L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 dicembre 2021

Uccidere la scuola si può

Euro, mercati… e conformismo
di Elisabetta Frezza
17 dicembre 2021

Testo integrale dell’intervento a Lo Stato delle cose. Euro, mercati, democrazia, Conferenza internazionale organizzata da a/simmetrie, Associazione italiana per lo studio delle asimmetrie economiche, Centro Congressi Serena Majestic, Montesilvano (Pescara), 17 ottobre 2021


Il conformismo (tema delle riflessioni dell’anno passato) è uno degli antecedenti più rilevanti dell’attuale stato delle cose. Ovvero, l’attuale stato delle cose dipende per molta parte dalla estensione dell’habitus conformista, penetrato fin dentro il nostro DNA – e non soltanto in senso figurato.

Un anno fa, da questa stessa postazione, parlavo di scuola, che è sempre una formidabile lente di ingrandimento dei fenomeni che investono la società. Un luogo, e un tema che, per motivi di famiglia, mi trovo a esplorare da anni; da anni toccando con mano i tanti e ingravescenti segni esteriori di una degenerazione che, per la sua sistematicità e implacabilità, non può che essere il frutto di una ponderata regia, al servizio della quale si è schierato un imponente esercito di esecutori, più o meno consapevoli.

Di questo processo stiamo ora vedendo l’epilogo. Un epilogo degno del teatro dell’assurdo e infatti, giunti al punto in cui siamo giunti, dovrebbe essere proprio l’assurdo la chiave ideale per leggere infallibilmente la realtà delle cose.

C’è dunque del metodo nella follia lucida e ostinata che da tempo ispira lo stravolgimento, più ancora che di un modello di istruzione – che pure ci apparteneva, ed era un modello di riconosciuto valore – del senso stesso dell’istruzione. Il ganglio più vitale, più delicato, più prezioso di ogni società organizzata, perché riguarda il suo futuro.

Clive Staples Lewis, quello del regno di Narnia e del leone Aslan, ha dipinto con chiarezza preveggente la differenza tra “vecchia e nuova educazione”. Era il 1943 quando scriveva:

«dove la vecchia iniziava (i giovani neofiti al comune mistero dell’umanità), la nuova si limiterà a condizionare. La vecchia trattava gli allievi come gli uccelli adulti trattano gli uccellini cui insegnano a volare; la nuova li tratta come un allevatore di polli tratta i pulcini: facendoli o così o così per scopi dei quali i pulcini non sanno nulla. In una parola, la vecchia era un genere di propagazione: gli uomini trasmettevano la propria umanità ad altri uomini; la nuova è pura e semplice propaganda».

Non è un caso che, oggi, tutte le professioni che più investono l’umano nella sua complessità, e nelle sue viscere, stiano subendo una rapida quanto inquietante metamorfosi: l’insegnante, il medico, il giudice, il prete, non devono più essere formati per accostarsi, da uomini, all’uomo: devono essere programmati per applicare protocolli. Il lealismo di stretta osservanza è l’unico titolo buono per fare carriera.

Il disastro attuale della scuola è il frutto di una demolizione controllata. Il progetto è datato. Lo hanno camuffato da progresso pedagogico (in particolare sottoforma di futurismo tecnologico), lo hanno alimentato cavalcando il mito dell’aggiornamento e dell’esterofilia, in Italia sempre tanto seducente. Fino a smantellare la scuola pubblica dell’integrale formazione umana, eredità gentiliana, e sostituirla con una ridda di azienducole, in competizione tra loro, per l’erogazione di servizi assistenziali.

Quindi: le competenze al posto delle conoscenze; il lavoro esecutivo al posto della teoresi; il particulare e l’effimero al posto dei fondamentali e della ricerca dell’universale. E, sopra tutto, la stella polare dell’utile – che non è certo l’utile dell’allievo, ma quello di qualcun altro.

Ora, per ricostruire la parabola della scuola nostrana bisogna risalire su su per i rami tortuosi di un sistema malato cronico di riformite, impregnato fino al midollo di ideologia, votato senza reticenze ad assicurare all’avvenire masse di incolti, uguali, imbelli e obbedienti; quantunque muniti di diplomi scintillanti. “Senza reticenze”, appunto, perché viene detto a chiare lettere dai tecno-apparati che controllano, dispongono e legiferano dietro i governi e al di sopra dei parlamenti (tecno-apparati che non sono entità fantasma evocate dal mondo dei complotti, ma hanno una consistenza e una ragione sociale, si chiamano TreeLLLe, Fondazione Agnelli, OCSE PISA, INVALSI, eccetera eccetera); essi dicono testualmente che il traguardo designato è quello della “globalizzazione” e della “standardizzazione” dei programmi e, di conseguenza, dei prodotti della filiera scolastica (prodotti, si intende, sotto specie umana); si punta cioè alla bonifica dei cervelli, alla loro “formattazione” – per dirla nell’esperanto informatico.

La scuola ha un ruolo chiave nel processo di destrutturazione e riprogrammazione dell’essere umano, semplicemente perché è da lì che transitano tutti, e che quindi tutti si possono plasmare. Dalla zolla del demiurgo deve uscire un nuovo Adamo: è l’uomo massa, suddito perfetto, robot antropomorfo. Mâza in greco significa impasto, qualcosa che per definizione si manipola e si modella.

Dunque il fine giustifica i mezzi, e al contempo li illumina. Ed è così, allora, che si spiega il senso della progressiva messa in campo di tutta una serie, infinita, di assurdità pedagogico-burocratiche e di stravaganze didattiche, in apparenza eterogenee, disarticolate, incomprensibili nella loro disarmante idiozia. Nessuna di esse, in realtà, è priva di un suo perché.

Nel mai interrotto processo legislativo che affonda le sue radici negli ultimi decenni del secolo scorso, alcune battute più recenti sono state risolutive, e meritano di essere ricapitolate, almeno per cenni.

Il 2015 segna uno snodo fondamentale. Con l’epifania della “buona scuola” di Renzi, della Giannini e della Fedeli, è stato sferrato il colpo di grazia a un sistema già tarlato in tutte le sue membra dallo stillicidio di riforme riformine e riformette precedenti; a smontare pezzo per pezzo questa legge, ci si accorge di avere a che fare, al di là della rara bruttezza del suo testo – monumento al degrado estetico che ha investito il mondo scolastico – con un sofisticato marchingegno a incastro, apparecchiato per assorbire in modo continuato e automatico (cioè tagliando fuori il legislatore), gli sproloqui via via partoriti dalle variopinte conventicole acquattate nelle burocrazie europee. La legge 107, insomma, è una chimera confezionata in laboratorio per portare a compimento il piano di colonizzazione culturale gioiosamente autoinflitta che, spazzati via un sapere, una bellezza e un ethos millenari, predispone il vuoto pneumatico in cui possa attecchire ogni ideologia. E ogni bestialità.

