L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 dicembre 2021

Da una parte gli Stati Uniti che lavorano sull'Ucraina e fanno lievitare il prezzo del gas, dall'altra gli euroimbecilli che mettono una fantomatica tassa sulla CO2 il tutto fa lievitare alle stelle il gas. E noi popolo bue dobbiamo pagare le loro maledette strategie

La fuga all’europea di Draghi



Quella del covid non è la narrazione più inquietante e totalmente al di fuori della realtà che ci investe, anzi è nulla di fronte alla santificazione di Draghi per permettergli di fuggire indenne verso il Quirinale, alla barzelletta quasi oscena di un boom economico che viene raccontata da un’informazione senza più ritegno e al tentativo di addossare i guai non al “vile affarista” del Britannia e men che meno all’Europa delle oligarchie e della disuguaglianza, ma a vaghi fattori globali che accontentano gli imbecilli. Soprattutto si sta tendendo di assolvere Bruxelles dall'aumento straordinario dei prodotti energetici che a gennaio prossimo si farà sentire con un aumento delle bollette del 60 % secondo Nomisma (61% gas, 48% energia elettrica). Invece è proprio colpa delle autorità continentali come dimostra il fatto che mentre i costi del gas naturale sono stati sempre abbastanza allineati tra Europa e Usa adesso non si potrebbe avere una maggiore divergenza: 41 euro al Mwh negli Stati Uniti contro i 121 dell’Europa. Altro che fenomeno globale e sappiamo benissimo che su questa crescita stratosferica che si contrappone a una diminuzione in Nord america giocano molti fattori tra cui la stupida guerra alla Russia che contribuisce potentemente a diminuire le riserve, l’idea di ricorrere al mercato spot e soprattutto il sistema dei diritti di emissioni della Co2, un sistema, supportato da teorie climatiche, ma in realtà inventato per favorire la grande industria sulle attività più piccole: ad ogni modo questi diritti che in realtà non diminuiscono di un grammo l’emissione di Co2, vanno oggi dagli 80 ai 100 euro a tonnellata di Co2 un costo triplicato rispetto all’inizio dell’anno.

Tutto questo enfatico meccanismo che alla fine si scarica sui cittadini che pagano il conto ( le grandi aziende possono anticipare i costi, ma poi li scaricano sui consumatori) è un potente motore di inflazione, basti pensare che il sistema dei diritti di emissione pesa direttamente sulla produzione energetica con un aumento di costi incredibili, che arrivano a 25 centesimi a kilowattora prodotto col metano. tutto questo non ha niente a che vedere con situazioni globali, ma invece col malgoverno locale ed europeo e grazie a tutto questo quasi il venti per cento delle famiglie nella fascia di reddito medio avrà difficoltà a pagare le bollette nel 2022, mentre nelle fasce più popolari il disagio colpirà tutti. Ma forse visto che siamo in pieno boom economico come dicono gli idioti dei giornaloni saranno tutti in grado di pagare agevolmente. Non ha importanza se in termini reali i salari reali sono diminuiti e cominciano proprio adesso ad andare in picchiata ( meno 15 per cento per gli infermieri, scelgo questa professione simbolica di questi tempi) , se 154 mila attività autonome hanno chiuso, se i prezzi degli immobili sono calati del 15%, caso unico nel continente dove invece c’è stato un aumento medio del 26 per cento. E questo è il meno perché con l’efficientamento energetico necessario a fermare il riscaldamento globale che è ormai un mito catastrofista piuttosto che una ipotesi scientifica, molti che non potranno pagare il costo delle ristrutturazioni perderanno la casa determinando una ulteriore caduta dei prezzi. Insomma Draghi è riuscito nella sua breve e terribile permanenza a Palazzo Chigi a svendere uno dei patrimoni del Paese.

E tuttavia assistiamo a una delle prese in giro mediatiche se vogliamo anche più inquietanti di quelle che riguardano la presunta sanità: l’Economist infatti se ne esce dichiarando l’Italia, Paese dell’anno, beatificando Draghi sulla base del nulla, ma l’arcano è presto svelato l’Economist è di proprietà della famiglia Elkann – Agnelli, quella che peraltro possiede anche la Gedi, ovvero Repubblica, Stampa e compagnia scrivente: si tratta insomma di un omaggio a un amico del cuore. Un omaggio che porta anche sfiga , visto che i Paesi dell’anno di The economist sono Armenia , Uzbekistan e Malawi. Ma al di la di queste cortine di fesserie il redde rationem si avvicina: quasi in contemporanea con l’annuncio non esplicito, ma ugualmente chiaro della candidatura Draghi al Quirinale, la Bce ha fatto sapere che da marzo prossimo finirà il programma di acquisto dei titoli di stato, varato per la pandemia e che va sotto il titolo di Pepp: si passerà da acquisti mensili di titoli sui 100 miliardi a 20 o forse anche meno e questo comporterà un rialzo del costo sugli interessi del debito e si tornerà dunque a parlare di spread e comunque a dover stringere la cinghia al massimo. Per questo Draghi fugge verso il Quirinale dove potrà essere ancor più irresponsabile di quanto non sia stato.

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