L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 9 dicembre 2021

Lo stregone maledetto andrà al Quirinale e per sette anni non c'è ne libereremo a meno che...

"Disordini e instabilità", la profezia inquietante del Financial Times. E non solo con Mario Draghi al Quirinale



08 dicembre 2021

Mario Draghi gode di un credito pressoché illimitato nelle sedi internazionali che contano e l'ipotesi che l'attuale premier possa lasciare Palazzo Chigi per seguire le sirene del Quirinale, affidando ad altri il governo o favorendo elezioni anticipate, inizia a interessare la alte sfere del mondo finanziario.

La manovre per il Colle arrivano sulla prima pagina del britannico Financial Times, da cui parte un'analisi dalle tinte fosche su "il dilemma dell’Italia mentre Mario Draghi emerge come favorito per la presidenza". Per il quotidiano finanziario "la prospettiva che l’ex capo della BCE si faccia da parte come primo ministro fa rischiare il ritorno dell’instabilità politica".

"La prospettiva che Mario Draghi si dimetta da primo ministro italiano per assumere il ruolo di presidente minaccia di far piombare il paese nell’instabilità politica proprio mentre il governo intraprende ambiziose riforme strutturali e un piano di ripresa dal coronavirus sostenuto da quasi 200 miliardi di euro di fondi UE" è il timore del quotidiano che riferisce anche del lungo applauso di martedì 7 dicembre della platea della prima della Scala di Milano a Sergio Mattarella, giudicando la richiesta corale di un suo bis alla Presidenza come un "segno di preoccupazione dell’establishment italiano".

L’analisi ricorda che Draghi era già considerato un possibile successore di Mattarella, ma la sua chiamata alla guida del governo ha reso "più complicata una possibile transizione" perché se è vero che le elezioni anticipate non sarebbero necessariamente l’esito dell’elezione di Draghi al Quirinale, è vero che "funzionari e analisti ritengono che senza Draghi, è improbabile che il governo sopravviva nella sua forma attuale".

Insomma "Draghi è l’unico che può tenere a freno questa situazione", ovvero la variegata maggioranza raccolta intorno a SuperMario e le sfide rappresentate dalla lotta al Covid e l'occasione del Pnrr.

E se si va a lezioni anticipate? "Entrambe le potenziali coalizioni", centrodestra e centrosinistra, "hanno la possibilità di superare la soglia del 40% richiesta per formare un governo, secondo i dati di YouTrend. Ciò aumenta l’attrattiva delle elezioni anticipate per entrambi i campi" è l'analisi del Ft che riserva un passaggio alle mire quirinalizie di Silvio Berlusconi mentre la Lega potrebbe avere interesse ad avere Draghi al Colle.

Un altro timore del quotidiano è che una elezione a maggioranza del capo dello Stato, da parte del centrodestra o del centrosinistra, potrebbe "provocare disordini politici anche se Draghi rimanesse primo ministro". Un Draghi però non è per sempre, e a un certo punto l’Italia dovrà comunque fare a meno dell'ex capo della Bce alla guida del governo. "Alla fine i partiti dovranno assumere la gestione del piano Next Generation EU, che hanno votato in parlamento" e «anche se Draghi resta presidente del Consiglio, è solo per un altro anno, non per sempre". Insomma, l'effetto Draghi almeno in certi ambienti comincia a essere in calo.

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