L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 dicembre 2021

L'Occidente tutto non è democratico ma ha un controllo capillare delle masse. Stati Uniti, lo stato che ha scassato e prodotto più morti al mondo. Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria

Lavrov: un manifesto politico. Alternativo alle oligarchie che si chiamano da sé “demokrazie”

Maurizio Blondet 3 Dicembre 2021

DICHIARAZIONE UFFICIALE DEL MINISTERO DEGLI ESTERI DELLA FEDERAZIONE RUSSA

In relazione all'iniziativa dell’amministrazione degli Stati Uniti del 9-10 dicembre prossimi sul cosiddetto vertice per la democrazia, riteniamo necessario dichiarare quanto segue.

Gli organizzatori e gli entusiasti di questo bizzarro evento affermano di essere leader nella promozione della democrazia e dei diritti umani in tutto il mondo. Tuttavia, il “rollino” e la reputazione degli Stati Uniti d’America, della Gran Bretagna e degli Stati membri dell’Unione Europea in termini di garanzia dei diritti e delle libertà democratiche in patria, così come nell'arena internazionale, per usare un eufemismo, sono lontani dall'ideale.

I fatti dimostrano che gli Stati Uniti ed i suoi alleati non possono e non devono pretendere di essere un “faro” di democrazia, poiché essi stessi hanno problemi cronici nel campo della libertà di parola, del sistema elettorale, della corruzione e dei diritti umani.

La politica editoriale dei più grandi media occidentali è di fatto controllata dalle élite dei partiti e delle multinazionali. Per sopprimere il dissenso nell'ambiente dell’informazione operano meccanismi ben funzionanti per la censura, l’autocensura e la rimozione di account e contenuti indesiderati dalle piattaforme digitali. Questa è una flagrante violazione del diritto alla libertà di espressione promosso dall'Occidente. I social network controllati da società americane sono ampiamente utilizzati per la disinformazione, la propaganda e la manipolazione dell’opinione pubblica. La sorveglianza elettronica di massa da parte di servizi segreti e società informatiche che collaborano con loro è diventata una realtà della vita quotidiana dei cittadini degli stati occidentali.

Un anno fa circa, durante la campagna elettorale negli Stati Uniti, il mondo intero ha visto come l’arcaico sistema elettorale di questo Paese abbia iniziato a sgretolarsi. L’attuale meccanismo di conteggio dei voti ha dimostrato molte lacune. Milioni di americani mettono in dubbio l’equità e la trasparenza delle elezioni presidenziali del 2020. E questo è comprensibile perché la loro condotta e i loro risultati sono stati associati a pratiche dubbie come il “taglio” artificiale dei collegi elettorali, il voto per corrispondenza per più settimane e la non ammissione di osservatori, soprattutto internazionali, ai seggi elettorali.

Seri interrogativi sono sollevati dalla repressione in corso delle autorità statunitensi contro i manifestanti nei fuori del Campidoglio il 6 gennaio scorso, che sono stati apertamente definiti “terroristi interni” dall'amministrazione statunitense e dai media ad essa associati. Decine di persone in disaccordo con i risultati delle elezioni presidenziali hanno ricevuto pene detentive sproporzionate rispetto alla loro attività di opposizione.

Cercando di assumere il ruolo di “leader democratico globale”, da molti anni gli Stati Uniti d’America guidano il mondo per numero di detenuti nelle carceri (più di 2 milioni di persone). Le condizioni in molti istituti penitenziari sviliscono la dignità umana. Washington continua a tacere sui casi di tortura nel carcere di Guantanamo. I servizi segreti statunitensi sono gli autori della pratica di creare prigioni segrete nei territori degli stati alleati, senza precedenti per il mondo moderno

Il lobbismo negli Stati Uniti è in realtà una forma legittima di corruzione. La legislazione è di fatto controllata dalle grandi imprese. Sia all'interno del paese che all'estero difendono principalmente gli interessi dei loro “sponsor”, di regola: le società private e non le persone, non gli elettori.

In questo contesto, la retorica democratizzante proveniente da Washington non solo è completamente avulsa dalla realtà, ma è anche altamente ipocrita. Prima di intraprendere “l’esportazione della democrazia”, ​​esortiamo i partner nordamericani a risolvere prima di tutto i problemi irrisolti in casa loro, per cercare di superare la profonda spaccatura nella società sui temi dell’etica, dei valori, della visione del proprio passato e del futuro. Chiaramente non c’è abbastanza umiltà per ammettere che la democrazia americana è imperfetta.

Nemmeno la Gran Bretagna ha il diritto di posizionarsi come una democrazia progressista. Nel Paese ci sono tranquillamente organizzazioni che professano l’ideologia neonazista, si registrano un aumento delle manifestazioni di razzismo, discriminazione nei confronti delle minoranze etniche e culturali in molti ambiti della vita pubblica. Stanno emergendo fatti di raccolta illegale di dati personali dei propri cittadini da parte dei servizi speciali britannici, la violenza della polizia, anche contro manifestanti pacifici, sta diventando normalità.

Ne nella UE la situazione è migliore. Bruxelles ha costantemente ignorato i diritti e gli interessi legali dei residenti russi e di lingua russa nei paesi baltici, in Ucraina e in Moldova. Chiude un occhio sulla creazione del mito dei (Paesi ndt) “Giovani europei” nella sfera della storia politica, quando gli ex complici nazisti che hanno commesso crimini di guerra sono proclamati eroi nazionali. La soppressione amministrativa del dissenso, l’imposizione aggressiva di valori e pratiche ultraliberali che distruggono le fondamenta cristiane della civiltà europea stanno diventando una norma quotidiana per molti Stati dell’UE.

