L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 febbraio 2021

You tube - Ormai è ridicolo



Youtube sospende ancora Byoblu. Altri 7 giorni di censura.
Per un video… DI 5 MESI FA!

Dopo li blocco di una settimana di gennaio - e dopo essersi scusati - Youtube blocca nuovamente per altrei 7 giorni Byoblu, rea di avere pubblicato un’intervista a un Senior Scientist dell’Università di Siena (pensate un po’)… ben CINQUE MESI FA! Se non vogliono la TV dei Cittadini, i Cittadini la faranno lo stesso!


È un onore e un piacere essere al vostro fianco da quattordici anni. Le abbiamo date (molto) e le abbiamo prese (poco). Nessuna guerra è gratis. Ma da quando abbiamo annunciato di voler costruire la TV dei Cittadini, e tutti insieme ci siamo comprati ben cinque regioni sul Digitale Terrestre, li abbiamo resi davvero nervosi.

A metà gennaio Youtube ha sospeso il nostro canale per sette giorni, procurandoci un danno economico. Non fa niente: per dimostrare che i Cittadini, quando si mettono insieme, se ne fregano, avete coperto voi i costi. Se fosse sempre Natale, entro fine anno avremmo surclassato la BBC e la CNN messe insieme. Poi Youtube si è scusata, anche perché era difficile sostenere che il servizio del telegiornale che hanno oscurato non fosse giornalisticamente corretto. Ma i 7 giorni di oscuramento, quelli no… Non ce li può restituire nessuno.

Ci hanno oscurato di nuovo!

Oggi l’hanno rifatto! Questa volta con una motivazione veramente assurda. Anche perché hai voglia a cercare di stare al loro gioco, se poi loro vanno a rivedere i falli di partite giocate 5 mesi fa, quando le regole erano diverse e gli arbitri non fischiavano.

Hanno deciso che una intervista realizzata a un Senior Scientist dell’Università di Siena, Domenico Mastrangelo, che leggeva i dati reali diffusi dall’OMS e dall’Istituto Superiore di Sanità, violava le “regole della community”. Capite? Sono i dati, i fatti che violano le regole. Non le balle: le balle, quelle, vanno benissimo. Altrimenti non potrebbero tenere accese le loro televisioni 24 ore al giorno su tutti i canali.

Qui trovate tutta la storia, scritta fresca fresca perché venisse consegnata alle cronache: “Youtube sospende ancora Byoblu. Altri 7 giorni di censura! Per un video… di 5 mesi fa!”. Suggerisco di leggerla con attenzione. In fondo questa è la vostra televisione.

A la guerre comme à la guerre

Io voglio dirvi questo: l’umanità è progredita grazie alle domande. Se Fleming un giorno non si fosse chiesto “ma che cos’è quel funghetto là?”, non avremmo mai avuto la penicillina.

Chi stabilisce che le domande del Senior Scientist Domenico Mastrangelo non saranno state alla fine quelle giuste? Secondo i farisei, l’uomo era fatto per il sabato, e non il sabato per l’uomo, e chiunque avesse rimesso al centro l’uomo rispetto a una regola, creata da un altro uomo, sarebbe stato fustigato. Non è cambiato niente da duemila anni a questa parte. Abbiamo inventato macchine e calcolatori, ma la tendenza alla prevaricazione, la violenza della supremazia delle idee, l’insopprimibile tentazione di schiacciare chi esce dal binario del conformismo sociale non sono cambiate. Siamo ancora barbari che si fanno strada a colpi di clava, o vigliacchi che osservano soprusi e prepotenze e non muovono un dito per non rischiare la riprovazione del branco.

Noi su Byoblu ci batteremo sempre perché le vittime di questi pestaggi, digitali o accademici che siano, trovino giustizia. Ci batteremo perché quelle domande possano continuare ad essere poste, nella convinzione che solo dove c’è una domanda si può trovare una risposta. Ci batteremo per continuare a rappresentare le idee che vi servono per conoscere, capire, valutare e infine decidere.

Ogni giorno tentano di metterci in ridicolo, provano a derubricarci come una svista, una sbavatura su un foglio che vorrebbero vedere già scritto, ogni giorno diffamano, mentono, e sono arrivati perfino a depositare esposti contro la libertà di espressione, che per fortuna la magistratura non ha raccolto (ed è per questo che bisogna farsi tutelare dai giudici e non dalla corte suprema di Youtube). Ogni giorno trovano nuovi modi per tentare di acquisire il predominio totale sull’informazione. Noi per loro siamo come quel piccolo villaggio di irriducibili galli che Asterix e Obelix difendevano ridicolizzando ogni tentativo di conquista da parte dei romani.