Altro passaggio significativo, un po’ più prossimo a noi, è la legge 92 del 2019: una legge a orologeria programmata per entrare in vigore a scoppio ritardato (nel settembre 2020), guardacaso proprio in coincidenza con l’attacco del primo anno scolastico dell’era post pandemica.

Questa legge introduce una supermateria obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado, a partire dall’asilo, che si presenta sotto l’etichetta rassicurante di “nuova educazione civica”. Tanto rassicurante quanto tendenziosa, perché sfrutta l’omonimia con una vecchia disciplina, più o meno a tutti familiare, che, ancillare alla storia, era deputata a fornire all’alunno (delle sole scuole secondarie) i rudimenti del diritto costituzionale, specie con riferimento alla parte seconda della Carta (ordinamento della Repubblica).

Bene. La nuova educazione civica è tutt’altra cosa. Metodologicamente, si comporta come un asso pigliatutto, perché entra trasversalmente in ogni altra materia del curricolo, contaminandola. Dal punto di vista del contenuto, non è altro che il pacchetto dei dogmi raccolti nel nuovo evangelo universale, l’Agenda ONU 2030; i libri di testo, infatti, sono intitolati proprio così.

La teologia globalista, che ruota attorno alla formuletta dello “sviluppo sostenibile”, si presenta al mondo in veste ecologista (di quell’ecologismo contro l’uomo declamato dalla fanciulla scandinava, per il quale l’uomo è il parassita dell’ecosistema), e ancora in veste egualitaria, pacifista, scientista, genderista, omosessualista, pansessualista, ed è stata poi integrata in corsa con tutto il pacchetto sanitario, soprattutto vaccinista.

Insomma, la nuova educazione civica, pseudonimo di Agenda ONU 2030, è il grande carro dentro cui vengono trasportate le ideologie in voga, per addomesticare fin dalla culla il cosiddetto “cittadino globale”. Che è un’altra etichetta truffaldina, un nonsenso coniato nella zecca delle parole magiche a fini di ipnosi collettiva: il cittadino (che è l’abitatore e il difensore della sua polis), nella cosmopoli globale (che è un non-luogo a lui alieno) si tramuta e dissolve nell’a-polide: il cittadino globale è semplicemente un non-cittadino, individuo senza patria e senza identità. Proprio come lo vogliono le élite.

Un altro dei mille trucchi del grande illusionista, che gioca con i lemmi, crea le formule e con le formule crea le idee che poi diventa obbligatorio pensare e spendere in società.

A margine, conviene ricordare che, pressoché contemporaneamente al varo di questa nuova materia scolastica, il Vaticano, per non sfigurare, si è inventato la trovata che va sotto il nome di Global Compact on Education, nel nuovo latino ecclesiastico. Sta per «patto educativo globale per costruire il futuro del pianeta»: non è altro che il medesimo decalogo mondialista contenuto nella Agenda ONU 2030 – già somministrato ai fedeli, a puntate, nella collana di encicliche bergogliane – qui declinato in versione pedagogica, per i più giovani aspiranti apolidi e analfabeti. Cittadini globali, appunto.

Questa iniziativa ecclesiastica non è altro che un’ulteriore conferma del fatto che siamo di fronte al varo di una nuova religione, una religione sincretista che azzera e sostituisce le precedenti. Una caricatura che, come ogni caricatura che si rispetti, scimmiotta il modello, ed è quindi corredata delle sue formule, dei suoi riti, dei suoi sacramenti (a partire dal battesimo) e dei suoi ministri del culto. Un credo integralista che non tollera apostasia, né eresie, e consacra il nuovo ordine biotico basato sulla distruzione della dignità umana, fatto di biosicurezza, di estremismo terapeutico, di libertà negate.

Il virus, in fondo, è servito a realizzare un grande, religioso, riallineamento di poteri sotto la medesima insegna: la chiesa, la politica, i partiti, i sindacati, i media, la sanità, l’accademia, muovono tutti all’unisono una formidabile macchina da guerra pronta a schiacciare chi non si presti a saltare a bordo.

Tutte queste istituzioni si sentono in dovere di accompagnare l’azione con una pubblica professione di fede.

Ha un che di grottesco la genuflessione del capo della conferenza dei rettori universitari: «L’università è al fianco del governo». Che vuol dire che il tempio della ricerca, della speculazione, del libero pensiero, per bocca di chi lo rappresenta abdica allo spirito con cui è nato e del quale peraltro porta il nome a imperitura memoria. Dicevamo di teatro dell’assurdo.

Ma torniamo alla nostra tabella di marcia. Nel 2020, con l’avvento della emergenza sanitaria, l’UNESCO (braccio operativo dell’ONU per l’educazione, la scienza e la cultura) annuncia l’avvio dell’«esperimento di più vasta scala nella storia dell’istruzione». Proprio così. Del resto, siamo nell’era degli esperimenti di massa. E la scuola è un magnifico banco di prova.

La cavia è l’alunno, ridotto a materiale di laboratorio, a terminale, isolato dai coetanei e dal resto del mondo. Reso ostaggio del dispositivo che gli è fornito in dotazione, pensato per essere una protesi permanente destinata a prendere il sopravvento su di lui, prima profilandolo e, poi, telepilotandolo.

Bene. Diciamo subito che l’esperimento è riuscito: l’esito (il parziale) ce lo abbiamo. Ce lo forniscono i dati rilanciati senza vergogna dagli stessi giornaletti mainstream, come se fosse un fenomeno imprevisto e insieme ineluttabile. Titolano: «I ragazzi come reduci di guerra». I primi a dare l’allarme sono stati i neuropsichiatri del Bambin Gesù, poi l’equipe del Gaslini, l’istituto neurologico Mondino di Pavia e tutti gli altri. È un coro. L’80 per cento degli adolescenti manifesta sintomi riconducibili a un disturbo post traumatico da stress. Proprio come i reduci del Vietnam. Reparti di neuropsichiatria intasati. Impennata di suicidi, tentati e consumati. Negli USA si parla di un tasso di suicidi infantili cresciuto del mille per cento nell’ultimo biennio. Solo a Milano, tre suicidi di adolescenti il primo giorno di scuola. Una strage.

