L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 12 dicembre 2021

L'inflazione "transitoria" si mangia il potere d'acquisto dei comuni mortali


Addio alla favola rassicurante dell’inflazione transitoria

12 Dicembre 2021


di Mario Seminerio – Domani Quotidiano

Il tasso di inflazione tendenziale negli Stati Uniti è arrivato a novembre al 6,8%. Al netto delle componenti volatili di alimentari ed energia, la crescita dei prezzi è del 4,9%. Si tratta dei nuovi massimi rispettivamente da 40 e 30 anni a questa parte. Dopo aver trascorso gli ultimi mesi a parlare di “transitorietà”, sulla scorta di quanto indicato dal presidente della Federal Reserve, Jay Powell, il presidente Biden sta diventando apprensivo: alla vigilia della pubblicazione del dato ha sentito la necessità di emettere un inusuale comunicato in cui segnalare, tra le altre cose, che dopo la chiusura del periodo di rilevazione alcune pressioni sui prezzi si sono allentate, e che la tendenza al ridimensionamento sarà più evidente nei prossimi mesi.

Poche cose sono corrosive per il consenso politico quanto l’inflazione, soprattutto quella alla pompa di benzina. Biden da mesi subisce le critiche di Larry Summers, già Segretario al Tesoro di Bill Clinton, rettore di Harvard e alla guida del consiglio economico nazionale con Obama, che da mesi segnala quelli che a suo giudizio sono errori di politica economica ma anche politici in senso stretto, alla base di una perturbazione inflazionistica che egli considera non temporanea.

Primo fra tutti, aver ecceduto in erogazioni di emergenza che hanno alimentato la domanda ben prima dell’approvazione del piano di “infrastrutture sociali” che per varie resistenze tra le differenti anime dei Democratici resta lontano dal traguardo.

Powell ha alla fine ritirato il vero e proprio meme della transitorietà, mentre in seno alla Fed è cresciuto l’orientamento ad accelerare il ritiro della parte di stimolo relativa agli acquisti di titoli di stato e obbligazioni ipotecarie, che ora pare potrebbe finire già al termine dell’inverno, per poi cedere il passo a rialzi dei tassi ufficiali.
Troppa politica

Difficile sfuggire alla sensazione che tutta la gestione della vicenda sia caduta vittima di semplificazioni e imperativi politici. Come scrivevo su questo giornale all’inizio dello scorso mese di settembre, la contraddizione tra una politica monetaria fortemente espansiva, che ha deciso di assumere un ruolo quasi fiscale e “sociale”, concorrendo a riassorbire la disoccupazione, e una realtà fatta di shock di offerta appariva destinata a creare emicranie alla politica e alla credibilità delle banche centrali. Così è stato.

Da mesi assistiamo a dibattiti spesso surreali tra addetti ai lavori dove si cerca di dimostrare che, al netto di alcune componenti di spesa, i prezzi non salgono più di tanto. Alcuni economisti di orientamento liberal sono impegnati ad analizzare la derivata seconda dei dati per dimostrare che la tendenza è alla decelerazione. Sin qui, è prevalsa la vulgata secondo cui i benefici delle erogazioni di Biden avrebbero protetto il potere d’acquisto degli strati sociali più poveri.

Abbiamo assistito anche a un dibattito su Twitter, in tal senso, tra Paul Krugman, sostenitore di tale tesi e Jason Furman, economista già alla guida del consiglio dei consiglieri economici di Obama, a ribattere che l’aumento di salari reali è frutto di una fallacia di composizione, perché circa 5 milioni di lavoratori, per lo più a bassa remunerazione, non sono più nelle liste degli occupati, e questo alzerebbe artificiosamente la media dei salari reali.
Il lato europeo

Sottigliezze da economisti a parte, anche in Eurozona la criticità si manifesta, pur se in forme differenti. Christine Lagarde cerca di barcamenarsi con la comunicazione di una materia che manifestamente non padroneggia, mentre il suo governing council dibatte tra posizioni diversificate, con relativi spifferi di una comunicazione cacofonica. Persino Isabel Schnabel, la tedesca che ha sin qui rappresentato un’interessante discontinuità con la scuola ordoliberale di Weidmann e predecessori, ora segnala che la politica monetaria troppo lasca potrebbe produrre più problemi che benefici.

Si discute anche su che fare alla scadenza dello stimolo pandemico, a marzo 2022. Proseguire con acquisti ordinari, ma per quanto tempo e quanto volume di fuoco? A ogni ipotesi di ridimensionamento del supporto della Bce, lo spread tra Btp e Bund si allarga. I mercati faticano a credere che il nostro paese riuscirà a reggersi da solo, in assenza di un compratore di ultima istanza così decisivo per il nostro debito pubblico.

A questo quadro va aggiunta un’ulteriore considerazione: che accadrà se i prezzi dovessero smettere di aumentare ma non tornare da dove sono venuti, soprattutto per voci socialmente sensibili come l’energia? Da noi stiamo già vedendo crescenti quote di risorse pubbliche destinate a ridurre l’onere per i cittadini più fragili economicamente.

Se questa situazione si rivelasse non transitoria, avremmo seri problemi di bilancio. Quando si inserisce un sussidio ai consumi energetici, toglierlo è politicamente proibitivo.

Tutte variabili da tenere sotto osservazione per il prossimo futuro, mentre ci rallegriamo per la vibrante ripresa del nostro paese.

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