L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 6 dicembre 2021

Prima ha risposto il cuore… poi hanno risposto Lamorgese, Draghi e il resto del governo, ha risposto l’intero apparato dei media (dal locale Il Piccolo ai giornaloni-partito nazionali alla grancassa televisiva giù giù fino ai volonterosi carnefici dei social), hanno risposto la borghesia triestina, quella “regnicola”, l’autorità portuale e le aziende cittadine. Hanno risposto diffamando e licenziando, vietando e obbligando, bloccando e chiudendo.

Gli strange days di Trieste contro il green pass, terza e ultima puntata
Come il potere ha reagito a una lotta sbalorditiva

di Andrea Olivieri*
26 novembre 2021

La prima puntata è qui; la seconda qui


Ed eccoci all’ultima puntata del reportage di Andrea Olivieri, dove il racconto della lotta si protende fino all’oggi. Qui Olivieri descrive tre diversi cospirazionismi – uno solo potenziale, gli altri due pienamente operativi e in apparenza opposti ma complementari – e intanto racconta la reazione delle autorità a una lotta che le ha colte alla sprovvista, la controffensiva ideologica a difesa della narrazione dominante sulla pandemia, e soprattutto la campagna diffamatoria – martellante e violenta – secondo cui sarebbe stata la mobilitazione contro il green pass a far risalire la curva dei contagi.

Questa campagna non era fondata su evidenze scientifiche bensì su pesanti omissioni, ed è servita a giustificare provvedimenti che hanno limitato drasticamente il diritto di manifestare. Già. Tutto accade talmente in fretta da rendere necessario fare memoria storica dopo poche settimane. È partita da Trieste – dalla controinsurrezione preventiva di cui Andrea ci racconta – la reazione a catena che ha portato prima a vietare i cortei, poi al «supergreenpass» e ai nuovi obblighi e restrizioni di questi giorni. Ma la terza puntata non si limita a mostrare questo: prima di congedarsi da lettrici e lettori, Olivieri mette insieme importanti spunti su quel che la lotta triestina dice riguardo alle tendenze in atto e, plausibilmente, ai conflitti futuri. Infine, complici i gruppi Nicoletta Bourbaki e Alpinismo Molotov, dalla città si sale in Carso, per sentieri che ricordano lotte più antiche, tanto “spurie” al proprio inizio quanto ispiranti nei loro sviluppi e fondative nei loro esiti. Buona lettura [WM].

* * * *
17. Golpe

I complotti esistono, e io ci credo. Come ci credono tutti.

La sera del 18 ottobre mi ritrovo sulle panchine della fontana dei Continenti, davanti al municipio, ai margini di una delle tante assemblee informali di vari pezzi e ricombinazioni del Coordinamento No green pass. Sono qui, dove si discute fitto, si fanno considerazioni su quanto sta accadendo, su quanto successo la mattina con lo sgombero del varco, sul senso e i nonsense delle giornate precedenti, e sulle notizie dal porto dove si stanno esaurendo scontri e cariche. Sono qui, mentre tutti i giornalisti e le telecamere sono ammassati all’altro capo della piazza, sotto la prefettura, a seguire ogni mossa di Puzzer e di chi ora lo accompagna, a cercare notizie dove non ce ne sono.

Le involontarie simbologie dei luoghi di questa vicenda si moltiplicano di continuo.


Prima ha risposto il cuore… poi hanno risposto Lamorgese, Draghi e il resto del governo, ha risposto l’intero apparato dei media (dal locale Il Piccolo ai giornaloni-partito nazionali alla grancassa televisiva giù giù fino ai volonterosi carnefici dei social), hanno risposto la borghesia triestina, quella “regnicola”, l’autorità portuale e le aziende cittadine. Hanno risposto diffamando e licenziando, vietando e obbligando, bloccando e chiudendo.

Di là la prefettura, il palazzo del governo di Roma, presidiata da decine di forze dell’ordine. Puzzer e Giacomini hanno appena annunciato di aver ottenuto un incontro per il sabato successivo col ministro Patuanelli. Un incontro che già dalla titolarità del ministro, il dicastero dell’agricoltura, fa intuire che da questa trovata non uscirà assolutamente nulla. Patuanelli, triestino, si è probabilmente reso disponibile per calmare le piazze della sua città, magari approfittando di una visita in famiglia. Tuttavia, laggiù si sprecano i proclami sul grande risultato raggiunto e ulteriori giuramenti sul non mollare mai.

Chiacchiere, brodo allungato, tenere la gente buona, aspettando «nessuno_sa_cosa».

Di qua, attorno alla fontana, il brulicare di discussioni, il bisogno della piazza di avere informazioni e quello degli attivisti di considerare con attenzione come andare avanti, col problema ulteriore di capire anche come affrontare questo autentico golpe calato da fuori.

La fontana si chiama dei Quattro continenti perché quando fu scolpita, tra il 1751 e il 1754, l’Oceania non era ancora definita come continente dai geografi. Era stata eretta per celebrare la qualifica alla città di porto franco da parte dei regnanti d’Austria, rimossa nel 1938 perché ritenuta ingombrante per il comizio di Mussolini in cui sarebbero state annunciate le leggi razziali fasciste, riportata in piazza appena nel 1970 e quindi restituita alla sua originaria posizione centrale nel primi anni Zero. In cima sta la Fama che protegge la città, quest’ultima raffigurata come una giovane venditrice che accoglie un mercante in abiti orientali. Quattro statue allegoriche rappresentano i continenti, e altre quattro i fiumi Nilo, Danubio, Gange e Missisipi.

Insomma, un monumento al cosmopolitismo e alla globalizzazione. Che fa a pugni col provincialismo italiota dello spettacolo che continua ad andare in onda all’altro capo della piazza e che per almeno un giorno ancora la terrà in ostaggio.

In serata circola un comunicato che ribadisce l’incontro del sabato successivo con Patuanelli, le vaghe promesse sulla presenza di Speranza, la concessione di uno spazio al porto vecchio per far pernottare, solo per oggi, chi è venuto da fuori, e l’impegno a organizzare un prossimo corteo a Trieste. A dimostrazione di come questa operazione sia finalizzata a confondere le acque è firmato solo «Il Coordinamento», e proviene da uno dei gruppi Telegram legati all’associazione ContiamoCi, nata prima dell’estate per iniziativa di Dario Giacomini, ex primario di radiologia a Vicenza, ora sospeso.

Giacomini nelle interviste dei mesi scorsi nega di essere contrario ai vaccini. Appena il governo ha introdotto l’obbligo vaccinale per i sanitari ha fondato ContiamoCi per cavalcare il malcontento di chi avrebbe rifiutato la vaccinazione contro il Sars-Cov-2 tra medici e infermieri. Nelle stesse interviste dichiara anche che la sua candidatura alle politiche del 2013 con Casa Pound è acqua passata. Dal sito di ContiamoCi si scopre che l’associazione si appoggia al sindacato Fisi – sigla del tutto sconosciuta prima della vicenda no green pass –, di cui Giacomini è anche un rappresentante assieme a un altro ex candidato di CPI, medico pure lui, Pasquale Bacco di Battipaglia.

La stessa opacità, l’essere usciti da ambiti vicini all’estrema destra o dal nulla, riguarda anche un altro personaggio e un’altra sigla che in questi giorni compariranno accanto a quelli di Puzzer e Giacomini: Roberto Perga, qualificato come vigile del fuoco e «rappresentante interforze OSA», sigla finora del tutto sconosciuta che sta per Associazione Operatori di Sicurezza Associati, con sede a Roma e che conta, a suo dire, 1660 associati tra «membri delle Forze dell’Ordine, Forze Armate e da tutte le categorie che concorrono alla sicurezza e all’ordine pubblico».

Questa è la gente a cui si lega Puzzer dopo l’uscita dal Clpt. Gente che a Trieste, usando la sua immagine, mentre raffredda e tenta di ammaestrare la protesta, si illude anche di aver trovato l’occasione per intestarsi la paternità della lotta contro il green pass e da qui mettersi alla testa di un movimento nazionale. A cui troveranno finalmente anche una sigla, denominandosi «Coordinamento 15 ottobre» e richiamando a Trieste per il giorno successivo intere comitive dal Veneto, organizzate appositamente per prendere la piazza, rendendola il più possibile manovrabile.

In questo contesto avranno luogo le scene trasmesse a getto continuo dai media il giorno successivo, che una città laica come Trieste non ha mai visto: cristi e madonne in processione, un palco e un impianto audio professionali, pagati dagli stessi gruppi veneti, e usati per proporre canti da oratorio modificati in canzoni contro il green pass, oltre a un comizio del solito Tuiach – che lo pagherà poi caro con il licenziamento – e persino un documento del cardinale Viganò letto da Puzzer stesso.

Scene che per qualche ora mi gettano di nuovo nello sconforto, e mi spingono quasi a credere che quello che sto vedendo è un vero complotto, malefico e fascistoide. Quella piazza, che per molti triestini più anziani ma non solo, si chiama ancora Piazza Grande, diventa davanti ai miei occhi una piazza disunita, ma decisamente d’Italia. Con tutto il suo inevitabile corollario di cialtronerie.

