L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 8 dicembre 2021

Uno spaccato del potere

CULTURE
Mercoledì, 8 dicembre 2021
Prima della Scala, il potere logora chi non ce l'ha

La Prima della Scala col suo particolarissimo pubblico e microcosmo fenomenologico è un termometro impietoso degli equilibri di potere nella società

Di Angelo Maria Perrino

De Bortoli solitario in platea e l'ex procuratore Greco con la consorte

Mario Monti, Ferruccio De Bortoli, Francesco Greco... storie di ascesa e declino di uomini e donne di potere

Com'è brutto essere stati un tempo dei potenti e ora non esserlo più. Prima attenzioni, adulazioni, inviti, salamelecchi... Poi, di colpo, gelo, indifferenza, solitudine e il vuoto intorno. Non conta la persona (e l'umanità) che uno è, ma il suo ruolo professionale, il suo peso nella società e nella gerarchia del potere. Non si tratta di relazioni di amicizia né di rispetto, ma calcolo opportunistico e di convenienza.

La Prima della Scala col suo particolarissimo pubblico e microcosmo fenomenologico, un termometro infallibile e impietoso, uno spettacolo (triste), nello spettacolo. Ogni anno tra gli smoking in sala si nota l'assenza di qualcuno, lasciato a casa senza invito, depennato con implacabile e silenziosa glacialità dalle mailing-list degli sponsor a seguito di pensionamento o trombatura e conseguente perdita di potere e ruolo. I posti in sala sono contati e suddivisi tra gli sponsor, gli invitati devono portare valore con la loro presenza. Se no sono inutili e vanno lasciati a casa senza pietà.

Ma poi ci sono gli irriducibili, quelli che rimuovono la propria caduta e la perdita di potere e di ruolo, sono angosciati dall'oblio, non si rassegnano a vedere la Prima in pantofole e giacca da camera dal tinello di casa. Costoro, indomiti, riescono magicamente, in forza di vecchi legami che in qualche modo e blandamente resistono ancora un po', ad ottenere il sospirato invito status simbol che allontana nel tempo il trauma personale e sociale dell'esclusione ed espulsione dalla cerchia di quelli che contano, con conseguente inevitabile contributo alla già incombente sindrome depressiva.

Ma non è bello per costoro, ex potenti, vedere il vuoto intorno a sé: nessuno li cerca negli intervalli, nessuno se li fila, restano appartati tra rapidi cenni di saluto di prammatica. Del resto c'é poco tempo negli intervalli dell'Opera. E la regola delle pubbliche relazioni impone contatti mirati, plurimi ma ben finalizzati. Con massimi ritorni operativi, sperabilmente. Alla larga dunque da ex potenti defenestrati.

Si assiste così a scene impietose. Si scorgono in disparte e solitari ex potenti mosci e suonati, che in passato solcavano la sala leggiadri e a petto in fuori, forti delle loro funzioni pubbliche prestigiose e del loro fascinoso e contagioso carisma da potere.

Ne parlai tre anni fa con Francesco Saverio Borrelli, magistrato in pensione, l'uomo che trent'anni fa, da capo della Procura di Milano, aveva sterminato quasi tutta la classe dirigente della prima repubblica. Si aggirava da solo con la moglie tra i vip della finanza, come un appestato al buffet del main sponsor Intesa SanPaolo dopo la Prima (e ne scrissi qui). Gli chiesi come vivesse in pensione, dopo tanto attivismo con la toga. E mi confidò con un sorriso sardonico e il consueto garbo (mentre la moglie giustamente strologava contro la perfidia e l'ingratitudine del Sistema): "Vista la mia nota passione per la musica, mi hanno nominato presidente del Conservatorio di Gallarate, vicino a Milano. Ci vado un paio di volte a settimana, firmo qualche carta e torno a casa". Sic transeat gloria mundi.

Come Borrelli, il suo successore alla guida della Procura di Milano Francesco Greco, da pochi giorni senza toga e in pensione. Al centro della sala, da solo con la moglie. E per Mario Monti, in un angolo del bar del foyer a chiacchierare con la sola consorte.

E per Ferruccio De Bortoli, già longevo e potente direttore del Corriere, ora autore di articoli di sociologia economica per l'inserto del lunedì, solo soletto col vecchio papillon nelle ultime file del tempio scaligero.

Accade al Macbeth, una storia di ascesa e declini di uomini e donne di potere. E' una storia di mille anni fa, ma non è cambiato molto. Come diceva Andreotti, il potere logora chi non ce l'ha...

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