L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 30 dicembre 2021

Il puzzo maleodorante che si propaga sta diventando insopportabile, svela il nulla di Draghi, lo stregone maledetto/vile affarista. La stura l'ha poi data proprio lui quando si autocandidato a essere il Garante della Costituzione. L'uomo non è mai stato capace di affrontare le sue responsabilità si è da sempre insinuato nelle pieghe del potere ed essere servo è diventato per lui naturale facendosi scudo dell'autorità e del potere che le istituzioni gli hanno da sempre garantito

Le dimissioni del ministro Cingolani svelano il disastro in arrivo per Draghi e l’economia italiana
Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha annunciato le dimissioni, aprendo il vaso di Pandora del governo Draghi
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 30 Dicembre 2021 alle ore 08:08


Sono arrivate a sorpresa le dimissioni di Roberto Cingolani da ministro della Transizione ecologica. E le motivazioni sono a dir poco imbarazzanti per un governo che osa definirsi “dei migliori”. La missione sarebbe stata compiuta, a detta dell’interessato, perché il suo compito sarebbe stato sostanzialmente quello di contribuire a scrivere il Pnnr, in cui la transizione ecologica è parte centrale. Adesso, spiega, resta la sola fase dell’implementazione, ruolo per cui il ministro uscente non sarebbe più indispensabile.

Parole ridicole, che denotano supponenza e distacco dalla realtà. Cingolani lascia un ministero nel caos sul piano dell’organizzazione burocratica e, soprattutto, un’economia italiana esposta al caro bollette. Le tariffe di luce e gas nel prossimo trimestre potrebbero salire del 40-50%. Le associazioni dei consumatori stimano i rincari per una famiglia-tipo in 1.200 euro nel 2022. Uno stipendio che se ne va per il boom dei prezzi del gas e del greggio.

L’Italia è stata costretta a riattivare la produzione di carbone per mitigare il caro bollette. Non che le responsabilità siano state di Cingolani, essendo un fenomeno europeo, ma non si capisce cosa il ministro abbia fatto per frenare la corsa dei prezzi e gestire quella transizione ecologica che le era stata assegnata a febbraio dal premier Mario Draghi. Manager di Leonardo, voluto dal Movimento 5 Stelle, proprio con il mondo “grillino” Cingolani non è andato granché d’accordo in questi mesi.
Cingolani fugge dal caro bollette

Va riconosciuto all’uomo un pragmatismo che manca ai 5 Stelle sui temi dell’ambiente. Egli propugna, ad esempio, lo sfruttamento del gas nel sottosuolo italiano e il ricorso al nuovo nucleare per contribuire all’indipendenza energetica da un lato e a un’economia più green dall’altro.Ma i suoi riferimenti politici ne sono diventati anche detrattori. Ad ogni modo, le dimissioni di Cingolani hanno tutta l’aria di una fuga. Da cosa? Dalle estreme difficoltà a cui saranno sottoposti milioni di famiglie nei prossimi mesi e che avranno conseguenze anche politiche rilevanti.

I 3,8 miliardi di euro destinati dal governo contro il caro bollette non basteranno affatto a mitigare i prezzi. Peraltro, l’Italia resta senza una strategia energetica credibile a lungo termine. Draghi è stato costretto alla conferenza stampa di fine anno a invocare una tregua nella “guerra” tra Europa e Russia per ottenere l’abbassamento dei prezzi del gas. Ecco, questo episodio svela tutta la fragilità del Vecchio Continente nell’implementare una transizione ecologica senza alcuna attinenza con la realtà e, in particolare, di un’Italia priva della fonte nucleare, che ancora ha un peso preponderante presso tutte le altre grandi economie europee.

Sul piano politico, le dimissioni di Cingolani rischiano di provocare un effetto domino. Nel caso in cui il premier tecnico andasse al Quirinale, a quel punto tutti i ministri tecnici si sentirebbero quasi autorizzati a lasciare il governo, facendolo naufragare. D’altra parte, anche nel caso in cui Draghi rimanesse a Palazzo Chigi, ciò sarebbe percepita come una sconfitta dei tecnici, i quali andrebbero via. Ma questo esecutivo si tiene unito con lo sputo. Non può permettersi di perdere diverse tessere senza venire giù. E una volta caduto, rimetterlo in piedi sarebbe pressoché un’operazione politica impossibile.

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