Siamo la resistenza delle idee all’invasione militare di chi vuole occupare ogni territorio mentale. Risaliamo ogni giorno la corrente tra urti, spintoni e ostacoli, come i salmoni, per arrivare alla sorgente delle idee e lassù riprodurre i vostri pensieri, di modo che non muoiano. Siamo i custodi di un’alternativa e vogliamo consegnarla intatta ai nostri figli.
Tutti insieme, non abbiamo paura!

La nuova sospensione di Youtube provoca un nuovo danno economico alla Tv dei Cittadini. E la sua possibile chiusura definitiva sarebbe un duro colpo a quel che resta della libertà di espressione. Stiamo lavorando ad una soluzione ma dobbiamo comprare tempo.

Noi non abbiamo paura: sappiamo che i cittadini sono tanti. Sono molti di più di quelli che li vogliono opprimere. E sappiamo che se vi mettete in testa di sostenere un progetto, la testa ce l’avete più dura di quella del sistema. Avete già dimostrato che siete in grado, da soli, di sostenere qualunque nuovo progetto di Tv nazionale che non sia il solito strumento di oppressione e di controllo nelle mani di pochi gerarchi. Avendo voi dalla nostra parte, il miglior consiglio che potrei dare a chi ci vuole chiudere è di non andare a stuzzicare il can che dorme. Tra dormire e mordere è un attimo!

Quest’anno sarà l’anno decisivo. Non vi devo neanche chiedere di continuare a sostenerci, che ormai ne siete consapevoli. Ormai sappiamo che insieme siamo fortissimi.

Anzi, direi che insieme… SIAMO INVINCIBILI!

Grazie
Claudio Messora

La velocità viaggia nella fibra ottica

5 febbraio 2021


Fibra ottica, raggiunto il nuovo record di velocità di trasmissione
La tecnologia dell’informazione e della comunicazione segna un nuovo e importante record di velocità di trasmissione su fibra ottica

Negli ultimi dieci anni i ricercatori di tutto il mondo lavorano incessantemente per aumentare la velocità di trasmissione dei dati su cavi di fibra ottica di dimensioni standard. Un nuovo traguardo è stato raggiunto dai ricercatori del National Institute of Information and Communications Technology (Nict), in Giappone, in collaborazione coi colleghi di Nokia Bell Labs e Prysmian Group.

L’esperimento ha stabilito il valore record di 1 petabit al secondo, che è superiore di 2.5 volte all’attuale velocità di trasmissione dei dati nelle fibre ottiche multimodali. Per capire l’entità di questo risultato, è sufficiente pensare che questa velocità di trasmissione equivale a consentire a 10 milioni di persone di guardare contemporaneamente una trasmissione televisiva in 8K su un singolo collegamento in fibra ottica.

Il risultato segue un trend esponenziale di miglioramenti registrati negli ultimi anni, grazie anche all’utilizzo di nuove tecnologie sempre più efficienti, come le fibre ottiche multimodali, che consentono rispetto a quelle multi-core di supportare una maggiore densità di segnale spaziale, oltre a essere più facili da produrre.

Una crescita necessaria, che orienta le ricerche della comunità scientifica nel trovare soluzioni adeguate in grado di seguire di pari passo l’evoluzione dell’utilizzo della rete Internet da parte degli utenti, e l'aumento costante di coloro che navigano in rete e interagiscono nei social network, guardano film e video on demand.

Fibra ottica: un record dopo l’altro


Il campo di ricerca per massimizzare la velocità di trasmissione dati su fibra ottica segna continuamente nuovi record. Solo lo scorso agosto 2020 i ricercatori dell’University College di Londra in collaborazione con le compagnie Xtera e KDDI Research hanno annunciato sulla rivista scientifica IEEE Phothonics Technology Letters di aver stabilito il record mondiale di velocità nella trasmissione di dati in Internet pari a 178 Terabit al secondo.

Un record che ha migliorato del 20% quello precedente segnato da un team giapponese. Per capire di che velocità stiamo parlando, basta pensare che è più che sufficiente a scaricare l’intero catalogo di film e serie TV offerti sulla piattaforma di streaming Netflix in meno di un secondo. I ricercatori di Londra sono riusciti a segnare il traguardo utilizzando nuove tecnologie che permettono di sfruttare in modo più efficiente quelle già esistenti, così ad ottenere un migliore utilizzo della larghezza di banda della fibra ottica.