Come quando la prima conferenza stampa del neonato coordinamento «15 ottobre» viene prima convocata al bar «Posto delle Fragole», storico spazio nel comprensorio dell’ex ospedale psichiatrico. Qui i giornalisti scoprono che nessun responsabile della cooperativa che lo gestisce ha dato l’assenso a una conferenza stampa. Che infatti poco dopo viene riprogrammata, rimediando un’altra figuraccia poiché l’indicazione su dove si terrà è «Lungomare Piazza Unità d’Italia», dove la parola «lungomare» a Trieste non viene usata da nessuno, perché quelle sono «le rive» e basta. Ma è evidente che il «15 ottobre» non è gestito da triestini e non parla ai triestini.

Che il percorso istituzionale del «15 ottobre» sia un bluff è chiaro dal primo istante, ma c’è chi non vuole vederlo, chi non può farlo perché non ha sufficienti informazioni, oppure, come nel caso delle varie autorità coinvolte e dei media mainstream, chi ha tutto l’interesse ad alimentarlo.

Il «15 ottobre», da principio annuncia una manifestazione per venerdì 22 e un presidio in piazza Unità per il giorno successivo, in concomitanza con «l’attesissimo_vertice_ai_massimi_livelli». Per il giorno del «vertice» invita anche a organizzare piazze analoghe in tutta Italia e a dotarle persino di maxischermi dove saranno trasmessi gli esiti della riunione tra la delegazione del neonato coordinamento e i rappresentanti del Governo. Insomma, Puzzer e Giacomini danno l’idea di crederci.

Ma un paio di giorni prima dell’annunciato corteo, iniziano a circolare voci di infiltrati, gruppi di hooligans che si stanno organizzando per arrivare anche dall’estero, neofascisti pronti a ingaggiare battaglia e, ça va sans dire, «black bloc». Da principio sono voci, ma presto diventano titoli urlati sulla stampa e sui media locali e nazionali, alimentando un’ondata di isteria non dissimile da un altro recente allarme mediatico, quello del giorno dell’entrata in vigore del green pass, annunciato come un armageddon sui media e poi rivelatosi l’ennesimo allarme infondato. Si arriva al punto che la stessa questura annuncia che i partecipanti saranno almeno ventimila, e che l’ordine pubblico sarà impossibile da governare. A leggere i giornali è certo che Trieste, a cui buona parte dei commentatori da settimane rifilano l’aggettivo «sonnacchiosa», venerdì 22 diventerà un immenso campo di battaglia.

La fonte di questi allarmi è ovviamente molto poco definita. Si tirano in ballo i soliti gruppi Telegram dei «no vax». Ovvero cloache di chiacchiere che più sembrano minacciose e altisonanti, meno sono consistenti nella realtà. Ma non importa. Tutti fingono di crederci, incluso il «15 ottobre», che in piazza non c’è mai andato e se dovesse registrare un flop – la questura ha fissato l’asticella a ventimila – rivelerebbe la sua inconsistenza. Puzzer e Giacomini tentano allora una serie di mosse diversive.

La prima è iniziare a moderare le aspettative: il tono delle dichiarazioni si fa via via più dimesso, anche un po’ preoccupato, soprattutto si inizia a suggerire con sempre più insistenza di non concentrarsi tutti a Trieste e si rinnova l’invito a organizzare altre piazze.

Poi Puzzer tenta di intruppare i portuali nell’improbabile ruolo di «servizio d’ordine», un residuo organizzativo novecentesco che, se mai ha avuto un senso, di certo non può nulla in mobilitazioni spurie e non identitarie come quelle contro il green pass. Tanto più che anche la trentina di lavoratori a lui più vicini si sfila.

Poi tenta anche di riavvicinarsi al Coordinamento No Green pass, lasciando intuire divergenze con Giacomini, ma di fatto tentando di rifilargli la manifestazione indetta dal «15 ottobre», una proposta che ovviamente viene respinta.

Finisce che la sera del 21 un suo video messaggio, registrato con la stessa urgenza clandestina di una comunicazione da dietro le linee nemiche, fa il giro delle televisioni per far sapere a tutti che la manifestazione del giorno successivo è annullata.

Resterà solo il presidio in piazza in concomitanza con l’incontro con Patuanelli. Che invece di svolgersi in prefettura si tiene in una remota caserma fuori dal centro e dura trentacinque minuti. Durante i quali Puzzer ribadisce la richiesta al governo di ritiro del decreto green pass, Patuanelli lo ringrazia per il senso di responsabilità con il quale ha disinnescato la piazza triestina, e promette che nel prossimo Consiglio dei ministri porterà le istanze del Coordinamento, a cui poi riferirà.

Ovviamente nessun maxischermo, né in piazza Unità né in nessun’altra piazza italiana, trasmetterà alcunché, anche perché non ci sarà nulla da trasmettere, se non il pacco che Puzzer e Giacomini si sono fatti rifilare.

Ovviamente nessun Consiglio dei ministri prenderà nemmeno in considerazione le richieste del «15 ottobre», e anzi nel giro di qualche settimana metterà a punto un green pass ancora più restrittivo.

E ovviamente io dovrò prendere atto che dietro a personaggi come Giacomini non c’era alcun complotto. Ricordando però le parole di Carlo Ginzburg:

«A ogni complotto immaginario ne corrisponde uno reale, ma di segno opposto».

Qui il complotto reale non è altro che l’utilizzo che la questura e, a salire, prefettura, ministero degli Interni e governo hanno fatto di questa gente e delle sue ambizioni da quattro soldi. Li hanno usati come diversivo per disinnescare la piazza e riportarla alla cosiddetta «normalità», confondendo la ritirata in una valanga di vuote promesse e proclami altisonanti. Non mi stupirei se fosse reale persino la voce secondo la quale la denominazione «Coordinamento 15 ottobre» sarebbe stata suggerita da un creativo dirigente della Digos.

18. Tra il metaverso e la realtà

La narrazione sui mass media e sui giornali della piazza triestina, dopo lo sgombero del varco 4, non cambia dal registro dei giorni precedenti, non cambierà e anzi via via assumerà i toni di un’autentica crociata, amplificando e alimentando a dismisura la polarizzazione, semplificata al punto da ridurre tutto a uno scontro tra antivaccinisti irrazionali contrari al greenpass e vaccinisti favorevoli a tutto, anche alla sospensione dei più elementari diritti di espressione.

Ogni telecamera e ogni microfono vengono puntati sulle espressioni più folkloristiche, sugli sbrocchi cospirazionisti, sui capannelli di antivaccinisti che pregano, o che organizzano sedute di meditazione collettiva o che non cessano di far sentire il rumore della protesta suonando bonghi e tamburi. È il metaverso che ritorna di continuo a contendere alla realtà fisica i suoi spazi e la sua complessità.

Ne è espressione una trasmissione di Giletti su La7 che la sera del 20 ottobre mette assieme e rimescola una volta ancora tutto, dando voce ai Puzzer, ai Giacomini, ai Tuiach, nelle modalità tossiche a cui questi personaggi sono relegati. La sì consuma anche la rottura pubblica tra il signor Ugo Rossi e il «15 ottobre», esito probabilmente di qualche trattativa fallita, che il giorno successivo lo stesso Rossi ribadirà in un comunicato, in cui oltre a prendersela con Puzzer, infilerà anche un’impressionante serie di sbrocchi cospirazionisti su John Fitzgerald e Bobby Kennedy.

Spiccano dal comunicato alcune notizie non di poco conto, che se confermate costringerebbero a riscrivere una marea di libri di storia e intere enciclopedie: i due Kennedy sarebbero stati uccisi per aver «toccato la truffa del debito pubblico stampando moneta libera di stato con l’ordine esecutivo 11110», una delle tante strampalate fantasie di complotto sull’assassinio di JFK, «oltre a ledere gli interessi dei “signori della guerra” con il ritiro delle truppe dal Vietnam e sedando la Guerra Fredda». Peccato che la guerra in Vietnam sarebbe continuata ancora per diversi anni dopo la morte di Kennedy e che in vita lui contribuì piuttosto a scatenarla, come fece nel contesto della Guerra fredda col tentativo di invasione di Cuba alla Baia dei Porci e la successiva crisi dei missili nucleari sovietici. Ma per il signor Rossi queste sono con ogni probabilità «fake news», perché tutto ciò i Kennedy l’avrebbero fatto per dare «il loro contributo per liberare i popoli della terra dal “potere finanziario neoliberista”», che però nella lettura di Rossi tanto «neo» non dev’essere, dal momento «che li opprime da secoli».

Quel che resta sempre fuori dall’inquadratura della piazza, come le regole del metaverso prevedono, è la materiale realtà delle vite di tutte le persone che per giorni continueranno ad affollarla. Che, a pensarci bene, è ciò che l’esperienza del lockdown, più di qualsiasi altra misura, ci lascia in eredità, forse per anni a venire: l’incapacità di considerare le vite degli altri come necessariamente diverse, per bisogni e condizione, dalla nostra personale esperienza di vita.

