L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 dicembre 2021

Mai un bugiardo così palese al colle, egli è l'essenza di chi odia profondamente l'uomo medio, è marcio dentro, ha venduto la sua anima al/per il potere e solo chi non vuol capire non capisce

Il governo persevera nella truffa Green Pass: tornano anche le chiusure, ma non doveva servire ad evitarle?

di Federico Punzi, in Politica, Quotidiano, del 24 Dic 2021, 03:53


Libertà trattate come concessioni temporanee, revocabili in ogni momento: con il Green Pass il governo si è dotato di un interruttore con il quale accendere o spegnere a piacimento le vite delle persone

Puro fatequalcosismo le misure adottate ieri dalla Cabina di regia e ratificate dal Consiglio dei ministri. Di nessuna utilità nel contenere i contagi, tanto meno con la ben più trasmissibile variante Omicron, e persino surreali, come l’obbligo di mascherina anche all’aperto e anche in zona bianca, ma capaci di penalizzare in modo del tutto sproporzionato famiglie e imprese, nonostante i numeri di ricoveri e terapie intensive siano ben al di sotto delle soglie di allarme e la nuova variante Omicron appaia più leggera della Delta.

Ma siamo ancora intrappolati nell’ideologia Covid-zero, nella presunzione folle di arrestare il virus, mentre ormai dovremmo aver capito che le ondate si susseguono indipendentemente dalle misure restrittive, persino dei vaccini, mostratisi inefficaci nel fermare la trasmissione. Dunque, ha ancora senso allarmarsi per il numero di contagi quotidiani, per lo più asintomatici o pauci-sintomatici? Dati in pasto all’opinione pubblica, sono solo benzina per la strategia della paura di media e governi. I numeri da tenere d’occhio sono invece quelli di ricoveri e decessi, ancora sotto controllo. Nel Regno Unito ieri 120 mila contagi, ma meno ricoveri e terapie intensive rispetto all’Italia, con misure minime rispetto alle nostre e dopo un periodo di quasi sei mesi con zero-restrizioni.

Se continuiamo a basarci sul dato dei contagi quotidiani anche con la copertura dei vaccini dalla malattia grave e a fronte di varianti molto meno aggressive, viaggiamo spediti verso lo stato d’emergenza permanente.

Com’era prevedibile, per far digerire ai vaccinati l’obbligo di tampone, in limitatissime occasioni, e la ulteriore sforbiciata della validità del Green Pass (dimezzata in poche settimane), arriva l’ulteriore stretta sui non vaccinati (non potranno nemmeno consumare un caffè al bancone), così che i primi possano comunque continuare a sentirsi “premiati” e “privilegiati”. Non vaccinati esclusi praticamente da tutto, anche se negativi: bar, ristoranti, palestre, piscine, sport di squadra, musei, mostre, parchi tematici. E ovviamente ci vanno di mezzo anche i ragazzi dai 12 anni. Fino al 31 gennaio discoteche e locali da ballo chiusi, feste ed eventi vietati anche all’aperto: ma come, il Green Pass non doveva servire per non richiudere??

La decisione annunciata di ridurre la validità del Green Pass, dagli iniziali 12 mesi portata ora a 6 mesi, rivela il vero e proprio inganno di questo governo ai danni dei cittadini. Se le condizioni fossero davvero mutate, da luglio ad oggi, sarebbe stato almeno comprensibile. La giustificazione è che “al momento” le conoscenze suggerivano che la copertura del vaccino potesse durare di più, ma è falso: in estate, quando il governo ha deciso di aumentare la validità del certificato a 12 mesi, “le conoscenze al momento” erano già altre, e dicevano l’opposto. Era già noto, infatti, che la copertura dei vaccini cala drasticamente dopo 5-6 mesi: lo ammetteva la stessa Pfizer in un comunicato dell’8 luglio, lo ripetevano le autorità israeliane, che sulla base dei loro dati di giugno-luglio si preparavano a somministrare la terza dose già all’inizio di agosto; lo diceva il dietrofront del CDC Usa sull’uso delle mascherine; lo affermavano i primi studi di fine luglio.