Non sono altro che gli effetti, previsti e voluti – ovvero tecnicamente dolosi – del cocktail tossico preparato nel laboratorio di ingegneria sociale allestito in tempo di pandemia.

Lo stesso laboratorio che, dopo aver esasperata, sfiancata, massacrata una generazione intera rapinandole la vita e ogni libertà, nella fase due la blandisce sventolandole davanti al naso il maltolto (una parodia del maltolto), per consumare il ricatto finale: ti restituisco qualche brandello di vita, a condizione che tu offra sacrifici graditi al Comitato di Salute Pubblica in onore al moloch della scienza (quella controfigura della scienza che, proprio come l’Università che ne dovrebbe essere incubatore e fucina, è sempre “al fianco del governo”). Insomma, ti allungo un po’ il guinzaglio, ma solo se rinnovi periodicamente il marchio di stato e porti sempre appresso il talismano: la tessera del partito unico del tempo (che è un tempo indefinito) di emergenza sanitaria.

Non è però un certificato di buona salute e di non contagiosità, no. Attesta semplicemente che sei un bravo cittadino: obbediente, civicamente educato secondo l’agenda, pronto ad assecondare l’estro della cosiddetta autorità, qualsiasi cosa questa esiga. Uno disposto a vivere (vivacchiare) sotto controllo permanente, capace di autodisciplinarsi a suon di crediti o debiti sociali fino ad acquisire un automatismo pavloviano. Fino a diventare un automa.

È proprio l’allenamento strisciante alla sottomissione acritica il compito principale che si è intestata la scuola, e lo ha perseguito pian piano attraverso molteplici strumenti in apparenza innocui, o persino edificanti (pensiamo al diluvio di pseudoeducazioni che imperversano in orario curricolare, peraltro distraendo tanto tempo ed energie agli insegnamenti fondamentali): strumenti pensati per omologare, dissolvendole nel gruppo (una nuova entità ipostatizzata), le differenze di pensiero e di temperamento; per appiattire i talenti, spegnere la creatività, azzerare le complessità, deprimere il ragionamento, bandire ogni dissenso.

L’irenismo coatto, chiamato anche resilienza, serve a esonerare dalla speculazione, dal confronto dialettico, e a spegnere a priori la capacità di sostenere un conflitto e quindi l’attitudine al combattimento.

Nell’ultimo anno e mezzo questo allenamento si è intensificato in modo parossistico. Sono stati introdotti esercizi estremi: pensiamo ai rituali grotteschi che gli scolari sono costretti a inscenare, come tante scimmiette ammaestrate.

C’è pure il premio finale per la ligia esecuzione degli esercizi, perché la loro valutazione finisce nel voto in condotta e in educazione civica. E per favorire il buon rendimento del gruppo vale anche il mutuo soccorso esercitato a mezzo delazione, promossa a nuova virtù civica. Il sicofante, che abbiamo conosciuto come il prototipo del personaggio spregevole nella letteratura classica, nella nuova catechesi scolastica si è trasformato in un modello.

A contorno di tutto questo, per disumanizzare anche iconicamente la scuola, e con la scuola la vita, sono stati cancellati i volti, e con loro le espressioni; sono stati inibiti il contatto, il respiro, il sorriso e l’abbraccio. Per interiorizzare meglio la propria parte in commedia, la parte dello schiavo, o del robot.

È evidente come questi esercizi di obbedienza cieca, ritmati e ripetuti, finiscano per cementare demenziali automatismi, per inculcare ipocondria, diffidenza verso i propri simili, per indurre all’autoisolamento. Intimo condizionamento potenziato dalla privazione protratta di tutti gli spazi naturali, i tempi naturali, le modalità naturali legati indissolubilmente ai bisogni vitali di individui in crescita.

Ebbene, il deserto sensoriale e l’annientamento psicofisico sono stati il presupposto ideale per completare il piano di sottomissione di una generazione intera. La cattività protratta, con tutta la sofferenza che da essa è scaturita – per tutti i giovani, di tutte le fasce di età – è stata il trampolino di lancio per la soluzione finale. Quella che, attraverso i noti raggiri comunicativi, ha indotto i nostri ragazzi ad assumere di slancio il ruolo di cavie inconsapevoli in una surreale quanto agghiacciante transumanza.

Messi in carcere per un anno e mezzo-due, sono diventati delle molle, hanno perso la capacità di guardare alla propria vita in prospettiva e, pur di riconquistarne una fettina – un pallido simulacro, per giunta a scadenza – sono pronti a tutto.

Le istituzioni, dal canto loro, erano già pronte a passare all’incasso, estorcendo la firma del pactum sceleris: sfruttano la naturale sete di vivere dei più giovani, li sacrificano (perché questo sta accadendo) nel nome di un presunto interesse della collettività, così che nel pacchetto viene inclusa anche una medaglia morale – che sia una patacca, non importa a nessuno. Si tratta di un negozio in frode alla legge, che fa mercimonio di un oggetto sacro, sfrutta la condizione di minorata difesa del contraente debole, manca dell’elemento essenziale della volontà, che non è né libera né informata, ma coartata con inaudita violenza.

La preminenza della salute collettiva è il totem con sembianze mostruose eretto sulle ceneri di una civiltà che aveva fatto della difesa dell’infanzia e delle nuove generazioni, e più in generale della dignità di qualunque essere umano, la sua bandiera.

D’altra parte, il progressismo scientista e positivista, percorso dal sacro fuoco ecologista, è quello disposto sì a riconoscere la dignità morale della zanzara, ma che non si fa alcuno scrupolo a profanare con disinvoltura la dignità umana, pure ostentata da decenni, evidentemente ad pompam, in tutte le carte, interne e sovranazionali, dei diritti.

E ridurre un qualunque essere umano a oggetto di manipolazione o di sperimentazione, travalicando la sua volontà, vuol dire semplicemente reificarlo.

Così lo Stato si appropria manu militari dei suoi sudditi in erba. L’arma vincente, per evitare disertori, è la minaccia della morte civile e dell’esclusione dal gruppo dei pari. Si sa bene quanto la pressione del gruppo abbia il potere di conformare, fino a intimamente persuadere, soprattutto chi, come un adolescente, fisiologicamente ha bisogno del gruppo per via via identificare se stesso, e per sbalzare fuori così, dal gruppo, la propria personalità.

