L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 dicembre 2021

La dimostrazione dell'incapacità di fare quel salto culturale che contestualizza il continuo incessante movimento del continente eurasiatico. Perseverare a vedere la divisione del mondo centrata su un'occidentalizzazione che è disgregata inutile è superata . Si continua a guardare il mondo dal proprio ombelico non capendo che esistono una molteplicità di punti di osservazione il più importante è il risveglio di EURASIA

LE RELAZIONI TRA RUSSIA E TURCHIA MINACCIANO LA NATO?


10/12/21

Le relazioni tra Russia e Turchia, che da qualche anno sono diventate sempre più articolate, sono caratterizzate da un rapporto ambiguo, complicate dalla lunga appartenenza della Turchia allo schieramento occidentale (NATO) che si contrapponeva all’Unione Sovietica (Patto di Varsavia) e, nonostante il recente avvicinamento, soprattutto dalla contrapposizione in merito ad alcuni dossier di particolare rilevanza geopolitica.

I due Paesi, infatti, si trovano schierati su due opposti campi sia in Siria che in Libia, le due aree mediterranee al momento più calde, sotto tutti i punti di vista.

In Siria, infatti, la Turchia si oppone alle forze del governo sostenute da Russia, Iran e milizie libanesi di Hitzballah. Da una parte c’è il desiderio turco di “sistemare” definitivamente, con tutti i mezzi, la questione curda mentre dall’altra si registra l’attivo sostegno russo alle istanze curde, che si manifesta con la fornitura di abbondante materiale, contraccambiata dall’autorizzazione a costruire una base aerea sul proprio territorio. Una base che rivestirebbe una particolare importanza strategica in quanto potrebbe permettere ai russi di controllare e di tenere sotto scacco tutto il sud della Turchia (v. articolo). La tensione è tale che sui due fronti si parla di frequenti rotture del cessate-il-fuoco concordato il 5 marzo 2020.

In Libia è noto che, mentre Ankara sostiene attivamente il governo di Tripoli ottenendo in cambio il controllo delle sue Forze Navali Costiere (a scapito dell’Italia), la Russia insieme all’Egitto (altro grande e influente attore mediorientale) sostiene risolutamente il generale Haftar.

Agli intricati rapporti russo-turchi, inoltre, non giova certamente il fatto che Ankara sia apertamente molto vicino a Kiev, sia a livello militare che diplomatico, un fatto sicuramente seccante per Mosca, che già mal sopporta l’attenzione dell’Unione Europea e degli USA su quel particolare teatro, ritenuto da Putin estremamente importante sotto il profilo militare e geopolitico. Ad accrescere l’attenzione internazionale (e l’irritazione di Mosca) si è poi aggiunto il recente allarme di Washington circa un possibile attacco russo entro la fine del prossimo mese di gennaio. Ciò ha portato l’Europa, attraverso la voce del suo Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, lo spagnolo Joseph Borrell, ad affermare che l’Unione Europea “…sarà a fianco di Kiev in caso di attacco…”1.

La collaborazione nel campo aeronautico…


Ciò nonostante, i punti di contatto tra i due Paesi sono numerosi e importanti, specialmente sotto il profilo militare. A tal riguardo basti ricordare l’acquisto dei missili russi S-400 e le commesse nucleari per la centrale di Mersin. Già nel dicembre 2017, infatti, la Turchia ha sottoscritto un contratto del valore di 2,5 miliardi di dollari per la fornitura di quattro batterie dei citati missili. Una fornitura che, come ha fatto sapere l’agenzia Reuters il 23 agosto 2021, sarà aumentata con un secondo lotto di unità del sistema per la difesa aerea S-400 “Triumph”. Una mossa tendente, secondo molti osservatori, ad accentuare il distanziamento dagli USA e dalla NATO, che non mancano di esprimere forti perplessità e preoccupazioni.

