L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 9 dicembre 2021

Diritti umani PUAH

Carcere senza processo, diffuso ovunque in Medio oriente anche in Israele

Diritti Umani. Dall'Egitto all'Arabia saudita, dall'Iran alla Turchia ma gli arresti indiscriminati seguiti da lunghe detenzioni senza processo sono praticati anche dall'esercito israeliano contro i palestinesi



EDIZIONE DEL08.12.2021

L’arresto cautelare è l’espressione elegante che in Medio oriente definisce la detenzione arbitraria, spesso non seguita da un processo, e abbinata a torture, maltrattamenti e abusi di ogni genere. La vicenda di Patrick Zaki è servita a puntare i riflettori sulla situazione dei diritti umani in Egitto dove, secondo i dati in possesso da Human Rights Watch, sarebbero circa 60mila i cittadini incarcerati per motivi politici – uno dei più noti è Alaa Abdel El Fattah, protagonista nel 2011 della rivolta contro il presidente Hosni Mubarak –, non pochi dei quali sono soggetti a torture in centinaia di luoghi di detenzione, con 13 nuove prigioni costruite dal giorno del colpo di stato militare del 2013. I rapporti strategici ed economici che legano diversi paesi occidentali, Italia inclusa, all’Egitto, assicurano una sorta di immunità al regime di Abdel Fattah El Sisi. Ma la detenzione per motivi politici, senza processo, è largamente diffusa in altri Stati della regione, incluso Israele che pure si proclama a ogni occasione «l’unica democrazia del Medio oriente».

L’Arabia saudita detiene oltre 2.600 prigionieri politici, tra cui avvocati, accademici, religiosi e attivisti, molti dei quali sono in carcere senza accuse formali o sono stati condannati a lunghe pene detentive senza vere e proprie sentenze giudiziarie. Questo quadro è ulteriormente peggiorato con l’ascesa al potere del principe ereditario Mohammed bin Salman, accusato da più parti tra le altre cose di essere il mandante dell’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi, un oppositore della monarchia Saud. In Siria, secondo Amnesty International, dall’inizio della guerra interna nel 2011 decine di migliaia di persone sono state incarcerate, tra queste molte non hanno mai subito un processo e sono state torturate. Il governo siriano è anche accusato, sempre da Amnesty, dell’uccisione di 13.000 prigionieri nella prigione di Saydnaya. Damasco nega. Si ritiene inoltre che altre migliaia di siriani siano stati detenuti, torturati e uccisi da gruppi armati schierati contro il governo.

In Turchia circa 50.000 persone sono state arrestate dopo il tentato colpo di stato di qualche anno fa contro il presidente Erdogan. Poche sono state accusate formalmente di aver preso parte al golpe e sono state imprigionate in modo sommario. Amnesty denuncia che «la detenzione preventiva arbitraria, lunga e punitiva» vada avanti in Turchia malgrado le proteste internazionali e dei centri per la difesa dei diritti umani. I più colpiti dalla misura sono gli attivisti curdi. Non va meglio in Iran dove il governo iraniano continua a reprimere, spesso con violenza, dissidenti e attivisti di ogni tipo per «propaganda contro lo Stato» e per aver «insultato» personaggi politici o religiosi. Il Bahrain ha incarcerato oltre 3.000 sciiti dopo le manifestazioni di massa del 2011-12 che chiedevano riforme e diritti politici nel regno. Accuse simili sono rivolte alla Giordania, all’Autorità nazionale palestinese e i paesi del Golfo, in particolare agli Emirati.

Israele fa il possibile per definirsi davanti al resto del mondo uno «Stato ebraico e democratico» eppure continua a governare oltre cinque milioni di palestinesi sotto la sua occupazione facendo uso nei territori di Cisgiordania e Gaza e Gerusalemme Est di leggi militari che contemplano che la detenzione amministrativa. Le origini delle leggi militari israeliane relative agli ordini di detenzione amministrativa senza processo devono essere ricondotte al Mandatory Emergency Law Act del 1945. Questa misura restrittiva consente all’esercito di trattenere l’arrestato a tempo teoricamente indeterminato – per mesi, in alcuni casi addirittura per anni – sulla base di «informazioni segrete» dell’intelligence, senza formalizzare accuse e rinviarlo a giudizio. Il detenuto e il suo avvocato non possono accedere a queste «informazioni segrete». Contro i palestinesi la detenzione amministrativa è stata usata sin dall’inizio dell’occupazione militare nel 1967 e prima di allora sotto il Mandato britannico. Dei circa 5mila prigionieri politici (tra cui anche donne e minori) al momento nelle carceri israeliane quasi 500 palestinesi sono detenuti senza aver mai subito un processo.

La Corte suprema israeliana non ha mai realmente messo in discussione l’uso di tale forma di «custodia cautelare» che pure viola le leggi internazionali e i diritti umani. Contro la detenzione amministrativa i prigionieri palestinesi spesso, anche nelle scorse settimane, hanno messo in atto forme di proteste e praticato lo sciopero della fame. Uno di loro, Hisham Abu Hawash, continua a digiunare da 114 giorni contro il carcere senza processo. In Europa però, tanti fra coloro che lodevolmente si sono battuti per far scarcerare Patrick Zaki, non hanno posto alcuna attenzione sulla sua protesta.

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