Piazza Unità nei giorni successivi allo sgombero è anche la piazza dei tanti reietti del green pass, persone giunte qui nella speranza che la mobilitazione al porto fosse decisiva, che in molti casi erano già presenti nel fine settimana, che si sono sobbarcate centinaia di chilometri per prendersi l’acqua degli idranti e i gas della polizia. Hanno facce stanche, non dormono o riposano in maniera del tutto precaria da giorni, oscillano tra l’incertezza e l’entusiasmo, tra lo sconforto e la consapevolezza.

Sono persone che stanno vivendo la propria personale sventura di esclusi privi di vaccinazione, che si sono ritrovate a fare scelte radicali rispetto alla propria «normalità» di lavoratrici e lavoratori. In alcuni casi erano antivaccinisti da ben prima del Covid, nella maggior parte, per quello che ho potuto sentire dalle loro testimonianze, sono le vittime e l’ultimo capro espiatorio del modo in cui i governi di questo paese, di fronte alla pandemia, hanno confuso di continuo i piani tra superstizione e scienza, tra profilassi e penitenza. Tra di loro c’è di tutto, anche i cattolici tradizionalisti veneti e gli apostoli della medicina alternativa, ma soprattutto ci sono persone che di continuo parlano di come il green pass abbia cambiato la loro vita, dove la parola «vita» è spesso sostituita o usata come sinonimo della parola «lavoro».

Quando la piazza si svuota, quando i triestini, che oramai hanno esaurito le forze, se ne vanno – ma alcuni “foresti” molti se li porteranno a casa, per regalargli una doccia e un divano dove riposare –, una parte di quella gente resta. Resta perché l’hanno promesso a sé stessi, a volte ai figli. Resta per chissà quanti e quali motivi, e quando prende in mano un megafono tenta di spiegarlo.

«Sono arrivato qui da Vicenza domenica, mi sono preso i gas e gli idranti, dormo in questa piazza da giorni, e non me ne voglio andare, perché nella lotta dei portuali triestini e in quel coro sul non mollare mai ho visto la sola via d’uscita dalla situazione in cui mi sono trovato, con tutta la mia famiglia»,

racconta al megafono un lavoratore di un’azienda veneta che prepara pasti per asili e enti pubblici. Nessuno tra i presenti che ascoltano, anche chi lo farebbe se quella cosa venisse scritta in un post sui social, qui si azzarda a dirlo: «E vaccinati allora!». Nessuno lo fa prima di tutto perché il suo racconto è straziante e provoca empatia. Nessuno lo fa anche perché quell’uomo sta esprimendo un sentimento comune, al fondo del quale sta un’esperienza comune, da cui deriva una rabbia comune, di cui il GP è solo un aspetto, ma ormai molto significativo.

Qualche giorno dopo Giovanni Iozzoli, scrittore attento alle vecchie e alle nuove forme dello sfruttamento, scriverà una cronaca da un picchetto operaio contro il green pass a Modena. In quel racconto struggente troverò esattamente le stesse impressioni che ho ricavato io dalla piazza triestina dopo lo sgombero del porto, al punto da credere di aver persino incontrato il suo Peppino tra tutta quella gente, abbandonato dalla sinistra, ancora certo del suo comunismo, e con le ombre di decine di parassiti ad assediarlo per tentare di usarne il malcontento.

19. Il colpo di reni del Coordinamento No Green Pass

Nella giornata dello sgombero del porto e in quella successiva il Coordinamento cittadino No green pass non riesce a fare altro che uno scarno comunicato nel quale si denuncia la violenza poliziesca che si è scagliata contro la mobilitazione.

Pesano di certo in questa fase i voltafaccia di Puzzer e le manovre dei personaggi che lo circondano, e la difficoltà a interpretarle collettivamente.

Pesa anche che il signor Rossi e lo psichiatra Bertali, che comunque sono stati dentro il Coordinamento fin dall’inizio, pur se a titolo personale e non come partito 3V, vi si siano prestati partecipando agli incontri col prefetto.

Pesa soprattutto la fatica delle giornate precedenti, concluse tra l’acqua degli idranti e i gas lacrimogeni. Inevitabile tirare il fiato anche se gli eventi sembrano incalzare.

Ma sarà poi davvero così? Il metaverso ha anche questa caratteristica, tenta di deformare il tempo, oltre alla realtà fisica. Non a caso tra Facebook, Google e le varie app preinstallate sugli smartphone, una funzione sempre più pervasiva è quella di sincronizzazione dei calendari, col bombardamento di notifiche che ne deriva. Ma i giorni successivi dimostreranno quanto sia importante separare la sostanza che sta in basso dalla schiuma di superficie, non farsi travolgere dai tempi e dagli eventi altrui.

Soprattutto c’è che il Coordinamento cittadino non è un’operazione calata dall’alto nella quale decidono al massimo due, tre persone, come nelle stesse giornate fa il «15 ottobre», ma uno spazio di condivisione che risponde a dinamiche e relazioni complesse, che tiene assieme attiviste e attivisti di lunga data con persone alla prima esperienza politica collettiva e, soprattutto, con lavoratrici e lavoratori che stanno vivendo sulla propria pelle le conseguenze del decreto, senza un sindacato o un’organizzazione che li tuteli. Questi aspetti, che implicano discussioni chiare e condivise per prendere decisioni, sono quel che conta davvero in una lotta reale, che ne determina il radicamento sul territorio e la capacità di comunicare in maniera autonoma senza dipendere dalla mediazione di altri. L’effetto collaterale che ne deriva è inevitabile: prendere decisioni richiede più tempo. E nervi saldi.

Fino al 20 ottobre il solo canale di comunicazione del Coordinamento è un sito internet scarno ed essenziale. Quel giorno ci si dota anche di un canale Telegram e un primo comunicato fa chiarezza intanto su un punto: lecito che chi ci crede tenti la via istituzionale, fatta di deleghe e rappresentanti, ma «il coordinamento crede nella forza delle mobilitazioni dal basso, in particolare quando queste riescono a ostacolare o rallentare l’economia».

Per spiegarlo si torna in piazza in maniera organizzata, e la stessa sera del 20 ottobre presso la fontana dei Continenti si svolge una conferenza stampa che rimette al centro i contenuti originari della mobilitazione e le realtà lavorative che li hanno fatti propri fino a quel punto, denunciando la repressione violenta che gli è stata scagliata contro.

Poi, nello svolgersi degli eventi in cui si incartano le manovre del «15 ottobre», arriva anche un momento di necessaria chiarezza, con un comunicato in cui il Coordinamento, con molta semplicità, spiega di non avere idea del perché ne sia nato un altro e che a guidarlo siano personaggi venuti da fuori città che con la mobilitazione non hanno avuto a che fare. Ribadisce di non voler avere a che fare con elementi di estrema destra né tantomeno coi Tuiach, Pappalardo, Montesano, Paragone ecc., la cui presenza nelle giornate al porto è solo il frutto dell’attenzione mediatica che gli è stata concessa. Precisa che Ugo Rossi, in veste ora di consigliere comunale, e il suo partito, il 3V, non sono parte delle assemblee del coordinamento, che per sua natura è apartitico e orizzontale. E che la prevista manifestazione di venerdì 22 è stata indetta e revocata dal «15 ottobre».

«Ci dispiace profondamente» conclude «che la scintilla che avevamo contribuito a creare sia sotto pesante soffocamento, tenendo impegnati media e persone in questioni burocratiche, quando la vera ricchezza di questo movimento era e rimane la sua natura popolare, di massa e apartitica, che ci ha portati in molti in piazza a Trieste.

Una settimana fa speravamo di essere a pochi metri dal traguardo, ora capiamo che la lotta sarà ancora dura, ma continuiamo uniti/e e solidali alimentando quella scintilla che avevamo generato tutte/i assieme».

È l’inizio di una nuova fase, che una settimana dopo, il 28 ottobre, porta di nuovo in piazza migliaia di triestine e di triestini, non meno di ottomila, causando una crisi isterica senza precedenti dei media, delle autorità cittadine e regionali, e della «Trieste bene» per quell’ennesimo ripresentarsi dell’evento.

È la manifestazione più riuscita, energica e ricca di contenuti tra quelle viste in questi mesi.

Prima di tutto perché dimostra che la mobilitazione, malgrado la violenza con cui è stata attaccata, è capace di esondare ed eccedere i limiti imposti dalla mobilitazione al porto, di certo quella più potente sul piano simbolico, ma non per questo la sola. Questo si vede benissimo soprattutto quando il corteo passa di fronte ai cancelli di TriesteTrasporti e un grosso spezzone di dipendenti dell’azienda di trasporto pubblico locale legge un comunicato nel quale ribadisce le ragioni reali della protesta, che nel contesto specifico vede quasi un terzo dei seicento dipendenti privi del pass e per questo esclusi dalla possibilità di lavorare. Ma emerge anche dalla presenza massiccia di molte altre realtà produttive e categoriali, che in un’assemblea che si terrà il sabato successivo, di nuovo in piazza, e in altre che seguiranno nelle settimane successive, intendono organizzarsi meglio per condividere le strategie da mettere in atto per continuare la protesta sui luoghi di lavoro.