Un matrimonio di interesse, per così dire, che ha portato al Vertice di Sochi dello scorso 29 settembre, alla fine del quale il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo Recep Tayyip Erdoğan hanno voluto sottolineare con enfasi i punti che li univano. Il capo del Cremlino ha, infatti, evidenziato che “…anche se il negoziato non è stato facile, si è concluso con un risultato positivo, avendo trovato dei punti di compromesso favorevoli alle due parti…”. A Putin ha replicato Erdoğan facendo notare che “…c’è grande beneficio dal fatto che la Russia e la Turchia continuino a rafforzare le loro relazioni…”. Una collaborazione che porterà, tra le altre, alla produzione turca di alcuni componenti dell’S-400, come ha sottolineato l’agenzia di stampa russa RIA Novosti lo scorso 17 novembre. A ciò si aggiunge quanto diffuso dall’agenzia turca Anadolu, attraverso la quale Ankara ha lasciato trapelare che sta valutando la possibilità di acquisire aerei da combattimento russi, in risposta alla sua esclusione dal programma F-35.

In effetti, gli Stati Uniti hanno allontanato la Turchia dal programma di produzione del caccia di quinta generazione F-35 come reazione all’acquisizione turca – unico Paese della NATO – di sistemi d’arma russi. Nel corso dei colloqui bilaterali di Washington dello scorso 17 novembre, tuttavia, pare che i due Paesi abbiano trovato un’intesa per la fornitura “riparatoria” di 40 F-16 e di 80 kit di modernizzazione per i velivoli già presenti nelle Forze Armate turche2. L’accordo, tuttavia, a detta di alcuni osservatori non sembra escludere l’eventuale possibilità di un ennesimo voltafaccia turco in merito all’argomento, sul quale Erdoğan ha dichiarato che sta valutando anche la possibilità di acquisire motori russi per il TF-X, il programma per il caccia turco di quinta generazione il cui primo volo sarebbe previsto per il 2025 e l’entrata in servizio per il 2030. Una possibilità sottolineata anche da Dmitry Shugaev, direttore del servizio federale russo per la cooperazione militare e tecnica (FSVTS), quando sostiene che “…esistono degli ambiti d’interesse dove possiamo portare contributi di tecnologia, tenuto anche conto dell’esperienza che hanno i nostri specialisti nel campo dello sviluppo e fabbricazione di aerei. E noi siamo pronti a condividere le nostre competenze con i soci turchi…”. Qualora tale collaborazione dovesse concretizzarsi sarà interessante verificare come la Russia riuscirà a contemperare tale partnership con l’antagonismo nell’area al confine con la Siria, per esempio.


…e nel settore aeronavale e navale

Ad ogni modo, la collaborazione nel settore degli aerei da combattimento potrebbe avere eventuali ricadute anche su quello aeronavale giacché, al momento, la Turchia non sembra avere all’orizzonte alcun concreto progetto per un valido caccia STOVL da impiegare sulla sua piattaforma principale Anadolu (immagine), una LHD dotata di un grande ponte di volo, oltre ad avere significative capacità anfibie. Si comprende, quindi, come l’eventuale dotazione di caccia STOVL potrebbe ampliare la capacità turca di proiezione sul mare. E, vista la postura aggressiva assunta da Ankara, potrebbe non essere una notizia tranquillizzante.

A tal proposito vale la pena ricordare che, stante il progressivo sganciamento USA dall’area, l’Italia (Cavour) e la Francia (Charles de Gaulle) sono gli unici Paesi mediterranei che hanno una portaerei, uniche unità in grado di contrastare l’assertività turca sul mare qualora Ankara dovesse dotarsi anche di questa capacità operativa. Appare, quindi, quanto mai necessario e urgente mettere in attività il Cavour, acquisendo rapidamente tutti gli F-35B della Marina necessari a raggiungere la piena capacità operativa (full operational capabilty - FOC).

Le perplessità e preoccupazioni suscitate dalla collaborazione russo-turca in merito agli armamenti aerei e missilistici si possono, quindi, estendere anche a tutto ciò che attiene agli armamenti navali, altro ambito di collaborazione enfaticamente evocato da Erdoğan.

Sul mare, infatti, la postura turca è la più assertiva e non sono mancati, negli ultimi tre anni, momenti di forte tensione derivanti dalla prepotenza e dall’arroganza di Ankara, arrivando perfino a puntare i radar del tiro (misura quanto mai aggressiva) contro unità navali francesi. Una postura destabilizzante che ha ormai stravolto i delicatissimi equilibri faticosamente raggiunti nel Mediterraneo dopo la Seconda Guerra Mondiale (v. articolo).