Affermando di essere ideologicamente e moralmente giusti gli Stati Uniti ed un ristretto gruppo dei loro alleati hanno minato la fiducia in loro con azioni aggressive sulla scena mondiale con il pretesto di “promuovere la democrazia”. Interventi forzati e tentativi di “cambiare il regime” se ne contano più di una dozzina negli ultimi 30 anni, azioni provocatorie nella sfera politico-militare spesso violano grossolanamente il diritto internazionale, generano caos e devastazione.

La storia recente mostra che le avventure militari di “democratizzazione” forzata hanno portato a guerre sanguinose e si sono concluse in tragedie nazionali per i paesi vittime di tale politica. Questi sono l’ex Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria e un certo numero di altri stati. Per scatenare guerre sono stati utilizzati tutti i pretesti: la lotta al terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa, la “protezione della popolazione civile”.

Tutti ricordano come nel 2003, dopo l’intervento militare in Iraq della “coalizione dei volenterosi”, il presidente George W. Bush dalla portaerei Abraham Lincoln annunciò la “vittoria della democrazia” in quel Paese. Quello che è successo dopo è noto: non ci sono ancora statistiche esatte sul numero dei morti, secondo alcune stime centinaia di migliaia di iracheni sono morti prematuramente.

Nonostante le colossali spese – trilioni di dollari, la missione americana in Afghanistan si è conclusa con un completo fallimento. Il triste risultato della “guerra al terrorismo”, durata più di 20 anni, è stato il febbrile ritiro degli americani e degli altri membri della coalizione da loro guidati da Kabul nell’agosto di quest’anno.

Finora la Libia non può riprendersi dopo l’operazione Nato per “proteggere la popolazione civile”, nella quale – con tutte le peculiarità della struttura socio-politica dell’ex Jamahiriya – è stata mantenuta la stabilità e sono state assicurate condizioni di vita dignitose alla popolazione. Questa azione militare mal calcolata ha portato, tra le altre conseguenze disastrose, alla proliferazione incontrollata di armi e terroristi in tutta la regione del Sahara-Sahel.

Gli esempi possono continuare a mostrare la doppiezza degli ispiratori del “Summit per la Democrazia”. Ma è necessario?

La Russia, che i nostri colleghi occidentali hanno recentemente accusato di quasi tutti i peccati mortali, sta costruendo la sua linea di politica estera in modo diverso. Non imponiamo a nessuno il nostro modello di sviluppo. Rispettiamo l’identità culturale e religiosa e le peculiarità del sistema politico di qualsiasi stato, il diritto di ogni nazione di determinare in modo indipendente il proprio percorso. Non detteremo a nessuno la nostra idea di vita. In campo internazionale #НашиПравилаУставООН. (Il nostro Precetto La Carta ONU)

La Russia cerca di svolgere un ruolo equilibratore e stabilizzante nella politica globale. Difendiamo l’uguaglianza sovrana degli Stati, la non interferenza nei loro affari interni, il non uso della forza o la minaccia della forza, la risoluzione pacifica delle controversie. Sosteniamo relazioni internazionali basate sulla convivenza pacifica, la cooperazione e la solidarietà, l’uguale sicurezza universale e l’equa distribuzione dei benefici della globalizzazione.

La Russia è una potenza mondiale che ha radici eurasiatiche ed europee alla base della sua identità e non rapporta la sua traiettoria di sviluppo esclusivamente con i modelli politici, economici e culturali transatlantici. Non è d’accordo con l’attuazione aggressiva della cosiddetta “Nuova etica” che distrugge le norme morali consacrate nelle religioni tradizionali, venerate dall’umanità per secoli.

Perseguendo una linea di politica estera equilibrata e non conflittuale, ci sforziamo di creare opportunità per lo sviluppo senza ostacoli di tutti i partecipanti alla vita internazionale. Non imitiamo l’esempio dei paesi occidentali e non ci intromettiamo nella loro agenda interna: se le persone che vivono in quei paesi o una parte di essi accettano di seguire il corso di distruzione dei valori spirituali e morali tradizionali, questo ci rammarica, ma niente di più.

Sosteniamo il dialogo interculturale, interreligioso e fra civiltà come uno strumento importante per arrivare ad un’agenda unificante, ampliando lo spazio di fiducia nelle relazioni tra Stati e società.

Per risolvere i pressanti problemi del nostro tempo, esortiamo tutti i partner stranieri a non impegnarsi nella “democratizzazione”, a non tracciare nuove linee divisorie, ma a tornare all’osservanza del diritto internazionale e, in pratica, a riconoscere il principio di uguaglianza sovrana degli Stati sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Carta che incarna le fondamenta di un ordine mondiale democratico che gli Stati Uniti ed i suoi alleati rifiutano.

Oggi, quando l’umanità è alle prese con la pandemia da COVID-19 e le sue conseguenze, è più che mai richiesta la cooperazione fra tutti gli Stati, con l’osservanza incondizionata dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Seguiremo con attenzione l’andamento del “Vertice per la Democrazia”.


Nessun commento:

Posta un commento