Peraltro il giorno precedente, la mattina di mercoledì 27 ottobre, ha avuto luogo anche un corteo convocato da un gruppo di portuali, quelli più vicini a Puzzer, con la presenza di non meno di tremila persone che hanno attraversato in corteo zone della città, la periferia sud e la zona industriale, che da decenni non vedevano simili manifestazioni.

L’isteria dei media e della politica dopo queste due manifestazioni diventa palpabile, densa, gonfia di disprezzo. E la ragione è evidente: la mobilitazione gli sta facendo male, perché non accadeva da anni che lo strumento dell’astensione dal lavoro venisse invocato e praticato in maniera così obliqua, imprevedibile e fuori dagli schemi ingessati della compatibilità sindacale.

La reazione sarà furibonda, durerà per settimane, coinvolgendo persino le autorità sanitarie e i vertici del porto in una guerra mediatica talmente sporca da meritare davvero anche il più trito dei paralleli storici.


Così si presentavano le Rive di Trieste la mattina del 6 novembre 2021, dopo l’interdizione di accesso delle manifestazioni alla piazza, che quella sera avrebbe causato violente cariche immotivate e un seguito di decine di denunce, anche contro gli organizzatori della manifestazione. Come ha scritto qualcuno, grazie all’urgenza di tutelare l’immagine della città, i turisti che fossero arrivati in città quel giorno si sarebbero ritrovati in uno scenario da Belfast durante i Troubles.

Per quel che ho visto in queste settimane, tutto ciò è stato il frutto da un lato di una rabbia che cova sotto le ceneri da quasi due anni che, per ora, si è incanalata nella mobilitazione contro il green pass. In secondo luogo sono stati preziosi il lavoro e la pazienza del Coordinamento cittadino e di molte lavoratrici e lavoratori. Soprattutto quello delle attiviste e degli attivisti più giovani, quelli cresciuti nel ciclo di Occupy. Sono stati loro a dimostrare ancora una volta il senso e l’attitudine con cui affrontare queste lotte spurie, reagendo per quanto possibile, e per quanto possibile raddrizzando il timone di questa lotta, ogni volta in cui tutto sembrava dileguarsi.

Ci sono riusciti perché sono partiti senza farsi troppe illusioni, come un po’ tutta la loro generazione si sta abituando a fare, che si parli di pandemie, di cambiamento climatico, di migrazioni epocali, di lavoro. Qualcuno direbbe che sono disincantati. Se lo sono varrà allora la pena chiarire meglio, con una parafrasi: hanno il disincanto della ragione, e sono capaci della volontà del reincanto.

20. Il complottismo esorcistico del governo e dei media

I complotti prendono forma soprattutto nella testa di chi ha paura.

Ed è evidente che da queste parti la mobilitazione no green pass ha fatto paura a molti. Non si spiega altrimenti per quale ragione la stampa e la politica locali, e tanta parte della «gente per bene», col seguito di schiere di volenterosi collaborazionisti sui social, per settimane abbiano diffuso e condiviso e ripetuto la notizia, non dimostrata e poi ampiamente smentita dai fatti, che i cortei contro il green pass sarebbero stati all’origine dell’impennata di contagi a Trieste e nella regione.

Voglio chiarirlo subito: personalmente non ho dubbi che a margine di manifestazioni tanto partecipate ci siano state occasioni nella quali il virus si è trasmesso. Da qui a giungere al punto che persino un quotidiano come Il Manifesto sia arrivato a confezionare un titolo come «Trieste, dalle piazze ai pronto soccorso. In aumento i positivi» e il relativo articolo di Marinella Salvi, infarcito di affermazioni manipolate e non dimostrate, ce ne vuole. E tanto.

Tanto più che, nelle stesse settimane, di grandi e piccoli assembramenti in città se ne registrano diversi. Il più noto è quello della regata Barcolana, che ha attirato sulle rive cittadine decine di migliaia di persone, con i criteri di precauzione che è possibile vedere bene in questo video, nel quale compare anche uno smascherato sindaco Roberto Dipiazza.

Sempre Dipiazza, alla fine di ottobre, mentre già sulla stampa denuncia l’irresponsabilità dei cortei contro il green pass, viene beccato a un affollata festa di Vip locali, anche in quel caso tutti senza mascherina, per di più in un ambiente chiuso. Festa che poi si scoprirà aver prodotto, quella sì, un focolaio certificato.

Come se non bastasse, è proprio il presidente della società velica che organizza la Barcolana, Mitja Gialuz, a promuovere ai primi di novembre un desolante appello della Trieste «che crede nella scienza» in cui, nemmeno troppo velatamente si chiede di impedire le manifestazioni di «chi combatte contro i vaccini e contro il green pass». Un vero revival della «marcia dei quarantamila», in versione telematica però, così da non dover nemmeno alzarsi dal divano, e soprattutto non rischiare una vera conta.


«Credere nella scienza». Il promotore e firmatario di quest’appello – parte di una campagna che, senza alcuna base, incolpava i cortei di aver fatto risalire i contagi – è Mitja Gialuz, presidente della Società Velica di Barcola e Grignano, organizzatrice della regata Barcolana. In occasione della quale, poco più di un mese fa, migliaia e migliaia di persone si sono affollate sulle rive di Trieste. Ecco come andava in giro Gialuz nei giorni della Barcolana. Senza mascherina, senza rispettare distanziamenti, dando la mano anziché il “gomitino”… Intendiamoci: per noi non c’è niente di male. Noi sappiamo bene che contagiarsi all’aperto è improbabilissimo e che nessuno studio in nessuna parte del mondo ha provato l’esistenza dei tanto favoleggiati eventi «super-spreader» all’aperto. Ma la sedicente «Trieste che crede nella scienza» la scienza non sembra conoscerla granché, e per settimane ha additato gli organizzatori dei cortei come responsabili del rialzarsi della curva epidemica. Ebbene, se fossero responsabili loro, allora lo sarebbe anche Gialuz, con l’aggravante di una notevole ipocrisia.

Che la notizia dei contagi ai cortei sia stata manipolata per settimane, dedicandole titoli in prima pagina e un profluvio di commenti mascherati da profonde analisi, da cui avrebbe preso piede una campagna denigratoria senza precedenti, viene oggi ammesso, a denti strettissimi, persino da Il Piccolo, il quotidiano locale del gruppo Gedi che più di chiunque altro ha contribuito a diffonderla.

Il 23 novembre in un’intervista Roberto Battiston, ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana e docente di Fisica sperimentale, risponde così alla domanda se i cortei di protesta abbiano inciso sulla risalita dei contagi: ««Si può ipotizzare che la crescita di Rt osservata nella prima parte di ottobre sia stata influenzata da intensità e durata delle manifestazioni in cui non sono state rispettate le norme di distanziamento. Ma il tutto si è inserito in una situazione già particolarmente difficile a causa dell’alto valore della diffusione epidemica».

Due giorni prima era toccato a Giovanni Sebastiani, matematico e ricercatore del Cnr, spiegare in un video sulla stessa testata cosa sta realmente accadendo, fornendo finalmente un’analisi elaborata dei dati della propagazione epidemica nel Nord-Est. E rivelando finalmente ai lettori del Piccolo – dopo un mese di fandonie e allarmi insensati – quel che in realtà era sotto gli occhi di tutti da più di un mese. Ovvero che Trieste, prima del resto d’Italia, è stata colpita dalla cosiddetta «quarta ondata» per il semplice fatto di confinare – ma sarebbe meglio dire «essere parte» economicamente e socialmente –, di un’area geografica che va dall’Austria ai Balcani. Area nella quale i contagi stavano aumentando già da settembre a livelli mai raggiunti da inizio pandemia.

A chiarire ancora meglio, rimediando almeno in parte al disastroso titolo e relativo articolo di qualche giorno prima sul suo stesso giornale, e dopo uno scambio col sottoscritto e altri giapster sarà Andrea Capocci. Capocci, da giornalista scientifico, ha perlomeno più chiaro il quadro degli studi sulla diffusione del virus e in particolare quelli che spiegano come i cosiddetti «eventi superdiffusori all’esterno» siano altamente improbabili.

E tuttavia la manipolazione di questa notizia avrà già raccolto i suoi frutti, il più succoso dei quali sarà la più grande limitazione della libertà di riunione e di manifestazione della storia repubblicana italiana.

Inoltre servirà a coprire il disastroso stato dei tracciamenti dei contagi da parte dell’Asugi, già saltati dai primi di settembre. Tuttavia a chi contatterà il Dipartimento di prevenzione per segnalare la sospetta positività, oltre ad aspettare diversi giorni per un tampone che ne certifichi la positività, verrà chiesto insistentemente se ha partecipato ai cortei contro il green pass, come raccontato in questo podcast prodotto dal Coordinamento No GP e segnalato anche qui su Giap.

