L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 dicembre 2021

Se obblighi a fare più tamponi farlocchi, facilmente trovi più contagiati. Magari, al 98% asintomatici. Che non sono malati che non sono malati che non sono malati. Mentre ci "distraggono" togliendoci diritti, dovremo invece prepararci ai materassi per l'incipiente guerra in arrivo

SPY FINANZA/ I grossi guai in arrivo dopo la corsa del Quirinale

Pubblicazione: 24.12.2021 - Mauro Bottarelli

Sono diversi i segnali che fanno pensare che per il nostro Paese siano in arrivo problemi molto seri sul fronte del debito pubblico e dello spread

Il palazzo del Quirinale, sede della presidenza della Repubblica (LaPresse)

Oggi cercherò di essere più breve del solito. Non perché abbia altro da fare, bensì perché ormai la discussione rappresenta sempre più un orpello, il ragionamento pacato e basato sui fatti un lusso che non ci si può più permettere. Siamo in pieno nella società dello slogan, del like, della battuta a effetto. Guy Debord scriverebbe un altro capolavoro, se fosse ancora in vita. E, soprattutto, viviamo nel tempo delle contrapposizioni inconciliabili. Paradossale, stante il formale clima di tregua armata che la concordia nazionale di governo avrebbe dovuto far calare sul Paese come una cappa rassicurante. Invece, è solo falsa e opprimente. E l’informazione, purtroppo, sta offrendo il peggio di sé.

Il cane da guardia del potere, di fatto, si limita a portare le ciabatte al padrone e scodinzolare, in attesa della ciotola. L’altro giorno SkyTg24 ha mandato in onda un servizio da un reparto di terapia intensiva, dal quale giungeva l’appello alla vaccinazione di un uomo sotto il casco a ossigeno, incalzato dall'interlocutore mediatico (scusate ma chiamarlo giornalista mi risulta impossibile) nel ripetere quante volte si sarebbe fatto inoculare il siero, se potesse tornare indietro: insomma, siamo alle soglie della circonvenzione di incapace. Un po’ come piegare a spot in favore dell’aborto l’intervista a un partoriente, mentre è piegata dai dolori del travaglio. Io capisco la corsa a ingraziarsi il Governo e le sue misure emergenziali, soprattutto ora che il castello del Paese esempio per il mondo sta franando insieme alla retorica vaccinale che ci salverà anche dall’armageddon, capisco la crociata pro-vaccini e la caccia alle streghe contro l’iconoclasta che ancora si permette il lusso di fare domande, però occorrerebbe darsi un limite. Tanto, tranquilli, la strada è ancora lunga. Israele ha appena annunciato la quarta dose per gli over 60, la quale verrà poi certamente estesa a tutti. Poi, la quinta. La sesta. Lo stesso professor Bassetti, uno dei tre tenori del virus, ha dichiarato che un richiamino annuale o addirittura semestrale non va escluso a priori: insomma, stante l’endemia e la necessità di convivere con il Covid, prepariamoci a trattarlo come l’influenza stagionale. O la cefalea. O l’hangover da sbronza della domenica mattina. A breve, poi, arriverà la pillola. Quindi, tre dosi certificate (green così anche Greta è contenta), più pillola, più tampone. Il tutto per poter andare allo stadio o al cinema. Per ora. Perché a occhio non ci si fermerà qui.

Capite perché l’inserto Economia del Corriere della Sera incorona il CeO di Pfizer personaggio dell’anno? Perché quando la stampa sposa in pieno le strategie della politica, è davvero difficile abbattere il muro. Prendete il balzo dei contagi di queste ore, praticamente il clima è quello da panico della seconda ondata. Nessuno però che ponga in relazione questa dinamica con le vergognose file fuori dalle farmacie di mezza Italia per il tampone. Se fai più screening, facilmente trovi più contagiati. Magari, al 98% asintomatici. E vaccinati con doppia dose. Ma destinati a diventare carne da emergenza. E a nessuno viene da chiedersi come mai il Governo, dieci giorni prima della cabina di regia di ieri, ha scientemente fatto passare attraverso la stampa compiacente la velina rispetto all’obbligo di tampone anche per immunizzati, in caso di frequentazione di determinati luoghi di aggregazione più a rischio? Forse per far aumentare i tamponi, com’era ovvio, visto l’approssimarsi dei dieci giorni di socialità invernale per eccellenza. Si chiama corto circuito auto-alimentante, a livello di percezione una strategia tanto semplice quanto efficace. Un loop da cui non si esce. Si può solo entrare. In farmacia. Nel frattempo, il Paese precipita.

