L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 dicembre 2021

L'ingordigia di Intel, vuole la gran massa dei 54 miliardi di dollari solo per se

Venerdì 3 dicembre 2021 - 15:22
Chip, TSMC contro Intel: Washington non incentivi solo aziende Usa

Il capo del gigante taiwanese: CHIPS Act cruciale



Roma, 3 dic. (askanews) – La crisi dei chip potrebbe anche diventare una guerra dei chip. Oggi il capo del maggiore produttore mondiale di semiconduttori, la taiwanese TSMC, ha risposto alla richiesta arrivata ieri a Washington da parte dell’amministratore delegato della principale compagnia statunitense del settore, Intel, di limitare gli incentivi alle sole imprese americane, avvertendo che se ciò accadesse ci sarebbe un effetto “negativo” sulle ambizioni dell’Amministrazione Biden di ricostruire una propria industria dei chip.

In ballo c’è un pacchetto di incentivi da 52 miliardi di dollari contenuti nel cosiddetto CHIPS Act pensato dall’amministrazione democratica per cercare di riportare negli Usa la produzione di semiconduttori, oggi concentrata soprattutto in Asia orientale – Taiwan e Corea del Sud – in un momento in cui una crisi di offerta di questi componenti chiave della società digitale ha messo in difficoltà la capacità produttiva di vari settori manifatturieri, tra cui quello dell’automotive.

Ieri Pat Gelsinger, amministratore delegato di Intel, aveva invitato l’amministrazione Usa a dare priorità alle imprese nazionali – Micron, Texas Instruments e, ovviamente, Intel – per l’assegnazione di questi incentivi, in modo da evitare che se ne giovino giganti stranieri come la stessa TSMC o la sudcoreana Samsung Electronics.

In effetti sia Samsung sia TSMC hanno mostrato un forte interesse a investire negli Usa: la compagnia sudcoreana ha annunciato recentemente un investimento da 17 miliardi di dollari per costruire una nuova fabbrica di chip in Texas; TSMC a giugno ha avviato la costruzione di una fabbrica di chip in Arizona per un investimento da 12 miliardi di dollari.

“Se il CHIPS Act Usa sarà esclusivamente destinato alle compagnie statunitensi, questo avrà un effetto contrario alla volontà americana di ristabilire la sua catena di forniture di chip”, ha avvertito il presidente di TSMC Mark Liu, secondo quanto riferisce il Nikkei. “A parte Intel – ha continuato – io credo che tutti i nostri pari in questa industria abbraccino l’apertura e accolgano positivamente tutti gli investimenti negli Usa”.

Attorno a questo provvedimento normativo – CHIPS è un acronimo che allude ai chip ma che vuol dire “Creating Helpful Incentives for the Productions of Semiconductors” – e a un’altra proposta complementare – il FABS Act – s’è creata una forte aspettativa tra le compagnie di settore. E, ovviamente, è aumentata la pressione sui legislatori. Gli amministratori delegati di molte compagnie del settore auto, medicale e telecomunicazioni ieri hanno inviato una lettera in cui chiedono ai parlamentari americani di procedere senza ritardi all’approvazione.

Il 2021 è stato un anno nero per la produzione dei chip. Il combinato disposto dell’aumento della domanda prodotto in seguito alle restrizioni Covid, che hanno portato la gente a passare più tempo a casa e hanno accresciuto il consumo di prodotti tecnologici, e di una serie di incidenti, oltre al permanere del conflitto commerciale tra Washington e Pechino, ha prodotto un collo di bottiglia nella catena di approvvigionamento di semiconduttori.

Questa situazione ha spinto diverse potenze economiche a ragionare sulla geopolitica dei chip, che vede la produzione troppo concentrata in due paesi dell’Asia orientale, Sudcorea e Taiwan, con quest’ultimo al centro di rischi notevoli. Non ha caso, ieri il capo di Intel segnalava come nelle ultime settimane 27 aerei da guerra cinesi si siano fatti vedere nelle immediate vicinanze di Taiwan, considerata da Pechino una provincia ribelle.

In questa cornice, mettere in campo 52 miliardi di dollari ha rappresentato un innesco notevole per la propensione di queste compagnie a investire negli Usa. Oltre alle fabbriche annunciate da Samsung e TSMC, la stessa Intel ha messo sul piatto investimenti per 20 miliardi di dollari in nuova capacità produttiva. Ma, ha chiarito oggi Liu, il vantaggio di produrre negli Usa svanirebbe se le compagnie straniere fossero escluse da questi incentivi: “I costi del lavoro sono altissimi negli Stati uniti. Questi costi caleranno gradualmente man mano che più compagnie parteciperanno nella costruzione dell’industria dei chip Usa. Tuttavia all’inizio l’industria ha bisogno di aiuto”.

Nessun commento:

Posta un commento