Questa manipolazione è però parte di una vera e propria fantasia di complotto promossa in queste settimane a ogni piè sospinto per delegittimare e tentare di sabotare le manifestazioni contro il green pass. È una fantasia di complotto che ha amplissima diffusione. Non viaggia negli spazi effimeri e nelle nicchie delle bolle dei social, o meglio, lo fa, ma in seconda battuta: i suoi primi e maggiori divulgatori sono i principali quotidiani e TV nazionali. Consiste nel dare per certo che sia in atto un disegno eversivo, la cui matrice sarebbe la «destra radicale», che mirerebbe a insinuarsi tra le fila della protesta contro il green pass – nella maggior parte dei casi chiamata «no vax» –, per scatenare una campagna di destabilizzazione delle istituzioni, col rischio di un’escalation di violenza politica che potrebbe giungere a episodi di vero e proprio terrorismo.

Come accade spesso con le fantasie di complotto il nemico può cambiare fattezze, e il villain di questa vicenda in alcuni casi diventa la «sinistra antagonista» o gli intramontabili e sempre utili alla bisogna «anarcoinsurrezionalisti». Questa intercambiabilità del «nemico» ha almeno due ragioni.

La prima, risolvere la contraddizione costituita dal fatto che in alcune piazze siano più attive componenti di sinistra.

La seconda sta invece proprio nel modo in cui gli elementi del complotto vengono messi assieme, ovvero pescando ad mentula canis tra i meandri della rete, in particolare dei gruppi telegram definiti «no vax». Che, come già detto e ampiamente dimostrato dai fatti, non sono altro che sfogatoi di malcontento che finiscono spesso per raccogliere anche i deliri solipsistici di soggetti borderline. Tant’è che, alla prova dei fatti, quando dopo dispendiose indagini della polizia postale si giunge a perquisizioni, e quasi mai ad arresti, il corpo del reato si rivela del tutto inesistente: niente armi, nessuna rete cospirativa, soprattutto nessun piano, né preordinato né tantomeno ordinato. Solo chiacchiere.

Siamo così giunti al punto che la più imponente e diffusa fantasia di complotto, talmente diffusa da essere denunciata persino dalle più alte cariche dello Stato, è creduta vera proprio da chi di continuo denuncia il complottismo altrui.

Questo è un tipo di complotto esorcistico. Funziona inventando di continuo pericoli ed emergenze inesistenti – «la calata dei black bloc» – o sopravvalutati a livelli parossistici nella loro capacità di azione. Sta a dimostrarlo la vicenda dello «scioglimento» di Forza Nuova dopo i fatti del 9 ottobre a Roma, col loro corollario di connivenze e cialtronerie poliziesche. Emblematica di quanto governo, Viminale e parlamento credano nel potenziale eversivo di questa organizzazione: l’ipotesi dello «scioglimento» si è dissolta in pochi giorni, e a denunciarlo è rimasta solo l’Anpi nazionale che, forse, farebbe meglio a interrogarsi sulla qualità dell’antifascismo che propugna da alcuni anni – riscattata per fortuna dal lavoro prezioso di molte sue realtà territoriali – per farsi una ragione di questo voltafaccia delle istituzioni.

Ma sto divagando, perché il punto più importante è un altro: qual è la finalità di una fantasia di complotto tanto efficace quanto allarmistica da essere propalata da chi, le istituzioni e i media mainstream in testa, avrebbe come compito, soprattutto in epoca di emergenza pandemica, quello di promuovere per quanto possibile una convivenza armoniosa e pacifica nella società? Mettendo nella giusta prospettiva anche i rischi più gravi? Tentando per quanto possibile di diffondere conoscenza e consapevolezza, e così realizzare davvero la possibilità di scelte responsabili da parte di tutte e di tutti?

Ho cercato la risposta a questa domanda dopo aver seguito le mobilitazioni triestine contro il green pass, e averle valutate non per sé, ma sullo sfondo della rabbia e della frustrazione generalizzate per quasi due anni di gestione politica della pandemia. Consapevole che il disastro sanitario neoliberista continua a mostrarsi in tutta la sua drammatica epocale evidenza, senza che si faccia nulla di strutturale per porvi rimedio. E la sola risposta che riesco a darmi è questa: che se nella protesta confluisce la rabbia dei poveri e degli impoveriti, come a Trieste ho visto accadere, per le élite che si apprestano a spartirsi i fondi del PNRR sarà un disastro.

Se c’è qualcuno a Trieste che ha continuamente propalato fantasie di complotto in queste settimane, va cercato nei palazzi del potere cittadino e regionale, e nelle redazioni dei giornali e delle televisioni che si sono prestati alla diffusione di tali fantasie. Va però subito detto che il motore della macchina mediatica e di governo è stata Confindustria e in generale il padronato del territorio.

E da questo punto di vista voglio spezzare una lancia, non giustificatoria, ma perlomeno di autentica comprensione umana, per i singoli giornalisti che sono stati costretti a umiliare il proprio mestiere e capacità critica per adeguarsi ai diktat di chi in fondo li paga. E sgombrare il campo dai troppi trabocchetti retorici di quest’epoca, esprimendo la mia solidarietà a quelli di loro che sono stati aggrediti.

Nel raccontare il metaverso del varco 4 avevo messo in evidenza episodi, realmente accaduti, nei quali i portuali e componenti del Coordinamento avevano protetto il lavoro dei giornalisti, ovvero delle ultime ruote del carro di un dispositivo mediatico che è, va ricordato sempre, prima di tutto un dispositivo di potere. Nel fronteggiare il troll, sedicente «capo dei forconi di Rimini», ho raccontato di come io stesso mi sia trovato molto a disagio assistendo a episodi di rabbia aggressiva contro la stampa. Episodi ai quali ho davvero reagito, come altri, ma con la consapevolezza di quanto sia ormai ambivalente, e quindi poco affidabile, il lavoro degli operatori dell’informazione nel clima di polarizzazione che stiamo vivendo.

Come molte fantasie di complotto, anche quella che teorizza un piano eversivo che sfrutterebbe l’opposizione al green pass fa ampio uso di metafore belliche. Non va infatti dimenticato che essa si inserisce nella più ampia narrazione della pandemia come «guerra». Va da sé che nel lungo elenco dei capri espiatori utilizzati, fin dall’inizio, per mascherare l’inadeguatezza dei governi e della politica, non poteva mancare la figura del disertore: per interpretarla i renitenti al vaccino si prestano magnificamente.

A dargli esplicitamente dei «disertori» è, non casualmente, il presidente di Confindustria Alto Adriatico, in passato già deputato DC, Michelangelo Agrusti, in una dichiarazione del 1 novembre. Dichiarazione così esplicita che persino chi la pronuncia a un certo punto sembra spaventarsi delle proprie parole o, più verosimilmente, vergognarsi del lapsus. Perché ad Agrusti scappa di ricordare che la pena per chi diserta in guerra è la fucilazione.

Si sostituisca la parola «produzione» alla parola «guerra» e in questo piccolo episodio si potrà individuare il nucleo essenziale di tutto quanto stiamo vivendo. Ma di nuovo rischio di divagare…

Quell’intervento di Agrusti, compresi i rumori di fondo della sua platea, va riascoltato ora, a fine novembre, nei giorni in cui il governo Draghi inasprisce la logica discriminatoria del green pass, di fatto decretando la fine della vita relazionale di chi non ne è in possesso – e qui devo di nuovo farlo presente: esistono vaccinati, e saranno sempre di più, che il green pass si rifiutano di utilizzarlo.

«Il peso di un’eventuale restrizione gravi su coloro che non sono vaccinati» esordisce Agrusti. «Se questa è una guerra, questi sono dei disertori», risatine in sottofondo. «Anche in guerra c’è chi non si arruola perché ha paura, ma viene preso, messo al muro e fucilato», risate… E qualche colpo di tosse imbarazzato. «Qui non dobbiamo fucilare nessuno», si affretta a chiarire il presidente di Confindustria AA, «ma dobbiamo far pesare la loro diserzione».

La dichiarazione viene fatta nel corso di una conferenza stampa indetta dalle alte cariche regionali, il presidente leghista Fedriga in testa, colui che nelle settimane successive si incaricherà di ripulire la logica della proposta di Agrusti dall’infelice metafora bellica. La spingerà in veste di massimo rappresentante del partito trasversale dei «governatori di Regione», un’entità ammantata dai media di un’autorevolezza incomprensibile, dal momento che si tratta di gente che ha responsabilità – e morti sulla coscienza –perlomeno uguali, se non più gravi di quelle dei governi Conte e Draghi. Fedriga, presentato come l’anima responsabile della Lega, ne è un esempio da manuale.

Ci si dimentica spesso dei mesi in cui lui, come altri «governatori», di entrambi gli schieramenti, giocavano a fare +1 a ogni provvedimento del governo Conte II – una tattica che in realtà continua, sotto altre spoglie –, introducendo a livello regionale regole più restrittive, tanto per alimentare l’incertezza e fingere di avere in mente qualcosa di sensato da fare. Nel suo caso un episodio, nemmeno il più eclatante, fu proprio a inizio pandemia. La Regione Friuli Venezia Giulia, che dal 24 febbraio aveva già chiuso le scuole e relegato nelle RSA gli anziani, l’1 marzo si apprestava a prolungare la misura. Il 5 marzo però la stessa Regione FVG, lanciava una promozione imperdibile per l’utilizzo degli impianti di risalita gestiti dalla sua affiliata PromoTurismoFVG, pubblicizzandola con un comunicato di questo tenore, che di fatto aveva portato migliaia di persone ad ammassarsi sulle piste da sci. Piste che sarebbero state chiuse ufficialmente dalla Regione stessa solo a lockdown nazionale già iniziato, l’11 marzo 2020.