È chiaro poi che tutta questa operazione incide in modo diverso sulle diverse fasce di età.

I piccoli, che sono nati dentro questo film, saranno irrimediabilmente condizionati dalla sceneggiatura, in modo diretto o indiretto (attraverso la frequentazione di coetanei resettati).

Del resto, da tempo ormai i bambini sono considerati cyborg e come tali scrutati nel loro contegno a scuola in applicazione dei criteri contenuti in un surreale libretto di istruzioni: in sostanza bisogna dire se funzionano o non funzionano, come fossero delle macchinette. Il fatto che la prima fase della valutazione si chiami “diagnostica e orientativa”, già la dice lunga.

Sulle “griglie” di valutazione si apre un mondo che meriterebbe una riflessione a sé. Basti dire qui che nella scuola primaria raggiungere il livello “avanzato” (quello che era una volta il voto più alto) significa innanzitutto, come primo requisito assolto, che: «l’alunno ha interiorizzato il valore di norme e regole»; oppure ancora che, per la valutazione dei bambini dell’asilo (3/5 anni) in educazione civica, si devono considerare le competenze raggiunte sulla raccolta differenziata, sul rispetto delle regole sanitarie, sulla conoscenza delle parti del pc e della loro funzionalità, e sulla conoscenza degli emoticon. Non è uno scherzo.

Per i più grandi, quelli che conservano negli occhi e nel cuore la nostalgia più o meno nitida del passato, tutto dipende dall’indole di ciascuno e della capacità di elaborare la pressione continua di regole e di intimidazioni. Impresa titanica per ognuno di loro, che implica una vera e propria battaglia in primo luogo interiore e poi verso l’esterno: una battaglia che vede confliggere da un lato una normale e sana propensione alla spontaneità dei comportamenti, dall’altro il rispetto richiesto a imposizioni disumanizzanti, spesso inasprite dal rigore gratuito del funzionario di turno inebriato dalla sua fettina di potere. Una battaglia innaturale, alla quale li si costringe con un cinismo mai sperimentato prima, ponendoli oltretutto forzatamente gli uni contro gli altri e gravandoli di una responsabilità che non appartiene loro.

Sappiamo bene che molti insegnanti, i primissimi giorni di scuola, hanno ritenuto una priorità separare subito i buoni dai cattivi in base ai nuovi parametri sociali, chiedendo brutalmente per alzata di mano, oppure in modo obliquo col ricorso a qualche ridicolo espediente, chi fosse vaccinato e chi no. Vero è che costoro sono stati in qualche modo legittimati, in questa caccia all’untore, da alcune improvvide esternazioni del ministero, che hanno rappresentato una vera e propria istigazione alla pratica della discriminazione e alla violazione della riservatezza.

Basti pensare alla direttiva sulle mascherine in aula (Bianchi ha detto: «dove ci sono classi di completamente vaccinati si può tornare a sorridere insieme», che tradotto significa: la mascherina è un supplizio che vi abbiamo inflitto, ma ora vi elargiamo l’antidoto e chi non lo accetta sarà ritenuto responsabile del perpetuarsi del supplizio altrui); oppure al regime del rientro a scuola in caso di quarantena, che prevede modalità e termini diversificati a seconda che lo studente sia o no vaccinato. Al riparo di queste levate d’ingegno ministeriali, insegnanti zeloti si sono sentiti autorizzati, e anzi sollecitati, a stanare subito i reprobi, identificarli coram populo ed esporli al pubblico ludibrio, a dispetto delle ragioni di una scelta che può avere mille ragioni e tutte parimenti legittime.

Dopo il danno, che è evidentemente irreversibile, c’è stata anche la beffa: il 29 settembre è intervenuta una circolare a proclamare l’illegittimità di iniziative «finalizzate alla acquisizione di informazioni sullo stato vaccinale, al fine di “prevenire” eventuali effetti discriminatori...». Quando ormai la conta delle due squadre – delle brave persone e dei subumani – era fatta, irrimediabilmente. Dalla discriminazione alla persecuzione, poi, si sa, il passo è breve.

È evidente come lo stress di chi non si presti all’osservanza cadaverica delle regole di questo allucinato e isterico gioco di società diventi tanto più sopportabile in quanto uno si senta meno solo. Spesso basta poco, basta un amico, basta un insegnante, per convertire lo stress in orgoglio di pensare e agire in autonomia. Al di fuori della imbecillità di gregge.

In questo sforzo, la parte più dura ce l’hanno i liceali, i cosiddetti teenager (14/19 anni). Ancora nel recinto delle classi e dentro le maglie di un sistema scolastico che troppo spesso pratica l’apartheid con sussiego moralista e con malcelato sadismo, sono privi di quella emancipazione e relativa libertà di movimento che l’esperienza universitaria concede.

A proposito di Università. Qui abbiamo assistito a una specie di miracolo. È uscito allo scoperto un pezzo di gioventù, rimasta stupendamente impermeabile alle frottole imposte in anni di martellamento ideologico, indenne al conformismo mortificante e mostrificante. Il merito va probabilmente anche a quei maestri ancora qua e là presenti nella nostra scuola, e che appartengono a una specie eroica in via di estinzione.

È come se fosse stata accesa una miccia: è divampato il fuoco della dissidenza, che si è propagato quasi fosse già pronto il materiale infiammabile; e ha fatto emergere un fronte altro, fiero, non asservito, che si è posto espressamente come “contro” certe aberrazioni, senza paura di esprimersi con l’intransigenza necessaria quando la posta in gioco è così alta. Rivendicano l’habeas corpus e habeas mentem, clamorosamente calpestati nel tempo di tutte le libertà.

È come se la fuffa e le menzogne fossero scivolati addosso a questi ragazzi e li avessero lasciati miracolosamente integri, lucidi, ardimentosi. Si tratta certo di una minoranza, ma è possibile che il nitore ideale che la muove risulti attraente e contagioso verso chi in prima battuta abbia obbedito un po’ per inerzia alle prescrizioni della sedicente autorità.

È possibile che in questa gioventù tradita si metta in moto qualcosa di quiescente, che può chiamarsi logica, ragione, orgoglio, e che l’onda anomala si autoalimenti, e un movimento finalmente spontaneo, finalmente ispirato, prenda la scena alle masse amorfe di giovanotti eterodiretti, svogliati e scioperanti, cui eravamo abituati fino a ieri. Quelli trainati a peso morto da improbabili figurine sintetiche pensate solo per funzionare da carta moschicida a beneficio dell’agenda.

