L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 dicembre 2021

E' anomalo di come l'influenza covid è stata affrontata/è affrontata. Con i virus ci conviviamo da sempre

Il Covid 19 è diventato come l’influenza?

di Maurizio Matteoli, pediatra
27 novembre 2021

Ebbene sì. Quando, all’inizio dell’epidemia, i vari Burioni, Capua, Bassetti, Pregliasco fecero affermazioni su questo tenore, secondo me avevano ragione. Vi spiego perchè.

Esiste, in epidemiologia, un fenomeno noto e ben studiato che si chiama “Harvesting” e cioè un periodo di eccesso di mortalità che segue naturalmente la comparsa di un virus nuovo.

Nel 1918 apparve sulla scena mondiale un nuovo ceppo virale, il sottotipo H1N1 del virus dell’influenza A che provocò, nei due anni a seguire, quasi 100 milioni di morti. Insomma, la famosa “Spagnola”. Non è mai più scomparso dalla scena. Da allora ci infetta ogni anno durante le epidemie influenzali stagionali. Noi, con l’influenza, ci conviviamo. Accettiamo, anche se ogni anno ci arrabbiamo e protestiamo chiedendo un loro potenziamento, per il fatto che gli ospedali e i pronto soccorso, nel periodo epidemico, siano sovraffollati, taluni al collasso, e soprattutto accettiamo che ogni anno ci siano una media di 15mila morti in eccesso dovute, in maniera diretta o indiretta all’influenza.*

Il ceppo “spagnolo” in realtà ha attenuato, anno dopo anno, in maniera naturale, la sua virulenza (è la caratteristica di tutti i virus molto contagiosi che “non vogliono” scomparire). Ma noi non ci siamo accontentati di questa sua innata caratteristica. Abbiamo, fin dagli anni ’50, studiato e prodotto vaccini per proteggere ulteriormente quelle categorie, anziani e fragili, che sono più suscettibili in caso di contagio e, anche se solo in parte, ci siamo riusciti. Sicuramente, senza vaccino, i decessi annuali correlati al virus influenzale sarebbero molti di più.

Affrontiamo l’influenza annuale con una strategia semplice: vaccinazione gratuita e incentivata per anziani e fragili, tampone per il virus influenzale nei soggetti ricoverati con sintomi attribuibili alla malattia per poterlo tipizzare e per poterne monitorare l’andamento e la diffusione, indicazioni per la popolazione di restare a casa se sono presenti sintomi. Quest’ultimo invito purtroppo non sempre è seguito, fondamentalmente perché la percezione comune dell’influenza è quella di una malattia banale, e non è insolito sentire qualcuno che si dichiara felice perché finalmente può rimanere 2 o 3 giorni a letto a riposarsi e vedere la televisione. Concluse queste considerazioni sull’influenza (non solo mie, ma comuni a tanti altri medici), mi chiedo: quali sono le differenze con SarsCov2?

Poichè io valuto ormai terminato il periodo di “harvesting”, la differenza più lampante risiede nella smodata esecuzione dei tamponi. Sottoponendo a tampone un grande numero di persone troviamo moltissimi portatori asintomatici del virus.

Sottoponendo a tampone tutti coloro che entrano in ospedale per sottoporsi a cure, indipendentemente dal motivo del ricovero, otteniamo dei numeri falsati (anche se ormai da molto tempo in misura tale da non costituire alcuna preoccupazione per la tenuta del sistema ospedaliero) rispetto ai reali malati di Covid19. Vi chiedo di immaginare cosa sarebbe successo se avessimo utilizzato la stessa strategia nel 2016/2017 quando fu rilevato un eccesso di mortalità, attribuita al virus influenzale, di 25mila decessi*.

Non credo ci sarebbe stata alcuna differenza rispetto alla situazione di oggi, ma, ci saremmo veramente arrivati ad un oggi? E in caso di risposta affermativa, in quali condizioni ci saremmo arrivati? Insomma, se realmente vogliamo uscirne, cerchiamo di affrontare l’argomento con la ragione e non con la confusione generata dalla rabbia che mi sembra sia ormai la caratteristica del confronto odierno che non si può più certo definire scientifico. Prendere in esame di impiegare la stessa strategia che utilizziamo ogni anno per le epidemie influenzali può essere, a mio avviso, in questo momento un buon argomento di discussione e di studio per coloro che decidono le politiche sanitarie del nostro paese e faccio notare che, in realtà, altre nazioni hanno già fatto scelte di questo tipo. Permettetemi poi di concludere con l’argomento che ormai è il mio chiodo fisso: non spingiamo per una vaccinazione di massa per i bambini sani.

Non conosciamo ancora i possibili effetti avversi a lungo termine del vaccino, non è chiaro se ai bambini sani serva e, statene certi, anche se riuscissimo a vaccinare il 101% della popolazione mondiale, il SARS-Cov-2 non scomparirà mai.

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