Le scuole sono chiuse? Bene. I vecchi sono chiusi nelle RSA? Bene. Tutti a sciare allora!


Chi ha invocato la fucilazione civile per i disertori del vaccino è la stessa persona che voleva relegare su lazzaretti galleggianti gli anziani infetti, con la sua società che si sarebbe occupata di allestirne gli interni. Grazie a Fedriga e al suo assessore alle attività produttive Sergio Emidio Bini. Quest’ultimo è a sua volta titolare del 40% della Euro & Promos Spa, a cui afferisce la cooperativa sociale Euro&Promos Social Health Care, che ha in gestione, tra le altre, una casa di riposo di Mortegliano dove si sarebbe sviluppato uno dei più gravi e letali focolai di Covid in regione. E in veste di politico è anche dispensatore dei contributi di sostegno alle aziende «colpite dall’emergenza», tra le quali le sue, come spiega l’articolo di Barbacetto.

Ovviamente non sono il solo ad aver notato le ipocrisie sottese a queste richieste d’ordine provenienti dai potentati economici e politici regionali. Ma come accade sempre con le fantasie di complotto, i nuclei di verità che contengono finiscono per confondersi tra la nebbia delle panzane.

In una lettera aperta dei primi di novembre allo stesso Fedriga, con la quale Paolo Rumiz accoglie «con un Evviva! la sua forte presa di posizione in merito alla micidiale pericolosità degli assembramenti no-vax e no-green», il giornalista e scrittore triestino scrive di trovare «ancora più demenziale che nella recente conferenza stampa sul tema, a parlare contro gli assembramenti si siano presentati, con fantastica faccia tosta, alcuni di coloro che in fase elettorale li avevano promossi e fomentati. I permissivi, ora, volevano improvvisamente “fucilare i disertori”. Una capriola politica come minimo spudorata».

L’aspetto tragicomico di queste vicende, che in realtà sono tragiche e basta, è che dalla fiera dell’ipocrisia non si salva nessuno. Molti a Trieste ricordano lo stesso Rumiz intervenire in pubblico, guarda caso a una manifestazione di portuali, il 13 giugno 2020, parlando rigorosamente senza mascherina. Dispositivo di protezione dal virus che, in un punto del suo intervento in cui lamenta la difficoltà di esprimere dissenso, chiama «museruola».

Manca purtroppo dal video la prima parte dell’intervento di Rumiz, quella nella quale raccontava di aver violato il lockdown in più occasioni, arrivando clandestinamente fino al porto, «per le sconte», e là ascoltare il rumore dell’attività che andava avanti. E di come quel rumore lo avesse confortato.

Ero presente a quella manifestazione, di cui accennerò a breve, e ricordo bene quel passaggio, perché mi aveva colpito facendomi pensare «ehi! Il “compagno” Rumiz contro il lockdown!». Ma è appunto solo un mio ricordo, per quel che valgono la mia memoria e la mia parola, che immagino Rumiz non confermerà. Poco importa. A me è rimasto però il dubbio: mentre faceva queste romantiche passeggiate clandestine, almeno una volta avrà pensato che in quel porto, mentre la produzione continuava, col suo rassicurante rumore di fondo, qualcuno si stava infettando?

22. La demonizzazione dei portuali di Trieste

Ho chiesto al Clpt di inviarmi i comunicati scritti dal sindacato portuale nelle settimane della mobilitazione contro il green pass. In risposta ho ricevuto quanto richiesto più diverse decine di comunicati e lettere, inviati a partire dalla fine di febbraio 2020 a diverse autorità, dal Ministero della Salute alla Prefettura, dall’Autorità agli operatori portuali. Sono tutte comunicazioni che, messe in fila, come faranno Sandi Volk e Sebastiano Grison in questa conferenza stampa del 12 novembre, raccontano una storia molto diversa dalla narrazione mainstream sui portuali che rifiutano la vaccinazione e se ne fregano se il porto di Trieste va in malora. Narrazione che però andrà avanti per giustificare una serie di intimidazioni padronali contro i portuali presenti alla protesta, tra cui diverse procedure disciplinari, concrete minacce di licenziamento e, nel caso di Fabio Tuiach, il licenziamento vero e proprio.

Sono denunce e richieste circostanziate che, registrando e documentando il totale disinteresse dei terminalisti e delle ditte portuali – di molti di essi, non di tutti –, non fanno altro che chiedere l’applicazione dei famosi Dpcm antipandemici del Governo relativi ai posti di lavoro. Documentano, in sostanza, quel che è successo al porto di Trieste a inizio pandemia e poi nei seguenti venti mesi. Che non è altro che quel che è successo nella grande maggioranza dei posti di lavoro: il Sars-Cov-2 è stato lasciato circolare liberamente ogni qualvolta le misure di contrasto andavano a ostacolare il ciclo produttivo o si rivelavano inapplicabili.

A detta del Clpt, solo il presidente dell’AP, D’agostino, si sarebbe preoccupato di procurare mascherine e igienizzanti. E un’indagine con l’uso di esami sierologici sui lavoratori del porto avrebbe rivelato un’incidenza di avvenuti contagi quasi doppia rispetto al resto della popolazione.

Mi sono convinto che il Clpt non avesse in mente solo il green pass quando ha deciso di calarsi nella mobilitazione, proponendo poi di concentrarla agli ingressi del porto. I rapporti con Zeno D’Agostino erano difficili già da un anno, quando Mario Sommariva, delegato negli anni precedenti dallo stesso D’Agostino a «portare la pace sociale in banchina» in qualità di Segretario generale, aveva deciso di accettare l’incarico di Presidente dell’Autorità Portuale del Mar Ligure Orientale. Con la sua partenza terminava una stagione nella quale il rilancio dei porti di Trieste e Monfalcone aveva coinciso con una radicale riforma delle condizioni di lavoro – e non tenterò io di dirimere la questione su chi ne porti il merito maggiore, né quanto tale riforma sia davvero stata portata a termine.

Quel che conta è cosa c’era prima, e ciò che c’era prima lo posso testimoniare per esperienza personale: nel 1998 ero entrato a lavorare in porto per una cooperativa che poi sarebbe fallita, con un contratto a termine di sei mesi, relativo a una categoria che coi porti non c’entrava nulla, metalmeccanico, lavorando di fatto a chiamata e senza fare nemmeno un’ora di corso sulla sicurezza. Ricordo bene la volta in cui rischiai di essere colpito da un container appeso a una gru, che non avevo visto muoversi, e quella in cui schivai per pochissimo un tornichetto d’acciaio di venti chili, schizzato via da un altro container per un errore di manovra di una gru.

Quella di metà ottobre non è stata la prima volta in cui il Clpt ha bloccato il varco 4 in èra pandemica. La volta precedente era stata nel giugno 2020, ma non in conflitto, bensì per difendere la presidenza di Zeno D’Agostino dal tentativo di delegittimarla per vie legali e burocratiche. In quell’occasione i portuali si erano spesi più di chiunque altro per impedire il colpo di mano delle vecchie gestioni clientelari, assieme a buona parte della politica cittadina e un buon pezzo della cosiddetta società civile. In quel contesto si inseriva l’intervento in cui Rumiz aveva chiamato la mascherina «museruola» e rivelato la sua disobbedienza al lockdown, accogliendo con un «Evviva!» il fatto che là si continuasse a lavorare.

Un paio di settimane dopo quella manifestazione mi ero ritrovato nella stessa sala con Stefano Puzzer e alcuni altri, presso la Casa del Popolo di Ponziana. L’occasione era la cerimonia commemorativa di un amico comune e molto caro di nome Paolo Hlacia, scomparso prematuramente proprio a inizio pandemia.

Hlacia era stato operaio e militante dell’Autonomia negli anni Settanta, in seguito in Rifondazione Comunista e negli ultimi anni di vita aveva scritto moltissimo di porto e di lavoro portuale. Utilizzando per l’analisi generale il lavoro e l’amicizia di uno storico del movimento operaio ed esperto di logistica e traffici marittimi come Sergio Bologna, e per l’inchiesta operaia la relazione instaurata con Puzzer e il Clpt. A sua volta Puzzer, come avrebbe detto nel suo discorso commemorativo, aveva stretto con Paolo un rapporto quasi paterno, e il Clpt e i portuali gli dovevano molto per il lavoro fatto assieme nel periodo della collaborazione con Sommariva.

In queste settimane mi sono chiesto innumerevoli volte cosa avrebbe detto Paolo Hlacia della vicenda no green pass triestina, delle mosse del Clpt, di quelle di Puzzer… E non sono riuscito a darmi una risposta. La sola cosa che mi azzardo a pensare è che forse si sarebbe ritrovato stretto anche lui nella polarizzazione. Che nel suo caso sarebbe stata tra il Clpt e i portuali da una parte, e Sergio Bologna dall’altra.