È possibile persino che torni di moda l’atto di pensare; e la trasgressione, quella buona, nutrita di consapevolezza e intelligenza delle cose.

In ogni caso, abbiamo la prova che la gioventù non è solo quella spiaggiata sul divano di Netflix e stordita dal beverone precotto che le viene somministrato a scuola.

La cosa interessante che questi ragazzi hanno fatto impietosamente venire a galla, e di cui si sono accorti, è proprio la paradossale vacuità dei mantra che sono stati loro propinati lungo l’arco della loro intera carriera scolastica: l’inclusione, la lotta alla discriminazione, al bullismo e all’odio; e ancora i “per non dimenticare”, con tutto l’arsenale di giornate della memoria, conferenze, cerimonie, viaggi studio. Uno spiegamento immane di forze, che è servito per arrivare fino qui: a veder allestito dalla sera alla mattina un lager planetario dove un reticolato invisibile ma neanche tanto, a maglie sempre più strette, preclude spazi e beni pubblici ai non conformi, impedisce loro lo studio e il lavoro, fonti del sostentamento fisico e del nutrimento intellettuale.

Una riedizione a pieno titolo dell’universo concentrazionario, dove la potenza di fuoco, e l’estensione senza confini territoriali, della biotecnologia rende sempre più penetrante il controllo fisico e mentale.

È in atto una pulizia etnica su base psichica e sanitaria. Il bello è che la conducono, baldanzosi, quelli che della “tolleranza” hanno fatto il loro feticcio definitivo.

Questo fermento significa che non tutti, per grazia di Dio, hanno recepito la lezioncina sulla resilienza.

Un’altra delle parole d’ordine del nuovo civismo di maniera che fino a poco tempo fa indicava, dal latino resilio (salto indietro, rimbalzo), una proprietà dei materiali, ovvero la loro capacità di assorbire un urto senza rompersi. Ma poi, siccome suonava bene, è stata martellata ovunque a significare in senso traslato l’attitudine di un individuo, o di una comunità, di adattarsi a una condizione negativa o traumatica senza opporre resistenza. Un termine che permette a chi lo usa di darsi un tono di elevazione culturale a buon mercato esentandosi dall’onere del ragionamento, mentre gli fornisce la patente di bella persona e al passo con i tempi. Si sbaglierebbe a liquidarlo come mero fenomeno di folklore linguistico, perché in realtà ha una funzione più subdola, quella di convincere la gente che la virtù risiede nel saper sviluppare un indefinito spirito di adattamento, in modo che lo sforzo sia rivolto sempre e solo verso se stessi: non deve essere contemplata l’opzione di contrastare e superare un cambiamento, nemmeno quando questo si fondi su un sopruso. La resilienza, insomma, è null’altro che un peana allo status quo.

Poi c’è il paradosso della discriminazione.

Il galateo antidiscriminatorio che ci hanno ossessivamente impartito è quello, per intendersi, che prescrive di sostituire le desinenze con un asterisco, che non esita ad epurare lemmi di un lessico secolare, che persino vorrebbe impedire la trasmissione di capolavori del nostro patrimonio culturale (artistico e letterario) semplicemente perché, d’improvviso, certe cose normali e vere e belle devono essere percepite a forza come discriminatorie; è lo stesso galateo che impone di monitorare con occhiuto rigore gli atteggiamenti (attenzione: anche quelli interiori) pretesamente omofobici, transfobici e razzisti, montati come la panna da una informazione drogata e distorta.

Eppure l’armamentario già da tempo schierato ovunque sotto lo stendardo della non discriminazione fa clamorosamente cilecca davanti all’apartheid disinvoltamente praticato ai danni di quanti osino coltivare opinioni non allineate sui temi legati all’emergenza, o semplicemente si pongano qualche domanda di quelle proibite: a questi si può tranquillamente augurare di finire ridotti in poltiglia verde. Per esempio.

Ma perché?

Discriminazione e non discriminazione sono tra le formule più usate e abusate come grimaldello di lotta politica per inoculare nelle masse una prospettiva funzionale all’ideologia di turno. Invocare la discriminazione serve, in sostanza, a fondare una rivendicazione di egualitarismo forzato (cioè a rendere forzosamente uguali diversità oggettive, reali, insuperabili, ma soggettivamente percepite come svantaggiose) e quindi a promuovere, su questa base, un corrispondente intervento rieducativo sulla collettività. In questo senso allora diventa “discriminatoria” quella realtà che non garantisca al soggetto una soddisfazione adeguata alle proprie aspirazioni personali, sempre purché trovi sponda nei modelli inseguiti dalla propaganda.

Faccio un paio di esempi: 1) mio figlio dodicenne appassionato di motori pretende di guidare l’auto e si sente discriminato a non avere la patente; 2) la coppia monosessuale si sente discriminata per non essere in grado di avere un figlio e rivendica il diritto a possederlo. Nel primo caso la patente, e l’auto, al dodicenne non gliela darà nessuno, ovviamente, e per fortuna; nel secondo caso, grazie all’imponente mistificazione indotta per via mediatica, nel nome della non discriminazione, i pretendenti avranno modo di aggiudicarsi una creatura da compagnia, prodotta alla bisogna, così diventando genitori finti di incolpevoli esseri umani veri, cosificati per capriccio, arbitrio e prevaricazione altrui.

La proiezione giuridica di questa distorsione logica e semantica è la seguente: che non basta più che la legge faccia il suo mestiere, ovvero quello di assicurare parità di trattamento a parità di condizioni, come richiede l’enunciato costituzionale. No. Si pretende che la legge, con la sua forza performativa, cambi e distorca la natura stessa delle cose, scardinando il principio di realtà e rendendo forzosamente uguale ciò che uguale non è e mai potrà essere.

Il bello è che oggi siamo in presenza di una discriminazione conclamata, effettiva, in evidente conflitto col principio di cui all’art. 3 della Costituzione. Oggi la legge, con motivazioni fantasanitarie, subordina l’esercizio di diritti fondamentalissimi alla esibizione di un certificato che non certifica nulla, sicché mancano i presupposti di fatto che rendano ragionevole disciplinare in modo diverso situazioni conformi: eppure l’invocazione ossessivo-compulsiva della non-discriminazione, tace. Il giochino non funziona più. Prova provata che era un giochino taroccato.