Questi fatti, che avete letto in diversi articoli su Atlantico Quotidiano, sono stati riportati da un solo giornalista al presidente Draghi durante la conferenza stampa di mercoledì: Alberto Ciapparoni, l’unico a contestare al premier il crollo della narrazione sul Green Pass e a chiedergli conto della comunicazione governativa, in particolare l’affermazione del premier stesso del 22 luglio scorso, secondo cui il Green Pass “dà la garanzia di trovarsi tra persone non contagiose”.

Anziché ammettere l’errore, Sua Competenza Draghi ha perseverato, sostenendo che quella affermazione “ha fatto stato di quelle che erano le conoscenze a quel momento, non si è mai voluto dire che garantiva l’immunità dopo la sua scadenza o dopo la scadenza dell’azione della seconda dose. Quello che si è scoperto man mano è che l’efficacia delle seconde dosi declina più rapidamente di quanto si pensasse all’inizio”. E quindi, ha rivendicato il premier, quella sul Green Pass è stata una “comunicazione appropriata”, ammettendo che il certificato è diventato “un po’ enfaticamente uno strumento di libertà”.

Falso, palesemente: almeno da inizio luglio, come abbiamo visto, “lo stato delle conoscenze a quel momento” era opposto alle decisioni e alle comunicazioni governative sul Green Pass. Tra l’altro, a prescindere dalla durata della copertura, non è mai stato vero che i vaccinati non potessero contagiarsi e, quindi, contagiare. Quello che contestiamo al governo Draghi, quindi, è di aver scelto deliberatamente di ingannare gli italiani, facendo passare l’idea che il vaccino garantisse una protezione totale per un anno, al fine di incentivare la vaccinazione. Mentire deliberatamente ai propri cittadini è inaccettabile e, in fin dei conti, controproducente: la credibilità delle istituzioni, e dello stesso premier, ne risultano danneggiate, a scapito della stessa campagna vaccinale.

Nella conferenza stampa di mercoledì, tra l’altro, Sua Competenza Draghi è di nuovo scivolato sui dati, affermando che 3/4 dei decessi sono di non vaccinati, mentre in base all’ultimo bollettino ISS (dati fino al 21/11) quasi il 60 per cento è di vaccinati (i morti). In particolare, persone con seconda dose ricevuta da oltre 5 mesi, categoria che da sola conta più decessi dei non vaccinati. Persone che si sarebbero potute salvare, se il governo non avesse avviato in ritardo la campagna per le terze dosi. Come mostrano i numeri dei decessi, le persone vaccinate con due dosi che avevano bisogno della terza sono di più di quelle non vaccinate che avrebbero avuto bisogno di vaccinarsi. Ma comprendiamo che iniziare a settembre la campagna per le terze dosi, quando si era appena estesa la validità del Green Pass a 12 mesi spacciando agli italiani la garanzia di trovarsi tra persone non contagiose, sarebbe stato imbarazzante.

A spaventare della escalation di misure è anche il groviglio sempre più intricato di regole, deroghe e dettagli, un eccesso inquietante di micro-regolazione in ogni aspetto della vita quotidiano, che ormai sfugge ai più e lascia il cittadino in balia dell’alea dei controlli e della interpretazione dei controllori. Basti pensare solo al proliferare delle versioni di Green Pass: basic, super e ora il mega Green Pass, rilasciato dopo la terza dose, che sarà necessario per avere accesso a discoteche e a tutti gli eventi affollati.

Ma “ogni decisione qui è guidata dai dati, non dalla politica”, giusto? Ha tenuto a precisarlo il presidente Draghi nella conferenza stampa dell’altro ieri. Ebbene, sono arrivati i dati del sequenziamento (guarda caso il giorno dopo l’ultima occasione dell’anno per porre domande in presenza al premier): Omicron era al 28 per cento in Italia al 20 dicembre, quindi proprio in queste ore sta diventando prevalente anche nel nostro Paese.