Bologna, triestino e ben più interno di me alle vicende di cui sto accennando ora, in queste settimane è intervenuto spesso sulla mobilitazione triestina. Lo ha fatto sempre a difesa di Zeno D’Agostino – che per certi versi è un suo allievo –, ma anche ammettendo di aver modificato il suo giudizio iniziale sulla natura politica della stessa, in un articolo che trovo in alcune parti perfetto nel denunciare le radici del disastro della gestione politica della pandemia, quanto privo di profondità nel prendere per buona l’inutile e dannosa etichetta «no vax». Su questo vale la pena ascoltare il suo dialogo con Guido Viale.

Bologna scrive che «tutto quello che la gestione governativa dell’emergenza non ci ha voluto o saputo dare» lo possiamo rintracciare nel lavoro che già tra gli anni ‘60 e ‘70 avevano svolto «uomini come Giulio A. Maccacaro, docente di statistica medica, direttore di Sapere, fondatore di Epidemiologia e Prevenzione, ispiratore di Medicina Democratica e di quel movimento di lotta per la salute che ha svelato i danni dell’amianto e di tante altre sostanze tossiche letali o portatrici di malattie degenerative. Che ha anticipato i criteri fondatori del servizio sanitario nazionale, che ha combattuto Big Pharma e la ricerca asservita alle multinazionali, che si è battuto per una medicina territoriale e per una politica di prevenzione basata sulla consapevolezza dei cittadini, che ha pensato alla formazione degli operatori sanitari».

Parole che risuonano moltissimo con quelle lasciate qui su Giap da Gianni Cavallini, che proprio in quegli anni, da studente di medicina, aveva fatto lavoro politico sul tema della salute nei posti di lavoro con gli operai del Petrolchimico di Marghera. In un colloquio che abbiamo avuto, Cavallini, per diversi anni direttore del Dipartimento di prevenzione a Gorizia, spiega anche che

«con la pandemia è stata, temo definitivamente, affossata una tradizione moderna di sanità pubblica, che aveva saputo affrontare e gestire varie situazioni complesse. In quella strategia la vaccinazione era solo uno dei pilastri su cui era fondata. Il tracciamento dei contatti, la valutazione specifica del rischio, misure di isolamento mirate si aggiungevano alla somministrazione di vaccini. Oggi in tutto il mondo che conta la strategia si è concentrata sulla somministrazione di vaccini e su provvedimenti restrittivi universali, non quindi esito di una valutazione specifica del rischio. Questa universalità esprime il controllo sociale e non la protezione dai rischi. La stessa evoluzione del lockdown per i non vaccinati esprime questo approccio politico di controllo dei comportamenti individuali».

Analisi che risuonano anche nell’enorme mole di discussioni che hanno trovato spazio su Giap da fine febbraio 2020. Analisi che purtroppo sono mancate a supportare la lotta intrapresa dal Coordinamento No green pass, dai portuali e dagli altri lavoratori e lavoratrici di Trieste. Lotta che tuttavia ha avuto il merito di mettere comunque al centro il lavoro.

Ma se anche fosse vero, come scrive Sergio Bologna, che tutta questa gente è andata «dietro ai vari guru no vax», forse il problema da porsi è cosa e chi è mancato per evitare che accadesse.

Ecco, anche questo posso azzardare, che Paolo Hlacia per tentare di affrontare quella maledetta polarizzazione, avrebbe lavorato per costruire il terreno comune sul quale superarla.

23. Basta dire «no vax» e scompaiono pezzi di realtà

In questa vicenda non è emerso solo il complottismo potenziale di cui ho rischiato di essere vittima io stesso, credendo di scorgere chissà quale macchinazione nella presenza di personaggi più che ambigui e nell’insinuarsi di sigle sindacali «di carta» o di gruppi ultracattolici. E nemmeno il complottismo che ho definito «esorcistico» dei media mainstream, delle istituzioni e del potere economico, l’unico in grado di convincere ampi pezzi di opinione pubblica di non essere un complottismo, autocertificando come reali i suoi continui falsi allarmi.

È vero: c’è un complottismo, più di uno in realtà, che ha attraversato anche alcune componenti protagoniste degli strange days triestini, incluse quelle operaie. È quello di cui tutti parlano, su cui si è concentrata in maniera spasmodica l’attenzione dei media, sul quale si riversano valanghe di post ironici e denigratori sui social che, persino prima del presidio al varco 4, hanno tentato di screditare la mobilitazione. Utilizzando anche preventivamente la character assassination, ad esempio nei confronti di Stefano Puzzer, e confondendo così la parte per il tutto. Un giochino sempre molto in voga per screditare i movimenti sociali e operai.

C’è un cospirazionismo antivaccinista, lo sappiamo. È quella merda che sui vaccini parla di «siero usato come arma biologica contro i popoli», a cui si affiancano spesso altri complottismi, a volte persino contraddittori o in conflitto tra loro. Che finiscono persino per credere, ad esempio, che Putin sia «dalla nostra parte», fino al punto di illudersi che bloccando l’oleodotto Trieste-Ingolstadt la Germania interverrebbe su Draghi per fargli revocare il green pass…

Come scrive Wu Ming 1 in La Q di Qomplotto, queste fantasie di complotto, al contrario di quanto pensano coloro che ci credono e le diffondono, sono le migliori alleate del sistema, lo confermano e lo rafforzano.

A dimostrarlo sono le altre piazze italiane contro il green pass, nelle quali queste fantasie di complotto sembrano egemoni e che infatti, salvo rari casi, non sono state in grado di far sì che quanto accadeva a Trieste si ripetesse altrove. E a questo andrà addebitata una parte della probabile sconfitta di questa prima battaglia post-pandemica. Che però, ne sono certo, non finisce qui.

Questi complottismi servono, di fatto, a riempire gli spazi lasciati vuoti dal pensiero critico e dall’agire politico. Consolano, forniscono spiegazioni diversive, ma nella loro inconsistenza rischiano di far sprofondare nel disincanto e nell’impotenza chi finisce per crederli veri.

Molti continuano a non vedere che a Trieste, in queste ultime settimane, le fantasie di complotto sono state messe ai margini. E che questo è successo grazie al lavoro che ha permesso di mettere al centro la parola d’ordine dell’unità tra vaccinati e non vaccinati e la critica alla discriminazione lavorativa, dalla quale è nata una partecipazione operaia reale. Stando nella protesta, le attiviste e gli attivisti più lucidi hanno contribuito a marginalizzare i migliori alleati storici del sistema, i fascisti e le fantasie di complotto diversive.

Questo ha fatto sì che la partecipazione aumentasse, includendo le fasce di popolazione più svantaggiate e facendo davvero tremare le vene ai polsi di chi sta nei palazzi del potere politico ed economico. Che infatti ha sbroccato, mobilitando tutto il suo apparato repressivo e mediatico.

Inutile dire, ma meglio ripeterlo, che quell’apparato non obbedisce a nessun complotto, per il semplice fatto che risponde ai suoi propri automatismi sistemici, con i quali reagisce, si difende e si perpetua. Come ha dimostrato benissimo in questa pandemia, in cui i profitti sono aumentati anziché diminuire. Automatismi di un sistema che sono il frutto di cinquecento anni di storia criminale, votata al profitto, alla disuguaglianza, alla guerra e allo sfruttamento dell’umano sull’umano e sulla natura. In una parola: il capitalismo.

Le attiviste e gli attivisti che hanno scelto di sporcarsi le mani in questa lotta spuria, erano consapevoli del fatto che in ogni complottismo c’è sempre un nucleo di verità. E chiudendo il loro ultimo documento scrivono:

«Che si chiami “Stato di emergenza” invece di “grande complotto”, che si chiami “Capitalismo della sorveglianza” invece che “controllo di massa”, che si chiami “Piano nazionale di ripresa e resilienza” invece di “grande reset”, che si chiami “nocività del capitalismo” invece di “avvelenamento biologico”, che si chiami “geopolitica” invece di “cospirazione mondiale” dipende da chi vuole esserci, dibattere e contribuire».

Il problema semmai consiste nel fatto che sta mancando quella trasmissione di saperi e di memoria storica dei movimenti precedenti, quello operaio incluso, che caratterizza da sempre le lotte. E gli spunti di Sergio Bologna sul lavoro di gente come Maccacaro sono preziosi in questo senso. Ma rischiano di restare un lamento paralizzante se poi si finisce per credere che ciò che si muove nelle piazze possa essere liquidato con la comoda etichetta giornalistica di «no vax».

Ho mostrato in più punti quanto sia fuorviante e banalizzante farlo. Ma le ragioni per le quali pezzi importanti di popolazione rifiutano la vaccinazione – inclusa la pura e semplice paura, che ci siamo abituati a liquidare cinicamente, e anche un po’ fascisticamente, come infantile ottusità ed egoismo – andrebbero approfondite con studi seri. Negli Stati Uniti lo stanno facendo, scoprendo cose piuttosto interessanti, in parte specifiche di quel contesto, che però dovrebbero riguardarci, dal momento che parlano del rapporto tra cittadinanza, istituzioni e salute. E a partire dal fatto che tutti condividiamo il fatto che i sistemi sanitari neoliberisti non potranno che approfondire e perpetuare il disastro in cui siamo.

