito il tempo della carota.

Adesso è il tempo del bastone e ce lo siamo meritato.

Avete fatto male a credere che l’austerità, lo stato di emergenza perenne, l’imposizione di permessi di esistere avessero soltanto un significato economico o repressivo o tutti e due, possiedono anche una severa qualità morale e punitiva che contribuisce tra l’altro a determinare una selezione manichea tra buoni meritevoli e cattivi da discriminare, criminalizzare e mettere ai margini, anche perché macchiano la reputazione del Paese la cui sovranità è stata già delocalizzata e che, per colpa loro, rischia di non essere assorbito nell’impero in declino, nemmeno come espressione geografica.

Il manutengolo europeo mandato a completare il golpe, peraltro avviato da anni, grazie alla provvidenziale pandemia, e la cui indole multitasking, da mozzo del Britannia a liquidatore fallimentare fino a becchino, viene quotidianamente esaltata per legittimare l’occupazione in regime di esclusiva di tutte le alte cariche dello Stato, Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica e dunque anche del Csm, si è incaricato generosamente anche di svolgere quello di Gran Maestro, in tutti i sensi, aspirando a diventare il vertice della loggia dell’Occidente carolingio morente, come si augurano quelli che lo candidano per la successione della cancelliera, ma anche con una funzione educativa spietata come è giusto che sia per guidare una popolazione sventata e dissipata, cinica e corrotta.

E difatti i suoi ragazzi ponpon esultano sui media e in rete quando fa il castigamatti degli inessenziali, degli indolenti, degli improduttivi e dei miserabili attentatori del decoro e del prestigio della Nazione che ostacolano la sua missione con attitudini e comportamenti deplorevoli.

Dopo averci restituito, in veste di maggiordomo dei 19 che contano, la credibilità di inservienti, affittacamere, osti, e anche le mezze stagioni, oltre al lustro ai corpi intermedi, partiti promossi a ago della bilancia della governabilità, sindacati perseguitati da vili antagonisti che possono far finta di voler recuperare ruolo e mandato, adesso si prodiga per valorizzare il mandato morale della cultura di impresa, della missione etica e responsabile di chi traina lo sviluppo e che deve contrastare l’indole parassitaria dei lavoratori che pretendono troppo, dei cittadini che hanno voluto troppo, degli italiani che imbrogliano troppo con i mezzucci vergognosi, le astuzie miserabili e a disonestà cialtrona che hanno nel codice genetico.

Che pacchia per la stampa ufficiale col Sole 24 Ore in testa denunciare gli ultimi scandali che dovrebbero far impallidire i dati sull’evasione fiscale, lo smantellamento della rete di controlli sulla rintracciabilità delle operazioni bancarie sospette, le nuove frontiere della semplificazione applicate al sistema degli appalti, la manutenzione di strade e autostrade, la collusione di enti di controllo e vigilanza con imprese criminali, gli assassinii in fabbrica, il mantenimento surrettizio di norme che garantiscono immunità e impunità anche in forma retroattiva per una gamma estesa di reati di soggetti eccellenti, con qualche incursione nelle malefatte più pittoresche di amministratori infedeli, con l’esclusione di governatori e assessori alla Sanità, doverosamente risparmiati da governo centrale e media.

Eccoli in solluchero a somministrarci i numeri delle vergogne popolari. Tra il primo maggio e il 17 ottobre indagini a tappeto condotte dai Carabinieri del Comando Interregionale “Ogaden”, con giurisdizione sulle Regioni Campania, Puglia, Abruzzo, Molise e Basilicata, insieme al Comando Carabinieri Tutela del Lavoro (dirottato su questa trincea più spettacolare delle inadempienze dei titani delle piattaforme, dei controlli sui requisiti di sicurezza nei cantieri, o sul caporalato) hanno rivelato oltre 4.839 irregolarità a carico del Mondo di Mezzo del reddito di cittadinanza, popolato di nullatenenti con Ferrari, vacanzieri che se la spassavano in barca, proprietari di più appartamenti, “ma anche la titolare di un autonoleggio con 27 auto e il proprietario di una scuola di ballo… e c’è stato anche chi si è inventato di avere dei figli risultati inesistenti”.

