L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 novembre 2021

Si gioca a carte scoperte, l'influenza covid ha messo al nudo i rapporti di forza esistenti, le forze in campo e come queste si schierano

Il paravento pandemico delle cattive intenzioni


Anna Pulizzi per il Simplicissimus

Comunque vada a finire questa lunga parentesi pandemica, quand’anche fosse soltanto l’esordio di uno stato d’eccezione permanente basato di volta in volta su emergenze vere o fasulle, possiamo dire che i suoi effetti collaterali, per la quasi totalità nocivi, sono già ampiamente visibili. Intanto questa vicenda ha dimostrato che nessun governo presente o futuro faticherebbe a piegare l’informazione ai propri voleri poiché essa si è già piegata da sola e non è più assolutamente distinguibile da quella di un qualsiasi regime totalitario.

La cosa era già evidente in molti ambiti ad esempio l’economia e la politica estera, ma da due anni anche per ciò che concerne la pandemia non vi è che una sola opinione e chi ne ha una diversa non ha più un giornale o un canale televisivo attraverso cui esporla, mentre la censura sparacchia con sempre maggiore insistenza sui servizi di rete sociali in modo che l’esternazione del dissenso sia costellata di impedimenti e bavagli. Questa vicenda ha dimostrato poi che al netto di una piccola ma importante quota di personale sanitario decisa a dire quel che pensa e non solo ciò che serve a mantenere il posto o ad agevolare la carriera, la maggioranza di esso ha accolto acriticamente la narrazione ufficiale e l’ha corroborata arruolandosi tra i suoi più ferventi alfieri, chiudendo occhi e orecchie di fronte a dati e pareri di molti autorevoli esperti. E non mi riferisco soltanto ai microbiologi da studio televisivo o quelli cooptati presso le cabine di regia governative, ma anche ai tanti che nella loro sfera locale negano pervicacemente rapporti causali tra inoculazioni e decessi e cantano nell’unico coro autorizzato.

Ha dimostrato inoltre non tanto la passività quanto il collaborazionismo dei maggiori sindacati, che hanno fatto di tutto per non accorgersi che dietro il terrorismo sanitario si cela la compressione del residuo potere contrattuale dei lavoratori, la cancellazione dei diritti e lo smantellamento dei servizi essenziali, nonché il saccheggio del nostro paese a vantaggio della grande speculazione finanziaria e dell’egemonismo franco-tedesco. Anche in questa come in numerose altre occasioni, i vertici dei maggiori sindacati stanno ai diritti dei lavoratori come un freno a mano tirato sta ad un’automobile. Ha dimostrato altresì, anche se non vale la pena segnalarlo, che in Italia la sinistra è riuscita a fornire nuove prove della sua inesistenza. Non è presente in parlamento, luogo dove ormai ci si preoccupa solo di ciarlare senza far scivolare la museruola sotto il naso, ma non c’è nemmeno fuori. Di fronte ad una giunta di non eletti che impone per decreto lo stato d’emergenza sine die, la sedicente sinistra d’alternativa tiene bordone alla narrazione pandemica ufficiale, etichetta come fasciste le piazze esasperate dai soprusi di regime e si balocca intorno a questioni come la penuria di vaccini in Africa, cosa che laggiù costituisce l’ultimo dei problemi e forse addirittura una piccola fortuna. Ha dimostrato, per ora attraverso episodi sporadici come l’assalto alla Cgil romana o l’aggressione di lavoratori davanti alle aziende in chiusura, che il potere può tornare quando vuole a servirsi di squadracce (anche senza uniforme), come già avvenne a suo tempo, qualora gli sfruttati alzino la testa o le piazze si animino più del solito, con l’obiettivo di regnare su un’opinione pubblica che può essere facilmente divisa in fazioni contrapposte.

Ha dimostrato che l’assenza di forti organizzazioni sociali in grado di dar corpo alla volontà di resistenza rende la maggioranza se non sempre plasmabile quantomeno rassegnata alla precarietà galoppante e sbriciolata in una massa di naufraghi indifesi, ognuno aggrappato alla speranza che lo squalo attacchi qualcun altro. Ha dimostrato infine che non esiste più un settore dell’attività umana in cui non domini incontrastato l’interesse economico, nemmeno quella Scienza che si immaginava ad un tempo indifferente alle contese politiche ed agli interessi di classe. Se un ceto di affaristi senza coscienza e dall’avidità illimitata riesce a smerciare ai governi prodotti inefficaci dietro contratti così osceni da essere sottratti perfino allo sguardo di parlamenti asserviti, ottenendo che se ne nascondano gli effetti nocivi, a spacciarli ai cittadini sotto la minaccia della perdita dei diritti più elementari e ad imporli perfino ai bambini, significa che siamo precipitati in un modello sociale nuovo e nel contempo drammaticamente antico, una sorta di neofeudalesimo in cui lo Stato funge solo più da estorsore di tangenti per il ceto possidente ed apparato di repressione nei confronti degli indisciplinati.

E’ difficile che siano i confinamenti, la perdita delle libertà che si ritenevano inossidabili, l’illogicità dei provvedimenti emanati dai piazzisti istituzionali di sieri a risvegliare le coscienze. La pandemia è soprattutto un sipario dietro cui si possono sveltire i processi di imbarbarimento sociale in corso da tempo. E’ invece più facile, ma purtroppo non automatico, che una salutare reazione possa concretizzarsi allorché le controriforme in atto sul piano delle privatizzazioni forzate e della demolizione di quel che resta dello stato sociale avranno prodotto disastri di vastissima portata, un impoverimento ancora più generalizzato insieme alla consapevolezza che la ribellione è diventata la meno costosa tra le scelte. Quando il sistema erode non soltanto il proprio consenso ma anche la diffusa acquiescenza su cui galleggia e non ha altro mezzo di sopravvivenza al di fuori dell’uso della forza, se ne può forse vedere il tramonto, perché come diceva a suo tempo qualcuno che ne capiva, con le baionette si può fare tutto tranne sedercisi sopra. Ma è un fatto che essere previdenti nella difesa dei diritti evita di dover poi sostenere lotte dolorose per riprenderseli. Purtroppo siamo già al punto in cui per tornare a sorridere occorre aver prima versato tutte le lacrime.

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