Peraltro abbiamo un precedente notissimo su questo tipo di etichette, e della reductio che generano: «no global» era il contrario di ciò che quel movimento vent’anni fa voleva e intendeva essere. Serviva a semplificare e di fatto annullare buona parte delle sue analisi, che non criticavano l’idea di una società globale, ma al contrario la auspicavano e, di fatto, nelle piazze l’avevano anche costruita.

Anche l’etichetta «no global» ebbe poi la funzione di diversivo finalizzato a dare spazi di agibilità ai complottisti per rafforzare il sistema. Quando quel movimento, altrettanto variegato e contraddittorio di questo, fu sconfitto con l’uccisione di Carlo Giuliani e la carneficina della Diaz, da esso spuntarono fantasie di complotto a iosa. Tra cui quelle sugli attentati dell’11 settembre che resero popolari cospirazionisti come Giulietto Chiesa o Fulvio Grimaldi, proprio come oggi, nella protesta contro il green pass, si infila gente come Diego Fusaro o Byoblu.

Quel che allora si contestava era la globalizzazione capitalista, per come la vediamo dispiegata a maggior ragione oggi: capitali, merci e profitti liberi di scorrazzare per il pianeta, mentre la libertà di movimento delle persone è via via sempre più limitata. E ora che un virus pericoloso e in alcuni casi letale arriva a ricordare che la natura non ha frontiere e non ci sono muri che possano fermarlo, il sistema reagisce istericamente. Arrivando al punto di immaginare, per la fortezza chiamata Europa, confini esterni circondati di filo spinato e presidiati da una pletora di dittatori disumani, disponibili a far fare da cuscinetto ai propri paesi, dietro adeguato compenso. E all’interno della fortezza, dispositivi di controllo finalizzati a un disciplinato, immunizzato e ininterrotto svolgersi dell’attività produttiva.

A guardar bene, il green pass è solo un’altra frontiera.

24. (Psico)geografie del conflitto futuro, alcuni spunti

Per quel poco che posso averne capito io, la conricerca va sempre in due direzioni, non è il lavoro dell’avanguardia che «spiega» la fase alle masse ignoranti e quindi le organizza. È una pratica di contaminazione e scambio che fa i conti con il conflitto, ne assume le contraddizioni senza subirle, e tenta di riformulare in maniera circolare e orizzontale il rapporto teoria-prassi-organizzazione. In parole povere, come anch’io mi ripromettevo, si cammina domandando.

In chiusura voglio accennare a due aspetti che mi hanno colpito negli ultimi cortei successivi al presidio al varco 4, che credo meriterà indagare.

Il primo riguarda il capovolgimento psicogeografico che la mobilitazione ha prodotto, per molti versi straniante sia per chi partecipa che per chi osserva, e che si è dato prima che buona parte del centro storico cittadino venisse interdetta per decreto. Come accennavo nella prima puntata, questo elemento si è evidenziato dapprima nella collocazione e nel capovolgimento di funzione del varco 4. Un nonluogo che in un arco brevissimo di tempo è diventato un vero luogo, densissimo di vita e di relazioni, e ora anche di storia.

In seguito, nei percorsi dei due cortei del 27 e 28 ottobre, il primo indetto dai portuali, il secondo dal Coordinamento No green pass, l’attraversamento di parti di città di solito liminali, se non marginali, ha accentuato una rottura con l’immaginario costruito attorno alla città della Barcolana, delle Rive, della Cittavecchia gentrificata e del salotto buono di piazza Unità.

Rottura geografica che è anche definitiva rottura del patto sociale, sancita dall’odioso appello della Trieste sedicente «razionale, responsabile e consapevole». Facendo propria la manipolazione sui contagi nei cortei, questa «Trieste bene» e «fedele alla scienza» ha fattivamente contribuito a negare a un pezzo di società il diritto di espressione e di manifestazione del dissenso.

Rottura confermata poi dal modo in cui questa mobilitazione è entrata nell’immaginario e nella coscienza dei settori più poveri e impoveriti della cittadinanza. Quelli, per intenderci, che quando il corteo ha attraversato i rioni teatro del bombardamento a base di acqua e gas del 18 ottobre, hanno risposto dai balconi e dalle finestre, battendo su pentole e stoviglie, o installando sound system improvvisati fuori dai bar, per aumentare il volume degli slogan e dei cori.

Una rottura che in queste settimane ha definito una nuova geografia della città, che potenzialmente è anche un’idea del tutto nuova della città stessa.

A questo si lega in qualche modo, per me ancora appena percepito, un altro aspetto.

Prima che prendesse piede il famigerato slogan «La gente come noi…», i portuali triestini intonavano, molto più prosaicamente, lo slogan «Semo stufi de ‘sta merda». E non si riferivano solo al green pass.

Mi ha stupito ancora di più osservare la folla nei cortei rispondere entusiasta a slogan come «Se ci costringono a lavorare sotto ricatto, a lavorare non ci andremo proprio».

Moltissime delle persone che si sono mobilitate, sono anche nella condizione di trovarsi senza stipendio, perché sospese per mancanza del pass, o costrette a pagare almeno 45 euro alla settimana per poter lavorare. E tutte hanno dovuto mettere a punto, e hanno condiviso, una serie di strategie per fare i conti con questa situazione. Chi sfruttando la malattia, chi i permessi, chi l’aspettativa, altri ancora cambiando proprio mestiere oppure, in molti casi, utilizzando proprio le regole del pass semplicemente per organizzare in modo diverso la propria vita.

Ho l’impressione che tutto questo abbia a che fare con una forma inedita di sciopero, o di esodo dal lavoro, qualcosa che negli Stati Uniti sta già emergendo in misura enorme e di cui si hanno i primi segnali anche in Italia.

Non casualmente, credo, dalle cronache statunitensi si ricava che i settori in cui il fenomeno è più evidente sono porti e logistica.

E dal momento che all’origine sembra esserci proprio la pandemia, dev’essere qualcosa che ha a che fare col non voler tornare a ciò che c’era prima, perché ciò che c’era prima faceva già abbastanza schifo di suo.

Ho tentato di raccontare ciò che ho visto e sentito, e di cui, mi piaccia o meno, ho finito per essere parte, forzando i miei pregiudizi e convinzioni, uscendo dalla mia comfort zone. Soprattutto ho tentato, nella scrittura, di restare fedele anch’io all’evento. E alla parola data alle persone incontrate di non stravolgere la loro storia, come alle lettrici e ai lettori di questo blog di raccontare senza reticenze e con onestà.

Malgrado la domanda iniziale fosse «perché proprio a Trieste?», ho evitato di mettermi ad analizzare quanto ho visto e sentito secondo categorie che seguissero le peculiarità sociali e storiche di questo territorio. Pur consapevole che ci sono, e che sono molte, le ho semmai lasciate trapelare da quanto scrivevo, in modo che chi leggeva potesse farsene un’idea da sé, e magari incuriosirsi per approfondirle. Temevo inoltre di finire per fare antropologia d’accatto – come ha fatto invece qualche noto scrittore del luogo, le cui parole qui su Giap sono già state commentate – per di più su una città e un territorio di cui sono parte in ogni mia fibra.

Ma alla storia si ritorna sempre.

25. Camminare domandando. Sul Carso Triestino.

Domenica prossima andremo a camminare sui nostri luoghi partigiani che oggi sono i luoghi di chi, malgrado le frontiere siano di nuovo più feroci che mai, si rimette in cammino.

Partiremo da Basovizza, dal suo monumento meno noto, che è anche quello più antico, quello dedicato ai quattro antifascisti sloveni fucilati nel 1930 per ordine del Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista.

Storia misconosciuta la loro, mai entrata nei radar dell’enorme storiografia italiana sull’antifascismo.

Eppure i primi «banditi» e «terroristi» che tentarono di minare il regime di Mussolini furono proprio loro, ben prima di qualsiasi Resistenza. Una rimozione storica che si spiega anche con il fatto che il loro antifascismo, quello di appartenenti alla componente slovena di questo territorio, era troppo poco dogmatico, sfuggiva a qualsiasi disciplina di partito, era difficilmente inquadrabile negli schemi ideologici di allora. Ed era persino interclassista per certi versi, anche se di un interclassismo di gente che con il fascismo si era andata anche impoverendo, perdendo le sue prerogative borghesi o piccolo borghesi.

E malgrado questo furono proprio quei quattro condannati a morte, col loro antifascismo così brutto da non essere da molti nemmeno considerato tale, a ispirare il senso del sacrificio e della gioia del combattere a chi venne dopo di loro.

* Andrea Olivieri, autore del libro Una cosa oscura, senza pregio. Antifascisti tra la via Flavia e il West (Alegre, 2019) collabora da diverso tempo con la Wu Ming Foundation e in particolare col gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico in rete e sulle false notizie a tema storico Nicoletta Bourbaki. Alcuni dei suoi membri hanno collaborato anche a questo reportage.

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