Ancora. Il bullismo, figlio del venir meno del principio di autorità ed espressione di un disagio diffuso. È fenomeno reale e dilagante, viene cavalcato però in modo selettivo, e soprattutto in quanto colpisca categorie che devono essere considerate per definizione minoranze oppresse e perseguitate. E aspiranti a diventare specie protette.

In ogni caso, è curioso come gli innumerevoli corsi e progetti nelle scuole, letture e laboratori, per sensibilizzare al fenomeno, non siano serviti ad arginare la pratica disinibita del bullismo istituzionale, cioè quello praticato direttamente dalle istituzioni attraverso bassi espedienti intimidatori con cui si mira a instaurare un clima ostile verso una determinata categoria di alunni e di cittadini, da demonizzare per decreto.

Anche l’imperativo dell’inclusione si sgonfia, come per incanto, svelando il suo senso vero e recondito, che è quello di sacrificare l’istruzione al principio egualitario, in modo che si realizzi (sempre al riparo di una parola carina) l’agognato appiattimento cognitivo e culturale. Nel nome dell’inclusione, infatti, anziché favorirsi lo sforzo comune verso una comune elevazione, per cui i migliori trainano gli altri in una dialettica virtuosa, si giustifica il livellamento generale verso il basso.

I ricordi del Novecento, con le loro mille e una celebrazione, erano evidentemente vuote formalità, utili forse per relegare il male assoluto nel passato, archiviarlo in un capitolo chiuso e non più ripetibile, così da coglierci impreparati a repliche inattese. In ogni caso, che imperversino tuttora queste litanie, come dischi rotti, suona quantomeno beffardo.

I discorsi d’odio dilagano indisturbati – nonostante le commissioni parlamentari preposte, gli uffici governativi (vedi UNAR e affini), gli innumerevoli enti dedicati – perché l’odio stavolta è riversato sulla parte giusta, quella che incarna il nuovo nemico oggettivo e delinea i contorni di una nuova blasfemia.

E che dire della vecchia e tanto amata autodeterminazione, nel nome della quale è stata imposta a suo tempo la liceità di uccidere in grembo la vita nascente o, più di recente, la liceità di sopprimere le esistenze non conformi a fluttuanti standard di qualità? Ora non viene consentito neppure decidere di sottrarre il proprio corpo a un trattamento sanitario invasivo, e per giunta in fase di sperimentazione: perché altri si può impossessare di quel corpo, per scopi che non hanno nulla a che fare con la salute del suo titolare.

Il che dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, come quel castello di belle parole, tutto, da cima a fondo, fosse in realtà un gigantesco imbroglio: è stato allestito un opulento show, ricco di effetti speciali, che guardacaso si è afflosciato alla prima occasione buona per funzionare davvero. Perché in realtà era un mostro sintetico, fatto di patacche e paralogismi, funzionali tutti alla cristallizzazione della stessa ideologia, totalizzante e totalitaria, che punta alla dissoluzione identitaria degli individui e delle collettività e quindi al controllo, totale, dell’uomo. Un repertorio che fa tutto parte dello stesso pacchetto, è partorito dalla stessa regia, finanziato dagli stessi filantropi, condensato nelle stesse agende, ora l’Agenda 2030 (prima era l’Agenda 21), che non per nulla viene insegnata nelle scuole a partire dai tre anni d’età.

Ci voleva questo colpo di teatro per scoprire il vero senso delle parole avvelenate.

Siamo nel tempo in cui le cosiddette “narrazioni” prevalgono sulla realtà: le denominazioni prescindono dall’oggetto, lo distorcono o pretendono di crearlo dal nulla. Questo svela la matrice autoritaria dell’operazione, che si regge solo sulla prevaricazione, proprio perché esclude a priori ogni aggancio con la realtà delle cose. Lo stesso fenomeno che sta accadendo nel mondo della scienza, intessuta di affermazioni apodittiche costruite a uso mediatico, poi rovesciate nel discorso pubblico e, di fatto, rese impossibili da confutare. Perché è sbarrato l’accesso ai fatti e alla loro analisi.

Nel mentre noi, comparse incolpevoli (e in parte pure inconsapevoli) della messinscena, assistiamo sgomenti al normalizzarsi dello stato di eccezione come normalità di un potere dispotico che ha sostituito la politica cavalcando lo sgretolamento dei sistemi di pensiero elaborati in millenni di storia di una civiltà. Il fenomeno degenerativo delle idee – idee politiche, giuridiche, estetiche – ha favorito la perdita del senso del diritto e della sua funzione quale strumento al servizio del bene comune, non certo come mazza ferrata da brandire da chi riveste estemporaneamente una posizione di supremazia.

Ci troviamo, inermi, nella landa desolata dipinta da Agamben con un binomio perfetto: «Panico e furfanteria».

Il fatto è che, una volta abbandonato il logos, al suo posto non può che stabilirsi il caos. All’ordine di valori reali da rispettare si sostituiscono i tanti valori fasulli creati in laboratorio, poi promossi dalla compagnia di giro a cui è offerta la ribalta mediatica, e infine consolidati dalla acquiescenza dei tanti telespettatori che pappagallescamente ripetono le filastrocche.

In una società ordinata, il logos si trasfonde nel diritto, strumento concepito per essere posto e applicato al servizio di un oggettivo criterio superiore di giustizia – da che mondo è mondo, quello tra legge positiva e legge non scritta, tra nomos e dike, è un nesso, sempre pericolante sì, ma fatto per tendere alla convergenza.

Viceversa in una società acefala, dominata dal caos, questo nesso si spezza, il diritto non ha più riferimenti di valore metafisici e salta: salta la gerarchia delle fonti, saltano i principi fondamentali con i riferimenti etico-morali che li trascendono e che rappresentano i cardini su cui si regge non solo e non tanto un ordinamento positivo, quanto una intera civiltà. La norma diventa un mero involucro formale, paravento nominalistico di una scenografia di comodo confezionata a servizio del più forte per l’esercizio di un potere absoluto, e quindi del tutto arbitrario.

Oggi il potere porta il nome di tecnocrazia e scientocrazia, perché è stato eretto un vitello d’oro in omaggio a una falsa scienza, pretesamente dogmatica, e a una tecnica senz’anima messa al suo servizio. La scienza oggi dà oracoli e la tecnica fornisce ai suoi sacerdoti gli strumenti per esaudirli.