Così siamo stati informati che il nemico in casa ha rubato dalla cassetta dell’elemosina di Stato, con un danno per l’erario di quasi 20 milioni di euro “indebitamente percepiti”.

Ma non basta, dopo un anno dalla piena operatività della piattaforma per la cessione dei crediti e degli sconti in fattura dei bonus edilizi, “alle Entrate si è accesa la spia del rischio frodi”, tanto che l’Agenzia in poco tempo ha fatto emergere “800 milioni di crediti inesistenti”, a dimostrazione, che come constata amaramente il Direttore delle Entrate, Ruffini, “quando lo Stato stanzia risorse ingenti, in forma diretta o meno, c’è sempre chi cerca di approfittarne”.

E come dargli torto a pensare ai casi illustri dalla Fiat, all’Ilva, dall’Alitalia, alle banche, dal Mose alla Metro di Roma, quando le risorse pubbliche hanno coperto falle, riempito voragini scavate dal malaffare, cementando insieme al disonore, all’incapacità, alle frodi anche la memoria di cittadini e funzionari onesti che “se l’erano cercata”.

In anni passati quando la sociologia era una disciplina approssimativa e arbitraria almeno quanto la statistica, ma faceva ancora uso dell’indagine storica per diagnosticare i mali presenti, qualche esperto della materia spiegò come soprattutto nel Mezzogiorno, il familismo e il clientelismo, fino ad arrivare ai fenomeni di abusivismo, avessero un connotato difensivo. Ceti marginali rispetto agli standard di crescita e di partecipazione del Paese, ricorrevano a espedienti illeciti per ottenere quello cui avrebbero avuto diritto: accesso a graduatorie per i posti di lavoro, per un tetto, autorizzazioni negate che si ottenevano in cambio di favori o mazzette, di qualche pollo o di qualche fiasco di vino.

Cerchie di amministratori e notabili erano diventate un corpo intermedio che negoziava, trattava, con il voto di scambio o il traffico di favori, permessi, finanziamenti, trasferimenti di impiegati pubblici e militari, alcuni restando nei paesi d’origine, altri diventando la dirigenza della pubblica amministrazione, dei ministeri, dei corpi dello Stato nella Capitale, accreditando una lettura che trova ancora dei seguaci in chi si preoccupa che nell’Esecutivo attuale si sia formata una cosca lucana influente e inviolabile.

È perfino banale dire che per estensione la stessa lettura si può dare della nascita e del consolidamento del fenomeno mafioso, del suo dominio determinato non solo dal regime della paura, dell’intimidazione del ricatto, ma anche dal sistema di “protezione” e ascolto messo in atto, come unico referente per i bisogni della povera gente. E in ragione di ciò mai davvero contrastato dai regimi e dai poteri forti interni ed esterni, interessati a questa funzione di mediazione che dirottava malessere e dissenso in aree del Paese condannate a un’emarginazione compensata da assistenzialismo arbitrario e briciole discrezionali distribuite come elemosine nell’ambito di grandi operazioni speculative, e da una tolleranza elargita per comportamenti illegali considerati un effetto fisiologico della inferiorità antropologica, sociale e culturale di una intera geografia della nazione.

Si vede proprio che aveva ragione quel comandante dei carabinieri che in occasione di una indagine sull’infiltrazione della ‘ndrangheta profetizzò che quello che non era Calabria, Calabria sarebbe diventato.

Ma la colpa non è delle ‘ndrine che battono la concorrenza con le imprese legali insinuandosi nei settori cruciali, che anticipano le tendenze del business indisturbate, che si appropriano di aziende e comparti sofferenti imponendo le loro leggi di mercato indistinguibili da quelle dettate da esecutivi che hanno aggirato il Parlamento e che hanno l’intento dichiarato di rimuovere lacci lacciuoli, demolire le rete dei controlli, cancellare la possibilità di esercitare il controllo e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

La colpa è di chi ha fatto diventare tutto il Paese la Calabria dell’Europa, una propaggine pigra e indolente dei territori parassitari del Mediterraneo, da criminalizzare punire per il suo superstite e deviato istinto di sopravvivenza, per la sua ribellione a leggi tante severe, indebite e ingiuste da istigare all’inosservanza e a un sviluppo così iniquo e disuguale da ispirare trasgressione e ribellione.

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