Sul mare, quindi, la Sublime Porta sta giocando la sua partita geopolitica più importante, essendo correlata principalmente all’acquisizione di risorse energetiche ma anche ad assicurarsi i diritti delle future “autostrade dell’energia”, che collegheranno Asia, Africa ed Europa, oltre che all’espansione della propria influenza politica e militare.

In merito alla questione energetica riguardante il Mediterraneo orientale, è recentissima la notizia che la Turchia ha pubblicamente “…minacciato di bloccare qualsiasi ricerca non autorizzata (da Ankara, nda) di gas e petrolio nella sua Zona Economica Esclusiva…” in risposta all’assegnazione da parte di Nicosia dei diritti di esplorazione e trivellazione di idrocarburi alla Exxon e alla Qatar Petroleum3. L’unico problema è che la ZEE turca non è riconosciuta dalla comunità internazionale e, di conseguenza, l’assertività di Ankara non ha al momento alcun fondamento giuridico. La delicata questione è suscettibile di peggioramento, dato che anche l’ENI ha annunciato che nel primo semestre 2022 riprenderà le operazioni di trivellazione nell’area legittimamente assegnata, ma non accettata dalla Turchia (v. articolo).

Erdoğan sulla questione navale ha anche sottolineato come, a similitudine della collaborazione in ambito missilistico e aereo, Mosca e Ankara potrebbero convergere sulla collaborazione per l’acquisizione di unità subacquee.


È noto a tutti che l’impiego dei sottomarini richiede un elevatissimo grado di segretezza, proprio per la natura stessa delle loro operazioni. È, quindi, inconcepibile che un membro della NATO possa trovarsi nell’eventualità di condividere informazioni così altamente riservate con un Paese storicamente avversario dell’Alleanza. Erdoğan non ha concesso approfondimenti su quanto ha dichiarato, ma è un dato di fatto che la Russia dispone di buoni battelli a propulsione diesel-elettrica, la classe “Kilo”, e sta sviluppando validi progetti quali l’”Amur 950” e l’”Amur 1650”.

I battelli classe “Kilo” sono stati progettati per l’assolvimento di missioni di ricognizione, sorveglianza e attacco contro obiettivi subacquei e di superficie. Sono molto compatti e possono operare anche in acque relativamente basse. I classe “Amur” saranno acquisibili con due diversi dislocamenti, avranno più accentuate capacità stealth acustiche, nuovi sistemi di combattimento e la possibilità di propulsione indipendente ad aria (air-indipendent propulsion – AIP), ovvero la possibilità di operare senza avere accesso all’aria esterna e, quindi senza emergere o impiegare uno snorkel.

Da sottolineare che molti moderni sottomarini non-nucleari sono sensibilmente meno rumorosi (e quindi più “invisibili” agli apparati di localizzazione subacquea) dei sottomarini nucleari. Da qui la loro maggiore pericolosità in termini di lotta subacquea, mentre i battelli nucleari rimangono una minaccia a livello strategico, avendo la possibilità di colpire obiettivi di superficie (mare e terra) anche molto lontani e con notevole precisione.

Si tratterebbe di una diversificazione significativa della Marina turca che, al momento, ha in previsione l’acquisizione di sei sottomarini U-214T, forniti su brevetto tedesco, anch’essi a propulsione diesel e capacità AIP. La loro costruzione avviene grazie alla collaborazione tra i cantieri navali turchi di Gölcük e Sistemi Marini della tedesca TyssenKrupp. Il primo della serie, il Piri Reis, è stato messo in acqua nel 2019. Una collaborazione che è stata fortemente criticata in Germania, proprio a causa delle tensioni prodotte dall’atteggiamento assertivo e aggressivo turco nel Mediterraneo orientale. Tuttavia il Ministro tedesco degli Affari Esteri, Heiko Maas, e quello della Difesa, Annegret Kramp-Karrenbauer, si sono opposti all’interruzione del programma affermando che “…un embargo sugli armamenti contro la Turchia è strategicamente scorretto. Non è facile prendere una tale decisione contro un alleato della NATO. Abbiamo visto che la Turchia ha acquistato missili dalla Russia, solo perché non ha avuto la possibilità di ottenerli dagli USA…”4.