A dettare la tabella di marcia, a passo totalitario, sono infatti gli ircocervi dai molti nomi, esenti da ogni controllo e da ogni responsabilità, di cui l’esecutivo si è reso ripetitore: comitati tecnico-scientifici, cabine di regia, task force; mentre ai piazzisti televisivi è affidata la campagna promozionale per la somministrazione universale, a fari spenti, di farmaci che si sa per certo non conferiscono l’immunità né impediscono il contagio, epperò, grazie a ineffabili proprietà magiche, assicurerebbero la prossima sconfitta di una pandemia dai connotati quantomeno balordi.

Sappiamo bene come la propaganda sia in grado di generare superstizioni inscalfibili, e come su queste si fondi la logica del consenso, che viene guadagnato soprattutto attraverso la manipolazione dei linguaggi e delle idee.

Il potere che veste i panni liberal democratici non ha nemmeno bisogno di usare direttamente la forza per tenere sottomessi i suoi sudditi, perché li ingloba quale parte integrante di sé dopo averli plasmati in funzione del proprio perpetuarsi. Così che gli stessi sudditi, da antagonisti genetici del potere, diventano il suo corpo di guardia, i pretoriani pronti a reprimere, e potenzialmente sopprimere, i propri simili non allineati.

È così che si veleggia verso l’approdo ultimo di questa pantomima, che è ormai chiaro a tutti. Consiste nell’avvento della società panottica e cinesizzata del controllo totale praticato attraverso dispositivi, che saranno sempre più sofisticati, di identificazione digitale e di sorveglianza bioinformatica dell’essere che fu umano. Consiste nella robotizzazione dell’uomo, che si fa tutt’uno con la macchina.

Il signor Schwab, con la sua agenda in mano, ci assicura che «le tecnologie della quarta rivoluzione industriale diventeranno parte di noi»; e «in effetti alcuni di noi sentono già che i nostri smartphone sono diventati un’estensione di noi stessi».

I bambini devono imparare a essere fin da piccolissimi, oltre che cittadini globali, anche cittadini digitali. Cioè di fatto dei terminali, dei cyborg. Letteralmente transumani, integrati con la loro componente elettronica, comunicanti per emoticon.

Ma la frontiera della artificializzazione si sta spostando sempre più indietro perché è già tra noi l’uomo artificiale, il nuovo prodotto della bioingegneria pubblicizzato sul mercato come un qualsiasi altro bene di consumo e trionfalmente sdoganato dietro la maschera della vita, facendo leva, come sempre, sulle parole magiche: il diritto universale alla genitorialità, l’amore, la non discriminazione, il bimbo in braccio.

Il bambino del futuro, che è già presente, è quello sintetico, fabbricato secondo le procedure della zootecnia e reso conforme ai connotati richiesti dalla committenza grazie all’editing genetico, che tiene luogo di un vaccino preventivo, come dicono gli stessi ideatori della tecnologia CRISPR (il taglia e cuci del DNA). Davanti alle meraviglie della riprogenetica, generare esseri umani alla vecchia maniera, in effetti, diventa un rischio assurdo, perché non offre l’opportunità di selezionare e assemblare i vari pezzi dell’embrione nella fase preimpianto. Per questo la fabbrica della vita, nella società del progresso, deve passare nelle mani delle multinazionali del farmaco, sempre loro, che possiedono gli strumenti per, eugeneticamente, neutralizzare l’alea della natura e per, faustianamente, produrre mostri a volontà.

La Francia, che come sempre è all’avanguardia, ha portato in dirittura d’arrivo una legge che consentirà la ricerca senza limiti sulle cellule staminali embrionali umane, la creazione di gameti artificiali, embrioni chimerici e transgenici. Permetterà cioè, di fatto, la trasformazione dell’uomo in un organismo geneticamente modificato e, anche, l’attraversamento della barriera della specie. Tutto, come sempre, avviene al riparo della suggestione del progresso medico-scientifico e biotecnologico.

Come osserva una nota genetista francese, Henrion-Caude, c’è una comune matrice transumanista a legare da un lato la liberalizzazione degli esperimenti sul DNA degli embrioni e, dall’altro, i trattamenti genici di massa a mRNA: insieme, rappresentano un salto definitivo nel senso della alterazione genetica massiva e dell’avvento del transumanesimo diffuso.

Sono i passaggi ultimi di un programma esplicito di dominio sul seme dell’uomo, ridotto al suo codice informatico. Con un precipitato pratico: alle identità digitali e ad algoritmi arcani saranno collegati servizi, diritti, funzioni, ma anche censure e sanzioni (senza più alcuno spazio intermedio per l’esercizio della difesa, che un tempo era un diritto), per una gestione delle esistenze in totale trasparenza (panopticon). Il mito della trasparenza è servito anch’esso a nascondere l’incipiente autoritarismo.

Nel lontano 1996 Bill Gates, diceva che «il gene è il software più sofisticato che ci sia», dimostrando di avere già ben presente la meta: un “modesto” programma di controllo del mondo attraverso l’informatica della vita. Che implica la distruzione dell’uomo come imago Dei e costituisce l’estremo esito cibernetico della ybris antica. L’etimo del termine “cibernetica”, non per nulla, è il controllo: kybernètes è il nocchiero, colui che governa la nave.

Ma, alla fine di queste considerazioni, vorrei tornare a quel Lewis, che nel lontano 1943 identificava nel condizionamento l’obiettivo della nuova educazione.

Nello stesso saggio, “L’abolizione dell’uomo”, con una chiaroveggenza che non può non impressionare, scriveva: «La conquista della Natura da parte dell’Uomo, se i sogni di alcuni pianificatori scientifici dovessero realizzarsi, corrisponderebbe al dominio di poche centinaia di uomini su miliardi e miliardi di altri uomini […] Ogni nuovo potere raggiunto dall’uomo è anche un potere sull’uomo». «Lo stadio finale giungerà quando l’Uomo, attraverso l’eugenetica, il condizionamento pre-natale, e una istruzione e una propaganda basate su una perfetta psicologia applicata, avrà raggiunto il pieno controllo su se stesso».

