L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 15 dicembre 2021

Prendere tempo è il mantra

Tutte le sfide della Bce (con l’incognita Germania)



Fatti, numeri, analisi e scenari sulle prossime mosse della Bce. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Quella di giovedì prossimo sarà una delle riunioni del consiglio direttivo della BCE più importanti degli ultimi anni. L’attesa e il suo esito, quale che sia, sta dominando l’intera settimana sui mercati finanziari europei e non solo.

È ancora troppo fresco il ricordo dei danni causati dai due improvvidi rialzi dei tassi di interesse del Presidente della BCE Claude Trichet nel 2008 e nel 2011, per non temere i potenziali disastri che possono provocare decisioni sbagliate. Per non parlare dell’ancora più disastroso “non siamo qui per ridurre gli spread” pronunciato dalla Presidente Christine Lagarde il 12 marzo 2020, salvo correre ai ripari solo sei giorni più tardi, con i mercati obbligazionari in subbuglio, lanciando il programma di acquisti PEPP per 1.850 miliardi.

È da settimane che si susseguono dichiarazioni di governatori nazionali o membri del comitato esecutivo che hanno già messo le diverse opzioni sul tappeto:
Termine del programma PEPP a marzo, come previsto.
Potenziamento del programma di acquisti APP, partito a marzo 2015 con Mario Draghi e ora fermo a 20 miliardi mensili di acquisti o, in alternativa, lancio di un nuovo programma “ad hoc” da usare solo in caso di instabilità dei mercati finanziari.
Rilancio del programma TLTRO per finanziare le banche.

Gli orientamenti che sembrano destinati a prevalere giovedì sono quelli dominati dall’esigenza di prendere tempo. Troppe sono le incognite per prendere senza tentennamenti una strada che, invece, sembra aver imboccato con decisione la FED. Lagarde non prenderà impegni che vadano oltre un trimestre e cercherà di tenere buono il fronte tedesco in attesa che le presidenziali francesi di aprile, ricostituiscano un quadro politico stabile sull’asse Berlino-Parigi. Solo un madornale sfoggio di imperizia da parte della Lagarde, potrebbe gettare i mercati nel panico alla vigilia di Natale. Evento improbabile ma non del tutto impossibile, considerati i protagonisti sulla scena e la strutturale difficoltà della Bce nel tenere insieme l’economia di 19 Paesi avviati su sentieri ampiamente divergenti.

È pure vero che non sono mancati negli ultimi giorni i segnali di preoccupazione – lanciati da chi vive e prospera seduto su questa enorme bolla finanziaria generata con gli acquisti di titoli pubblici dal marzo 2015 – circa un’ondata di vendite sul mercato dei titoli di Stato italiani, con le banche italiane al centro del vortice, ma sono sembrati più degli avvertimenti destinati ai decisori della BCE più propensi a una rapida riduzione degli stimoli monetari.

Ammesso e non concesso che la Lagarde riesca a prendere tempo senza urtare la sensibilità degli investitori, resta un nodo enorme da sciogliere: fino a quando sarà possibile per la Germania restare in un’unione monetaria che tiene artificiosamente compresso, in territorio negativo, il rendimento del titolo decennale intorno allo -0,30% e, contemporaneamente, registra un’inflazione al 6%? O, in alternativa, quanto sarà grande la contropartita chiesta agli Stati membri per giustificare un costo così alto per i risparmiatori tedeschi?

“Ad impossibilia nemo tenetur”, è un brocardo che a Francoforte o a Berlino non potranno continuare a ignorare.

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