L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 novembre 2021

Una strategia sensata di riduzione del danno dovrebbe ragionevolmente abbinare a somministrazioni vaccinali mirate ai soggetti più fragili, l’impegno terapeutico precoce (a tutt’oggi vergognosamente trascurato) per giungere ad un’endemizzazione morbida del virus. E invece si persegue con l'ACCANIMENTO TERAPEUTICO DI STATO

Esercizi di moderatismo
di Andrea Zhok
17 NOVEMBRE 2021

Cito di seguito i dati dell’Istituto Superiore della Sanità usciti in data 13 novembre 2021.

Premetto di essere oramai assai incline a diffidare di qualsivoglia dato di provenienza governativa, viste le reiterate manipolazioni cui abbiamo assistito, tuttavia per amore della discussione, e nel tentativo di fornire un ragionamento pacato, provo ad accogliere momentaneamente i dati forniti prendendoli per buoni.

1) Totale popolazione con più di 12 anni: 54.009.942

• Non vaccinati: 8.302.865 (15,4%)

• Vaccinati con ciclo incompleto: 2.538.614 (4,7%)

• Vaccinati con ciclo completo: 42.873.744 (79,4%)

• Vaccinati con la terza dose: 294.719 (0,5%)

• Vaccinati totali: 84,6%

Se includiamo, come doveroso, nei non vaccinati i minori di 12 i rapporti sono dunque circa: 25% di non vaccinati vs. 75% di vaccinati.

2) Totale nuovi casi positivi negli ultimi 30 giorni: 95.950

• Non vaccinati: 40.182 (41,9%)

• Vaccinati con ciclo incompleto: 3.466 (3,6%)

• Vaccinati con ciclo completo: 52.016 (54,2%)

• Vaccinati con terza dose: 286 (0,3%)

Dunque il 25% di non vaccinati presenta il 41,9% di contagi, mentre il 75% di vaccinati rappresenta il 58,1% di contagi. Questo basta a dire che il vaccino serve un po’ a ridurre i contagi, ma non in maniera decisiva. Se il vaccino non servisse a nulla avremmo i contagi dei vaccinati al 75%, invece essi appaiono inferiori di 17 punti percentuali. È qualcosina. Ma è anche qualcosa di immensamente lontano dalla narrazione sugli “untori” da una parte contro gli “immuni” dall’altro, che risulta essere semplicemente una fiaba diffamatoria.

Nel complesso, naturalmente, essendo molti di più i vaccinati (e circolando più liberamente) per ogni singolo contagio che ha oggi luogo è molto più probabile che esso sia stato provocato da un vaccinato che da un non vaccinato. Tuttavia, vaccinarsi sembra servire un po’ a limitare i contagi.

3) Totale decessi negli ultimi 30 giorni: 772

• Non vaccinati: 361 (46,8%)

• Vaccinati con ciclo incompleto: 27 (3,5%)

• Vaccinati con ciclo completo: 384 (49,7%)

Dunque il 25% di non vaccinati presenta il 46,8% di decessi, mentre il 75% di vaccinati presenta il 53,2% di decessi. Anche qui abbiamo ragioni per dire che il vaccino dà un po’ di copertura rispetto a rischio di morte. Se non desse alcuna copertura il numero dei decessi tra i vaccinati sarebbe il 21,8% più alto. Dunque è una buona notizia che il vaccino non sia inutile. Ma da qui alla narrazione che “chi non si vaccina muore e fa morire” siamo lontani parsec.

Da questo quadro che più ufficiale non potrebbe essere dovremmo trarre, credo, alcune sobrie e semplici conclusioni (questo almeno, se fossimo ancora in un paese capace di ragionare).

1) Lasciando da parte ogni questione relativa agli effetti collaterali avversi (tema che dovrebbe essere affrontato con trasparenza, mentre è trattato con opacità e omissività) questi dati dicono che i vaccini un ruolo nel contenimento della pandemia possono giocarlo, sia sul piano dei contagi che dei decessi. Questa è una buona cosa.

2) I vaccini tuttavia non sono nelle condizioni né di bloccare i contagi né di azzerare i decessi. Non vanno neanche vicino a questi obiettivi. Anche se vaccinassimo il 100% della popolazione questa non sarebbe una strada che conduce a lasciarsi dietro le spalle il problema Covid una volta per tutte. Caricarla di questa valenza è una stupidaggine assai nociva.

3) Una strategia sensata di riduzione del danno dovrebbe ragionevolmente abbinare a somministrazioni vaccinali mirate ai soggetti più fragili, l’impegno terapeutico precoce (a tutt’oggi vergognosamente trascurato) per giungere ad un’endemizzazione morbida del virus. La provata maggiore durata dell’immunità da guarigione consentirebbe di approssimare quell’immunità di gregge che la sola campagna vaccinale non può neanche sfiorare. Non attrezzarsi adeguatamente, al meglio delle conoscenze attuali, sul piano terapeutico è irresponsabile.

4) Ogni isteria mediatica, ogni caccia all’untore, ogni pratica ricattatoria per forzare alla vaccinazione, ogni campagna volta alla ricerca di un nemico interno per distrarre dalle disfunzioni e dai fallimenti della strategia governativa sulla pandemia dovrebbe essere immediatamente abbandonata ad ogni livello.

Chi insiste in questa direzione socialmente divisiva se lo fa, lo fa per ragioni che niente hanno più a che fare con motivazioni sanitarie. Chi lo fa, dunque, si assume una grave responsabilità verso il paese perché i danni della spaccatura sociale creata sono già ora molto più gravi e duraturi di qualunque danno il virus sia ancora in grado di produrre.

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