L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 dicembre 2021

Quel vile affarista fugge come un coyote e prende in giro tutti i partiti ma "POLITICAMENTE CORRETTO" e se questi non si vendicassero sarebbero proprio degli emeriti coglioni

Maurizio Belpietro
26 dicembre 2021
Draghi si butta sul Quirinale per fuggire dal disastro

Nella conferenza stampa arriva l’autocandidatura: «Il lavoro del governo va avanti indipendentemente da chi c’è». Pesa anche il pasticcio sanitario: la ricetta di Roberto Speranza, tutta vaccini e discriminazioni, è fallita.

Da nonno della Repubblica a presidente della Repubblica il passo è breve e Mario Draghi pare avere
intenzione di compierlo il prima possibile, cioè appena comincerà la chiama per l’elezione del futuro capo dello Stato. Se fino a ieri c’era incertezza intorno alle scelte del presidente del Consiglio, al punto che Matteo Salvini si era spinto a chiedere all’ex governatore della Bce di pronunciarsi e di far capire quali fossero i suoi obiettivi, ora la nebbia si è diradata. Nei giorni scorsi, autorevoli giornali stranieri avevano parlato di Draghi e della necessità che rimanesse a Palazzo Chigi per completare l’opera e, soprattutto, per dare esecuzione al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il messaggio che la stampa internazionale, e di conseguenza le cancellerie estere, avevano spedito all'indirizzo del premier era risultato chiaro a tutti. Per il debito italiano e per la credibilità del Paese, è meglio che il presidente del Consiglio resti al suo posto, senza farsi prendere da strane voglie che potrebbero aprire scenari poco tranquillizzanti per i mercati azionari e obbligazionari.

Ma, com'è nello stile del personaggio, Draghi non ha indietreggiato di fronte alla rassegna stampa e ieri, in modo dire o quasi quanto il famoso «Whatever it takes», faremo ciò che è necessario, ha fatto capire che si prepara a fare le valigie per traslocare ai piani più alti, destinazione Quirinale. Se per qualcuno è difficile immaginare una continuità dell’attuale governo senza che a guidarlo sia Draghi, il premier ha chiarito che «il governo va avanti indipendentemente da chi ci sarà», perché «è il Parlamento che decide la vita del governo». In pratica, il presidente del Consiglio chiarisce che le crisi le decidono le Camere e se queste non vogliono essere sciolte non hanno altro da fare che continuare a sostenere un esecutivo. Che poi questo sia guidato dall'ex governatore della Bce o dall'ex ragioniere generale dello Stato, vale a dire dal ministro Daniele Franco, braccio destro dello stesso Draghi, è un dettaglio secondario, perché l’importante è che a sostenerlo ci sia «una maggioranza che ha sostenuto questo governo, ovvero la più ampia possibile».

Se non è stato un addio, poco ci manca, ma diciamo che i toni del presidente del Consiglio, più che quelli di fine anno, con saluti e brindisi, erano quelli di fine mandato. Prova ne sia che quando dalla politica è passato all'economia, cioè alle cose concrete che riguardano il piano di ripresa e resilienza, Draghi ha tracciato un bilancio conclusivo, come di chi, chiudendosi la porta alle spalle, non lascia niente di sospeso. «Abbiamo raggiunto tutti e 51 gli obie ivi del Pnrr e in questo momento è in discussione alla Commissione la firma dell’accordo operativo che apre il periodo di uno o due mesi di interlocuzione prima di accordare la tranche dei prestiti previsti». Come dire: quel che dovevo fare l’ho fatto, ora voltiamo pagina.

E quale sia il capitolo che il premier ha intenzione di aprire non ci sono dubbi, viste le parole di elogio
pronunciate nei confronti del capo dello Stato. «Credo che il messaggio di Mattarella debba essere di affetto, è quello che provano per prima cosa tutti gli italiani. Ha svolto splendidamente il ruolo, ma l’ha fatto con dolcezza e fermezza, ha attraversato momenti difficilissimi nel settennato e ha scelto con lucidità e saggezza. È l’esempio, il modello di presidente della Repubblica». Parole di riconoscimento che sono parse di saluto. Anzi, di congedo: è stato bravo, lo ricorderemo con piacere e ci sarà di monito.

Del resto, c’è da capirlo. Per anni è stato alle prese con la finanza e i banchieri e da un anno si deve dibattere tra una pandemia e i partiti. Se prima le regole erano chiare e si doveva destreggiare tra inflazione e speculazione, ora ha a che fare con un virus di cui neppure gli esperti capiscono nulla e con un Parlamento in cui nessuno sembra controllare qualcosa. Comprensibile che desideri fuggire al più presto e rintanarsi sul Colle. Avere a che fare con Jens Weidmann, l’ex falco della Bundesbank, è più facile che avere a che fare con il Covid, per di più circondati da una platea di collaboratori manifestamente inadatti, il primo dei quali risponde al nome di Roberto Speranza, per tacere degli altri. La campagna d’immunizzazione, che è stata un successo per numero di iniezioni, è un insuccesso per risultati. Nonostante il record di vaccinazioni (siamo tra i Paesi europei che hanno raggiunto il tasso più elevato), i contagi non calano e i decessi aumentano.

Piano piano si sgretolano anche le certezze, tra cui quella che i vaccinati non si infettino e che l’epidemia riguardi solo i non immunizzati. Il fallimento lo ha decretato sempre Draghi proprio ieri, quando ha detto che si valutano la mascherina all'aperto e i tamponi per i vaccinati e magari pure una riduzione della validità del green pass. Ovvero un dietrofront rispetto alla linea Speranza. Che dire? Con simili compagni di viaggio, non resta che cambiare strada e sterzare verso il Quirinale, lasciando le responsabilità del governo al Parlamento. Perché, come ha detto ieri il premier «l’esecutivo previsto dalla Costituzione è parlamentare. Il presidente della Repubblica non è tanto un notaio quanto un garante». Chiarendo in tal modo che non ci sarà qualsiasi tipo di accompagnamento del Quirinale all'azione del prossimo governo. Insomma, fate voi, io vado al Colle.

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