Cosa ci dice questo dato? Innanzitutto, fa cadere l’argomento usato da Draghi con i partner europei all’ultimo Consiglio Ue per giustificare l’ordinanza ammazza-Green Pass, quella che prevede l’obbligo di test per chiunque, anche vaccinato, entri in Italia dai Paesi Ue. Altra bella figura, sempre perché a guidare le decisioni ci sono i dati…

Inoltre, significa – se ogni decisione dev’essere “guidata dai dati, non dalla politica” – che bisogna guardare ai dati disponibili su Omicron. E i dati che arrivano da Sud Africa, Regno Unito, Danimarca e Israele, dicono che Omicron è più leggera, il rischio ricovero è inferiore di una percentuale stimata tra il 40 e l’80.

In Sud Africa, secondo uno studio pubblicato dall’Istituto nazionale per le malattie trasmissibili, la probabilità dei contagiati con Omicron di finire in ospedale è dell’80 per cento inferiore rispetto agli altri ceppi. Rispetto alla Delta, è inferiore del 70 per cento. Contano, certo, le maggiori difese immunitarie della popolazione, a novembre il 44 per cento degli adulti era vaccinato, ma qui in Europa abbiamo tassi doppi di vaccinazione.

Competenti e Veri Liberali obietteranno che la demografia non è la stessa, da noi gli anziani sono molti di più. Ma il minore rischio di ospedalizzazione con Omicron è emerso confrontando l’impatto delle diverse ondate sulla medesima popolazione, quella sudafricana. Che oggi è più vaccinata rispetto alle precedenti ondate, ma sempre molto meno di noi europei.

E comunque arrivano anche i primi – confortanti – dati europei. Secondo le autorità sanitarie britanniche, il rischio di ospedalizzazione con Omicron è del 50-70 per cento inferiore rispetto a Delta. Uno studio dell’Imperial College di Londra (56.000 casi di Omicron e 269.000 di Delta) stima il rischio ricovero inferiore del 40-45 per cento, e del 69 per cento in caso di reinfezione (rischio bassissimo già con Delta).

Anche in Israele stanno riscontrando che la Omicron è “meno grave” e hanno rinviato per ora l’inizio della campagna per le quarte dosi (offerta comunque solo a over 60 e persone fragili).

Questo per non sentirci dire, un domani, per giustificare le strette di oggi, che le conoscenze “al momento” erano diverse. “Ogni decisione qui è guidata dai dati, non dalla politica. Solo dai dati”. Eppure, tutte le decisioni continuano ad essere prese “contro” i dati disponibili “al momento”.

“Per chi è vaccinato sarà un Natale normale”, ricordate? Un’altra frase ad effetto pronunciata dal premier Draghi. Smentita anch’essa dalle decisioni del suo governo: chiudere a Natale e Capodanno discoteche e locali da ballo, vietare “gli eventi, le feste e i concerti, comunque denominati, che implichino assembramenti in spazi all’aperto”, non è normalità nemmeno per i vaccinati. A preoccuparci è l’idea di normalità del presidente del Consiglio: “Ho detto più volte che dobbiamo difendere la normalità raggiunta … Per farlo però dobbiamo prendere tutte le precauzioni possibili”, ha spiegato mercoledì parlando delle misure allo studio.

Se ne deduce che per Draghi un pass sanitario obbligatorio per lavorare, l’esclusione di 6 milioni di persone dalla vita sociale, con l’obbligo di vaccino per accedere a quasi tutte le attività quotidiane, quarantene e Dad insensate, la prospettiva di dosi semestrali a tutta la popolazione, l’incombenza di zone colorate, sono una “normalità raggiunta” da difendere.

Qualcuno si preoccupa della fiducia nelle istituzioni – istituzioni che non mostrano di voler difendere le nostre libertà, ma le negano alla radice. Siamo fino al collo dentro uno schema emergenziale in cui le nostre libertà sono trattate come concessioni temporanee, revocabili in ogni momento, del governo: con il Green Pass come interruttore on/off, può accendere o spegnere al minimo alito di vento le vite delle persone. La fiducia in queste istituzioni è ultimo dei problemi, anzi il problema, temiamo, è che ve ne sia troppa… Buon Natale.

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