L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 novembre 2021

Non sono bastati due anni di influenza covid per distruggere l'OFFERTA questa deve continuare ad essere carente, si usano tutti gli strumenti per contingentare l'economia mondiale, essa deve continuare a languire. Ancora non è passato il congruo tempo per distruggere uomini, capitali, mezzi di produzione e merci, solo le aziende più grandi e forte devono sopravvivere

ESTERI
Venerdì, 19 novembre 2021
Chip in cortocircuito: per colpire la Cina gli Usa inguaiano tutti

Biden blocca i piani per uscire dalla carenza di chip: per colpire la Cina gli Usa inguaiano tutto il mondodi Lorenzo Lamperti

Biden all'inaugurazione della General Motors Factory ZERO a Detroit, Michigan, il 17 novembre 2021

Semiconduttori: la geopolitica conta più di economia e produzione

C'era una volta un tempo in cui contava (quasi) solo l'economia. I numeri accostati al pil erano il vangelo da seguire per ogni azione. Politica e geopolitica venivano dopo, erano mosse dalle esigenze commerciali e produttive. In quel mondo, se un'importante industria fosse in crisi per la carenza di un materiale, non ci sarebbero tensioni e complicazioni diplomatiche che tengono. Si andrebbe oltre, comunque. In quel mondo, dove l'industria dell'automotive e altri comparti soffrono per la carenza di wafer di semiconduttori, comunemente chiamati semiconduttori o chip, si farebbe qualsiasi cosa per aumentare la produzione.

Ma quel mondo non c'è più. Oggi il primato spetta a politica e geopolitica. Persino l'economia e i numeri a fianco al pil, pur restando certamente fondamentali, possono talvolta finire in secondo piano di fronte ad altre categorie di riflessioni. È il caso, appunto, dei wafer di semiconduttori, comunemente chiamati semiconduttori o chip. La loro carenza ha bloccato interi stabilimenti con un'industria automotive finita a picco un po' ovunque.

Carenza di chip fino al 2023, ma Biden blocca i piani per uscirne prima

Quanto tempo sarà necessario per risolvere questa crisi, secondo i produttori di chip? Almeno un altro anno, secondo Italia-ASEAN. Lisa Su, CEO di AMD, ritiene che nel 2022 assisteremo a un miglioramento della situazione, mentre Pat Gelsinger, a capo di Intel, è meno ottimista e prevede che la scarsità di semiconduttori durerà fino al 2023. Nel breve periodo, i prezzi dei semiconduttori rimarranno alle stelle, anche a causa dell’hoarding, l’accumulazione dei chip da parte delle aziende.

Eppure, le valutazioni geopolitiche vengono prima di tutto. E così, due progetti che avrebbero potuto aumentare la capacità di produzione sono state stoppate a causa delle pressioni degli Stati Uniti, che vogliono escludere la Cina dalla catena di approvvigionamento e rallentare così l'ascesa tecnologica di Pechino, che appare inarrestabile ma che vede proprio nella scarsità produttiva di semiconduttori il suo tallone d'Achille.

Sk Hynix e Intel costrette a stoppare l'aumento della produzione in Cina

E così il colosso sudcoreano Sk Hynix, tra i principali produttori di chip di memoria al mondo, ha deciso di bloccare i piani per l'installazione di macchinari all'avanguardia presso il suo stabilimento cinese di Wuxi. I piani di produzione di SK Hynix prevedevano infatti che l'azienda aggiorni un impianto di produzione di massa a Wuxi, in Cina, con alcune delle più recenti macchine per la produzione di chip con litografia ultravioletta estrema prodotte dalla società olandese ASML. Ma gli Stati Uniti si sono opposti sulla base del fatto che la spedizione di tali strumenti avanzati alla Cina potrebbe essere utilizzata per rafforzare l'esercito popolare di liberazione.

Chi pensava che l'approccio in tal senso potesse cambiare nel passaggio da Trump a Biden oppure dopo l'incontro virtuale tra lo stesso Biden e Xi Jinping si sbagliava di grosso. Oltre a Taiwan, anche i semiconduttori restano un tema tabù nel quale raggiungere un accordo appare impossibile. La fabbrica di Wuxi è critica per l'industria elettronica globale perché produce circa la metà dei chip di memoria di SK Hynix, che ammonta al 15% del totale globale. Qualsiasi cambiamento potrebbe avere un impatto sui mercati globali, ma ora il progetto si è arenato.

Allo stesso modo, si è arenato anche un altro progetto. Il gigante statunitense dei semiconduttori Intel Corp era pronto a espandere le sue operazioni in Cina rilevando la fabbrica abbandonata della joint venture GlobalFoundries nella città sud-occidentale di Chengdu, ma quel piano è stato accantonato. L'accordo avrebbe potuto far rivivere uno dei principali progetti cinesi di semiconduttori a investimento estero, per il quale il governo di Chengdu ha steso il tappeto rosso nel 2017. Ma il piano di Intel di aumentare la sua produzione di semiconduttori a Chengdu per aiutare ad affrontare l'attuale carenza globale di chip è stato respinto dalla Casa Bianca per problemi di sicurezza.

Semiconduttori, così gli Usa vogliono rallentare l'ascesa cinese

In questo modo gli Usa vogliono rallentare la crescita cinese. Intanto, nel suo piano quinquennale 2021-2025, la Cina ha stanziato 1,4 trilioni sulle industrie strategiche, compresa quella dei semiconduttori, che dovrebbe arrivare a contare l'8% della spesa totale nel campo dell'innovazione. Sul suo territorio ha oltre 90 nuovi stabilimenti pianificati o già entrati in funzione. Il timore degli operatori è che in dieci anni, grazie alle sovvenzioni del governo, le aziende cinesi possano scombussolare il mercato mondiale producendo sotto costo e sconvolgendo la domanda. Un altro problema per la Cina è quello della qualità dei semiconduttori prodotti, molto più bassa rispetto a quella dei competitor taiwanesi.

Washington vuole guadagnare tempo e tenere Pechino in rincorsa ancora per un po', ma così facendo rallenta anche l'uscita dalla crisi della carenza di chip.

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