L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 dicembre 2021

Trattamenti inumani e degradanti che Assange subirebbe una volta negli Stati Uniti, quindi morte certa. La democrazia occidentale puah, diritti umani in Occidente doppio puah

IL COMMENTO11.12.2021

L'unica sentenza giusta è la liberazione di Julian Assange

Il Regno Unito ha stabilito che il fondatore di Wikileaks potrà essere estradato negli Stati Uniti, proprio mentre làsi tiene il summit delle democrazie e si esaltano la libertà di stampa e i diritti umani: un autentico paradosso

FILE PHOTO: A supporter of WikiLeaks founder Julian Assange posts a sign on the Woolwich Crown Court fence, ahead of a hearing to decide whether Assange should be extradited to the United States, in London, Britain February 25, 2020. REUTERS/Henry Nicholls/File Photo/File PhotoHENRY NICHOLLS

L’Alta Corte del Regno Unito ha stabilito che Julian Assange potrà essere estradato negli Stati Uniti. Il fondatore di Wikileaks, accusato di cospirazione e spionaggio per aver ottenuto e divulgato documenti secretati sulle attività militari statunitensi in Afghanistan e Iraq, rischia fino a 175 anni di carcere oltreoceano ma finora la giustizia britannica si era espressa contro la sua estradizione a causa della sua precaria salute mentale e del rischio di trattamenti inumani e degradanti che potrebbe subire una volta negli Stati Uniti.

La nuova sentenza che ribalta il quadro arriva proprio nella giornata mondiale dei diritti umani e sullo sfondo del summit delle democrazie organizzato in questi giorni dal presidente americano Joe Biden. Un paradosso che è anche inconsapevolmente un campanello d’allarme su come ci sia ancora molta strada da fare sotto questo punto di vista. L’incriminazione di Assange e, ora, la possibilità che venga consegnato nelle mani di quello stato americano che da 11 anni gli stringe le mani al collo con la collaborazione dei suoi alleati, è una delle ombre più lunghe sullo stato odierno della democrazia occidentale. In ballo ci sono molte, troppe cose, come la libertà di stampa, la dignità della persona, il diritto alla salute come priorità a cui poi segue tutto il resto.

Fior fior di perizie hanno evidenziato come anno dopo anno le condizioni di salute di Julian Assange siano andate deteriorandosi. Un quadro che in uno stato all’avanguardia avrebbe dovuto portare alla sua scarcerazione nella migliore delle ipotesi, agli arresti domiciliari nel peggiore. E che invece potrebbe presto risolversi con la sua consegna nelle mani nel suo accusatore, dove le cose non potranno che peggiorare. Assange in tutto ciò non è nemmeno un condannato, ma una persona in attesa di giudizio trattato da anni come il peggiore dei criminali.

Gli Stati Uniti hanno rassicurato i giudici che il fondatore di Wikileaks verrebbe trattato bene una volta nel paese, affermando anche che in caso di condanna sarà trasferito in un carcere della sua Australia. Ma per arrivare all’eventuale condanna ci potrebbero volere anni, duranti i quali Assange resterebbe rinchiuso nelle galere statunitensi da nemico per eccellenza degli Stati Uniti. Abbiamo già visto in passato come vengono trattati questi profili oltreoceano: il caso di Guantanamo, dove si trovano reclusi terroristi e loro collaboratori, è probabilmente il più grande buco nelle democrazia americana, un coacervo di pratiche disumane, torture, violenze fisiche e psicologiche che ricordano più il concetto della pena corporale in vigore fino all’Ottocento che non la sua evoluzione rieducativa dei due secoli successivi.

L’incolumità di Assange nelle mani dello stato americano è a rischio e non si tratta di cospirazionismo, bensì di una lezione imparata da tante altre storie simili precedenti. Lo dice anche la Convenzione contro la tortura del 1984, l’estradizione di una persona verso un altro Stato è vietata qualora vi siano serie ragioni per ritenere che in tale Stato essa rischi di essere sottoposta a tortura. Le rassicurazioni di facciata degli Stati Uniti, che negli anni scorsi non si sono fatti problemi a organizzare piani di rapimento e uccisione di Assange come emerso dalle testimonianze di alcuni funzionari governativi, servono a poco. Il precario stato di salute mentale del giornalista australiano non fa che rendere la situazione ancora più drammatica.

Ma al di là dell’estradizione e della sentenza britannica di queste ore, in questa storia continua a permanere un grande problema, che è quello della libertà di stampa. Assange è un giornalista, da giornalista ha avuto accesso a delle fonti inedite che aprivano uno squarcio importante sul modello democratico americano nelle sue operazioni belliche e, sempre da giornalista, le ha pubblicate. È l’essenza di questo lavoro e in effetti la sua incriminazione non ha nulla a che vedere con la veridicità del materiale, quanto con il semplice fatto di averlo pubblicato. È un’enorme opera di censura quella che si vorrebbe mettere in atto contro Assange, un messaggio a tutti noi a voltare lo sguardo dall’altra parte quando mai dovessimo venire in possesso di documenti delicati e compromettenti. Un grande disegno di deterrenza contro il giornalismo, proprio mentre il presidente Joe Biden apriva il summit delle democrazie dicendo che è prioritario “difendere la libertà dei media e i diritti umani”.

Il modo migliore per farlo sarebbe quello di annullare le accuse contro Julian Assange, colpevole solo di aver fatto il suo lavoro. E di salvaguardare la sua salute sempre più precaria, il minimo sindacale per ogni democrazia degna di questo nome.

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