Pecunia non olet, verrebbe quasi da dire, anche alla luce del fatto che la Germania non ostacola in alcun modo l’assertività marittima turca ma, soprattutto sulla questione del gasdotto EastMed, ne agevola le istanze a favore degli interessi tedeschi (gasdotto Nord Stream) e a grave discapito degli interessi europei e italiani. Eppure, nonostante questa disponibilità (molto interessata) tedesca, la Turchia non ha distolto lo sguardo da altri battelli.


Conclusioni

Sembra che, per la tutela delle rivendicazioni turche, alla flotta siano state recentemente assegnate regole di ingaggio selettive in funzione della nazionalità delle navi che potrebbero svolgere attività di esplorazione nel Mar di Levante. In tale ambito la flotta turca sarebbe piuttosto arrendevole con le unità statunitensi (questione sembra affrontata nel corso dei citati colloqui bilaterali di novembre) ma intransigente con unità esploratrici di altre nazionalità europee, tra cui l’Italia, ritenute meno combattive, arrivando a impedire tali attività anche ricorrendo all’intervento militare. Proprio per questo motivo l’atteggiamento turco nel Mediterraneo orientale è, come detto, fonte di grande preoccupazione non solo per quanto attiene all’applicazione del diritto internazionale e alla relativa stabilità dell’area, ma anche alla tenuta dell’Alleanza (v. articolo).

In quel teatro si sta giocando una delicatissima partita a scacchi che vede la Turchia alzare di volta in volta la posta in palio, nel tentativo di accrescere il proprio potere contrattuale nell’area, e la Russia utilizzare Ankara per creare una breccia nel muro di solidarietà degli alleati. Un muro che, sotto la dittatura di Erdoğan, sta lentamente disgregandosi per effetto di una politica neo-ottomana sempre più muscolare e spregiudicata.

Un allentamento della coesione dell’Alleanza sarebbe un evento estremamente grave che potrebbe probabilmente innescare dinamiche perverse, in grado di destabilizzare definitivamente e disastrosamente tutta l’area, oltre che creare le premesse per l’inserimento in questo teatro di attori estremamente determinati e provenienti da molto lontano.

Su quelle acque, quindi, si sta giocando una delicatissima partita geopolitica. La frontiera rappresentata dal muro costruito all’indomani dell’invasione turca di una parte di Cipro indica ormai che da una parte ci sono l’Europa, il mondo occidentale e i suoi valori, mentre dall’altra c’è la Turchia di Erdoğan, che vuole giocare la sua pericolosa partita mediterranea fino in fondo, anche in aree che tradizionalmente erano le nostre aree di influenza. È, pertanto, necessario effettuare una seria, profonda e matura riflessione sul nostro ruolo nel Mediterraneo perché, o torniamo a essere determinanti come siamo stati nei secoli e negli anni recenti, oppure il Mediterraneo potrebbe diventare un nostro grave problema.

L’UE e l’Italia dovrebbero, quindi, avere finalmente una politica chiara e dovrebbero dimostrare la propria determinazione a non accettare ulteriori provocazioni marittime e territoriali da parte della Turchia, richiamando anche gli alleati americano e tedesco a una seria riflessione circa i rispettivi rapporti con Ankara, che stanno diventando sempre più ambigui e che stanno minando la fiducia collettiva.

È, pertanto, palpabile l’inquietudine con la quale i Paesi europei seguono l’evolversi della collaborazione militare tra Russia e Turchia perché, qualora dovessero ulteriormente approfondirsi le relazioni tra i due Paesi, la stessa appartenenza turca all’Alleanza sarebbe più che mai messa in discussione, venendo a rappresentare un punto debole anziché un punto di forza della NATO.

La collaborazione militare tra Mosca e Ankara sta, nel frattempo, proseguendo e la seconda, mentre continuano le sue intemperanze internazionali, sta profondamente rinnovando e diversificando il proprio arsenale che, qualora le cose non cambino, potrebbe arrivare a rappresentare, in futuro, una minaccia per l’Europa e per i Paesi occidentali.

Una minaccia aggiuntiva di cui l’Europa e i Paesi occidentali non sentono alcun bisogno.

Renato Scarfi (CESMAR)

1 RAI News, 5 dicembre 2021

2 Ossevatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS, 5 dicembre 2021

3 Selcan Hacaoglu, Bloomberg, 5 dicembre 2021

4 Heiko Maas, dicembre 2020

Foto: Cremlino / MoD Fed. Russa / presidency of the republic of Turkey / Türk Silahlı Kuvvetleri

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