L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 dicembre 2021

Al mondo ci sono degli imbecilli che hanno responsabilità di governo che aprono bocca e dicono castronerie. Con infantilismo corrono verso la guerra e trovano altrettanti imbecilli al di là dell'oceano


23 DICEMBRE 2021

Iran e Israele continuano a essere i protagonisti di una guerra non dichiarata ma ormai nota a tutti gli osservatori. Un conflitto non definibile, oscuro, con metodi non convenzionali e che si combatte su diversi domini, da quello marittimo a quello cibernetico, dagli omicidi mirati ai raid, dal sostegno a milizie ribelli fino alla pressione diplomatica. È una guerra su più livelli, in cui, mentre Israele cerca di assediare la Repubblica islamica per far sì che cessino le sue ambizioni regionali e il programma nucleare, l’Iran prova a rompere il muro, scardinando il blocco a lui contrario raggiungendo tutti gli alleati nel Vicino Oriente. E tutto questo si gioca (o si potrebbe giocare) in diversi scenari, di cui uno è quello dello scontro frontale.

Un’ipotesi che non può certo essere scartata dall’una e dall’altra forza in campo, ma che per motivi diversi nessuna delle due vorrebbe davvero prendere in considerazione. Per l’Iran si tratterebbe di una guerra impossibile da vincere sia sul piano militare ma soprattutto su quello politico. Mantenere in piedi un conflitto su larga scala ma a “bassa” intensità come quello in corso oggi è già faticoso sia a livello economico che a livello diplomatico. Ma una guerra diretta basata sull’uso delle forze militari in diversi teatri operativi, significherebbe un ulteriore isolamento politico che potrebbe condurre a una condanna ben più ampia di quella già in atto per il programma balistico e nucleare. Nessuno volterebbe le spalle a Israele. E questo comporterebbe un incendio dalle proporzioni imponderabili che potrebbe colpire per primo proprio l’Iran.

Se Teheran vuole giocarsi la carta della guerra a diverse intensità e su diversi fronti, asimmetrica ma non per questo meno corrosiva e pericolosa per il nemico, dai comandi israeliani arrivano ipotesi molto diverse. L’obiettivo dello Stato ebraico è quello di fare pressione sull’Iran al punto da farlo desistere dal suo programma atomico. E per farlo, Israele ha spesso paventato l’ipotesi di raid mirati che ponessero fine alle velleità nucleari della Repubblica islamica. Non una novità per le forze armate della Stella di Davide, visto che diverse operazioni clandestine compiute in Medio Oriente hanno avuto proprio lo scopo di colpire i reattori e i centri di ricerca prima che altri Paesi avessero adeguate infrastrutture nucleari. Tuttavia con l’Iran il problema è diverso. E lo strumento bellico, per quanto una forte arma di pressione diplomatica e in sede negoziale, va ponderato per diverse ragioni. Innanzitutto per la capacità di reazione di Teheran, ben diversa dagli altri Paesi della regione. Inoltre, il programma nucleare del Paese è già esteso su diversi centri, e tanti, specie nella Difesa israeliana, si domando come possa pianificarsi un attacco di così ampia portata e con così tanti obiettivi.

Il New York Times, in un recente articolo, ha fatto intendere come diverse anime delle Israel defense forces siano ben poco convinte di un attacco chirurgico e su vasta scala compiuto dalle Idf. Nessuno, tra gli esperti, mette in dubbio le capacità delle Idf. Ma tanti si pongono il problema della fattibilità di un’ondata di attacchi in un territorio così grande e ben protetto come quello iraniano. Fonti del Nyt parlano addirittura di anni prima che un attacco del genere possa essere realizzato da Israele in modo da causare “danni significativi” al programma nucleare. Relik Shafir, un generale in pensione dell’aeronautica israeliana, ha per esempio detto al quotidiano newyorchese che è impensabile un attacco su così tanti siti in poco tempo e che solo l’aeronautica statunitense, in questo momento, sarebbe in grado di portare a termine una campagna aerea così massiccia e chirurgica. Alcuni analisti hanno avvertito del fatto che le forze iraniane avrebbero dei siti scavati talmente in profondità da non essere lesi dalle potenti bombe degli arsenali israeliani, in particolare quelli di Fordow e Natanz. Altri mettono in guarda dall’eccessiva distanza delle basi aeree israeliane rispetto ai siti nucleari dell’Iran, dal momento che nessun Paese della regione ha attualmente concesso i propri aeroporti alle Idf. L’aviazione dello Stato ebraico sta aumentando l’insieme di aerei da rifornimento, ma potrebbe non bastare. In tanti, ad esempio, puntano il dito sul fatto che utilizzare solo le basi in territorio israeliano potrebbe rendere queste piste degli obiettivi particolarmente appetibili non solo per i missili iraniani, ma anche per tutte le forze nemiche presenti ai confini, da Hezbollah ad Hamas fino alla Jihad islamica palestinese. Basterebbe un attacco simultaneo che saturi Iron Dome, la cupola antimissile israeliana, per far sì che il Paese si trovi con basi sotto attacco e con un sistema antimissile fuori uso.

Nonostante le resistenze di molti ufficiali e politici, la possibilità di uno scontro come quello appena descritto è talmente presa sul serio da aver innescato la preparazione di un’esercitazione militare che utilizzi proprio lo scenario di un attacco a lunga distanza. I media hanno rivelato che le forze israeliane saranno impiegate in una manovra addestrative nel Mediterraneo basata proprio sulle distanze tra le basi dello Stato ebraico e l’Iran. E mentre i negoziati sul nucleare iraniano entrano in una fase di stallo, l’immagine dei caccia israeliani che si esercitano su come colpire i siti iraniani non può che essere interpretata come un chiaro messaggio all’establishment di Teheran. Messaggio che Naftali Bennett prova a recapitare da diverso tempo a Washington: perché senza l’appoggio degli Stati Uniti, l’ipotesi di un attacco decisivo appare sicuramente remota.

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