«La natura umana sarà l’ultima parte della Natura ad arrendersi all’Uomo. […]. Avremo “preso il filo della vita dalle mani di Cloto” e saremo quindi liberi di fare della nostra specie qualsiasi cosa vogliamo. Indubbiamente, la battaglia sarà vinta. Ma chi, precisamente, l’avrà vinta? Infatti, il potere dell’Uomo di fare di se stesso ciò che vuole significa, come abbiamo visto, il potere di alcuni uomini di fare ciò che vogliono di altri uomini. In tutte le epoche, indubbiamente, disciplina e istruzione hanno tentato di esercitare tale potere». «Ma i plasmatori d’uomini della nuova epoca saranno armati dei poteri di uno stato onnicompetente e di una irresistibile tecnica scientifica: avremo infine una razza di Condizionatori che potranno davvero modellare la posterità nelle forme che vogliono».

Ed ecco allora delinearsi questa categoria, che Lewis chiama dei Condizionatori, riguardo ai quali dice: «…sono uomini che hanno sacrificato la loro parte di umanità tradizionale per dedicarsi al compito di decidere quale senso attribuire per il futuro alla parola “Umanità”. “Buono” e “cattivo”, applicato ad essi, sono parole senza contenuto: perché è da loro che dovrà trarsi d’ora in poi il senso di queste parole». «Non è che essi siano cattivi uomini. Non sono affatto uomini». «Non sono affatto uomini, ma semplici artefatti. La conquista finale dell’Uomo si è rivelata come l’abolizione dell’Uomo».

Ecco, credo che occorra cogliere bene il delirio di onnipotenza che anima i burattinai che tengono tra le mani i fili della rappresentazione in cui tutti siamo calati, e comprendere con quale grado e tipo di cinismo essi si muovano. Un cinismo che sta al confine con la perversione, e che si misura perfettamente sulla minaccia che incombe sempre più da vicino sui più piccoli, nel tempo in cui il loro abuso, nel corpo e nello spirito, cerca di trovare una legittimazione sociale, in vista di una conseguente legittimazione giuridica ormai in agguato.

Non sono più uomini. Perché hanno rinunciato a una parte fondamentale di umanità, hanno rinunciato alla pietas, alla tenerezza, allo spirito, alla ragione e alla parola. Questo spiega la loro indifferenza al male, indifferenza che appartiene a una dimensione diversa dalla cattiveria e va oltre la cattiveria: sono, letteralmente, al di là del bene e del male.

Un’ottantina d’anni è trascorsa dall’opera di Lewis, che risale al 1943. Nel mezzo però, sulla faccia della terra sono passati i totalitarismi peggiori che l’uomo abbia mai sperimentato. Sono passati anche uomini che quei totalitarismi hanno vissuto, combattuto e vivisezionato. Che ci hanno raccontato i meandri maligni dell’Arcipelago Gulag e di altri luoghi mostruosi. E ci hanno mostrato come chi voglia continuare a vivere senza menzogna, e rimanere uomo, possa riuscirci, aggrappandosi a quella scintilla interiore, innata, che ha a che fare con un ordine che ci precede e che è capace di restare incorrotto anche dentro il caos che qualcuno chiama “nuovo ordine”, ma è solo disordine mascherato.

Agamben, in “Quando la casa brucia”, scrive: «…occorre chiedersi come abbiamo potuto continuare a vivere e pensare mentre tutto bruciava, che cosa restava in qualche modo integro nel centro del rogo o ai suoi margini. Come siamo riusciti a respirare tra le fiamme, che cosa abbiamo perduto, a quale relitto – o a quale impostura – ci siamo attaccati. Ed ora che non ci sono più fiamme, ma solo numeri, cifre e menzogne, siamo certamente più deboli e soli, ma senza possibili compromessi, lucidi come mai prima d’ora».

È uno scenario post-apocalittico quello che si squaderna oggi davanti a noi, nel quale ci troviamo a vivere il trauma di una società divisa in un modo nuovo. È un trauma ancora tutto da elaborare, che ci chiede di fare appello a una riserva di risorse interiori forse insondata. In un altro passaggio, a mio parere molto bello, Agamben dice: «…Accorgersi che la casa brucia non ti innalza al di sopra degli altri: al contrario, è con loro che dovrai scambiare un ultimo sguardo quando le fiamme si faranno più vicine. Che cosa potrai dire per giustificare la tua pretesa coscienza a questi uomini così inconsapevoli da sembrare quasi innocenti?».

È vero. Si tratta di imparare a convivere con le macerie, perché siamo anche noi una di quelle macerie. Ci sarà bisogno di nuovi monaci, che si troveranno tra le mani i frammenti di qualcosa di più grande e più bello, per ricostruire il quale serviranno la pazienza e l’umiltà di attingere ancora a quell’accumulo di sapienza, esperienza, virilità e sofferenza, che sostanzia il patrimonio immenso di una immensa civiltà. Una civiltà che, in un modo o nell’altro, dovremo pur tramandare ai nostri figli, a partire dalla nostra bella lingua con le sue parole sorgive.

È vero anche, però, che è accaduto qualcosa di inedito con questo cataclisma, qualcosa che, volenti o nolenti, fa risalire alla radice dell’essere uomini. Qualcosa che viene prima di qualsiasi appartenenza: politica, sociale, culturale, religiosa. Perché tocca l’essenziale.

Questo cataclisma ha permesso a molti di percepire in sé, e di sentir risuonare in altri casuali compagni di viaggio, le frequenze di un nucleo intimo e profondo di umanità e di verità, che è uscito ripulito d’un tratto delle tante incrostazioni che lo ricoprivano, fatte di parole false e di allucinazioni vere. Forse ha a che fare con quello che gli antichi chiamavano logos, di sicuro ha a che fare con l’anima. Fatto sta che chi lo ha acchiappato, questo tesoro, non è più disposto a mollarlo.

E qui secondo me si annida il germe della speranza, che oggi cammina soprattutto sulle gambe dei nostri giovani più liberi e coraggiosi: l’immensa sproporzione tra le forze in campo, e il prezzo che ci sarà da pagare, non deve farci perdere di vista la forza intrinseca e invincibile delle ragioni del dissenso, che sono, come mai prima d’ora, ragioni ultime e definitive, perché riguardano il cuore della esistenza individuale e collettiva e il suo significato più profondo.

E alla fine, quanti si trovino a vivere questo tempo caricandosi sulle spalle la fatica, immane, di essere schierati in partibus infidelium per onorare innanzitutto la propria coscienza, rischiano davvero di recuperare non solo e non tanto la forza per sopravvivere, quanto il vero senso del vivere, del con-vivere e del com-patire. E con essi la vera libertà.

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