Volete un esempio? Questa è la prima pagina de Il Giornale di ieri. Vi invito ad andare a cercare su Internet quelle dei dieci, quindici giorni precedenti. Addirittura un mese. A livello di apologia del Paese e dell’esecutivo, in confronto l’Economist ci era ostile. Di colpo, ieri il catenaccio in grassetto del titolo di apertura sottolinea le tante questioni irrisolte. E non robetta da poco: virus, bollette e crisi aziendali. Come mai questo voltafaccia? Semplice, nonno Draghi ha detto chiaro e tondo che potrebbe andare al Quirinale e che, comunque, il Governo può andare avanti anche senza di lui. Gettando tutti nel panico e i calcoli di interesse politico particolare nel cesso, tanto per usare un francesismo. Alla faccia del bene comune.


E ho citato Il Giornale non perché ce l’abbia con qualcuno in particolare in via Negri, semplicemente perché ha avuto l’onestà (forse dettata dalla disperazione dell’editore) di ammettere come le notizie possano essere piegate alle convenienze del momento. Il giorno prima, siamo la Svizzera 2.0. Basta una conferenza del Premier fuori linea e, di colpo, l’ombra del Venezuela si staglia sulla nazione. Così non si può andare avanti, né ragionare. Così si può solo accelerare la corsa al massacro, di fatto l’epilogo che ci attende una volta chiusa la questione Quirinale. Per più di una ragione, in primis il fatto che la fine dello stato di emergenza coinciderà con la chiusura della nostra assicurazione sulla vita, ovvero il Pepp della Bce. Casualmente, Mario Draghi nel frattempo potrebbe aver traslocato. Al Colle più alto. O, addirittura, fuori dalla politica attiva a livello nazionale. Pronto a fare solo il nonno. O qualcosa di più impegnativo in Europa. Questo grafico mostra l’aggiornamento a tutto il terzo trimestre di quest’anno delle detenzioni di debito sovrano di alcuni Paesi europei da parte della Bce: la linea rossa rappresenta l’Italia.


Ora, al netto del placebo da App e reinvestimenti titoli di cui vi ho parlato più volte nei giorni scorsi, provate a immaginarvi cosa voglia dire passare da un regime di sostegno esiziale simile a un minimo sindacale di front-loading. Significa spread a 400 in una settimana. Magari in piena bagarre politica da addio di Mario Draghi a palazzo Chigi, crisi di governo e ipotesi di elezioni anticipate che torna prepotentemente sul tavolo con il suo carico di destabilizzazione del Paese. Il tutto in pieno disvelamento del nulla in cui il Pnrr si sostanzierà, fra bandi inesistenti e ritardi cronici degli Enti locali che vedranno parte dei fondi Ue già stanziati tornare al mittente. Pensate davvero che dopo i 25 miliardi di agosto (garantiti da Draghi con la sua parola d’onore e il suo standing, come dicono quelli che sanno stare al mondo), questo Paese vedrà altro da Bruxelles, senza un crono-programma degno di Fantozzi nella clinica del dottor Birkermeyer per quanto riguarda la dieta dello stock di debito pubblico? Illusi.

Sapete dove ho trovato quel grafico nella sua versione aggiornata? Sul profilo Twitter di Robin Brooks. E sapete chi è? Il capo economista dell’IIF, la Banca centrale delle Banche centrali. E sapete accompagnato da quale commento? ECB hawks should stop banging on about inflation. It won’t get them anywhere. But they should push back hard on QE, which perpetuates a status quo without critical structural reforms on the periphery and – to northern European voters – fells like Euro bonds through the back door. Tradotto, i falchi della Bce devono smettere di preoccuparsi dell’inflazione, battaglia che non li porterà da nessuna parte. Dovrebbero invece concentrarsi pesantemente sul QE, il quale sta perpetuando uno status quo senza critiche riforme strutturali per la periferia dell’Eurozona che appare sempre più – agli elettori del Nord Europa – come un Euro Bond che passi dalla porta sul retro. Unite a questo il nulla di fatto gelido ottenuto da Mario Draghi nel suo incontro con Olaf Scholz sulla riforma del Patto di stabilità, la presa di distanza netta di Emmanuel Macron dalle misure italiane di controllo ai confini e l’arrivo alla Bundesbank di un falco come Joachim Nagel e il quadro, almeno a mio avviso, pare molto nitido.

Certo, occorre diradare un po’ di cortina fumogena che stanno spargendo a piene mani in questi giorni. Ma non ci vuole nemmeno molto, il grado di disperazione incipiente è tale da aver obbligato alla messa in campo degli artifici anche più scontati. E scadenti. Quando non il ricorso alla più estrema delle armi di dissimulazione: addirittura dire la verità. Come ha fatto ieri Il Giornale in prima pagina.

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