In particolare, gli scienziati hanno trasmesso i dati attraverso una gamma di lunghezze d’onda più ampia di quelle tipicamente usate. La tecnica sviluppata dagli scienziati, e che ha permesso di ottenere il record, può essere applicata anche alle attuali infrastrutture, semplicemente posizionando degli amplificatori lungo le reti in fibra ottica a intervalli oscillanti tra i 40 e i 100 chilometri.

Fibra ottica: il nuovo record di 1 petabit per secondo


Un ulteriore passo avanti nell’aumento della velocità di trasmissione dei dati su fibra ottica arriva dal gruppo di ricercatori guidati da Georg Rademacher del Nict, che ha collaborato coi team guidati da Nicolas K. Fontaine del Nokia Bell Labs e con Pierre Sillard del Prysmian Group.

Utilizzando una fibra ottica multimodale single-core, cioè con un solo “nucleo”, si è riusciti a raggiungere la velocità di trasmissione record di 1 petabit al secondo, un risultato che migliora di 2.5 volte il precedente record ottenuto in passato con questa configurazione, pari a 400 Terabit al secondo.

L’esperimento ha richiesto la realizzazione di una fibra ottica di trasmissione lunga 23 chilometri, realizzata dalla società francese Prysmian, in cui eseguire le prove di trasmissione del segnale grazie anche ai multiplexer modulari sviluppati dalla statunitense Nokia Bell Labs. Gli scienziati del Nict invece hanno progettato e realizzato il sottosistema a banda larga che ha consentito di trasmettere e ricevere diverse centinaia di canali ad alta efficienza spettrale e con un’alta qualità del segnale.

Il risultato è particolarmente importante proprio per le caratteristiche della fibra ottica utilizzata, che è multimodale a single-core: facile da produrre e che offre un’elevata densità del segnale.

Fibra ottica super veloce: le prospettive per il futuro


Sono ormai dieci anni che cresce la necessità di sviluppare connessioni Internet con velocità di trasmissioni dei dati sempre maggiori e quindi raggiungere record di throughput sempre più alti. A dettare una necessità ancor maggiore di garantire connessioni Internet veloci è stata la pandemia da Covid-19, che ha ridisegnato le abitudini non solo nel vivere la casa e la quotidianità, ma anche la vita lavorativa grazie allo smart working.

Per questo motivo lo sviluppo di nuove tecnologie diventa cruciale per rispondere in modo adeguato alla richiesta di banda di comunicazione da parte del mercato che si fa sempre più pressante. Raggiungere record come quelli descritti apre a un futuro nell’era dell’informazione e della comunicazione che sembra essere così sempre più vicino.

Il prossimo passo dei ricercatori del Nict insieme ai propri collaboratori sarà quello di estendere la distanza della trasmissione multimodale e di integrarla con la tecnologia della fibra ottica multi-core, così da poter porre le basi per la progettazione e la realizzazione di una rete globale in grado di trasmettere dati a una velocità senza precedenti.

Giustizia malata&massonica - Non ci si inventa niente. Inquietanti scenari riguardanti i rapporti tra giornalisti e magistrati, “alleanza” fondamentale per promuovere o insabbiare gli scandali


La magistratura ha tradito il suo ruolo. L’atto d’accusa del libro-intervista di Palamara
-6 Febbraio 2021

Roma, 6 feb – Una (parte di) magistratura malata che assedia letteralmente l’Italia. E’ questo l’atto di accusa raccolto da Alessandro Sallusti nel libro-intervista a Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati ed ex membro del Csm, “Il sistema. Potere, politica affari: storia segreta della magistratura italiana” (Rizzoli, 2020, 288pp, 19€).

Il “sistema” magistratura

Nel corso dei decenni si è spesso denunciato il comportamento fazioso di parte di alcune toghe. Il tempismo perfetto di alcune indagini, scandali insabbiati tramite copertura mediatica e modalità non trasparenti riguardanti le nomine. Tuttavia, mai un ex membro del Consiglio superiore della magistratura aveva deciso di raccontare e denunciare quel che non esita a definire un “sistema” a tutti gli effetti.

Un contenitore clientelare, composto da correnti e “cecchini” pronti a distruggere la carriera lavorativa di chiunque non si adegui alle regole interne. Impossibile far carriera, indipendentemente da curriculum e capacità, se non si è adeguatamente sponsorizzati dalle correnti. Denunce ed ombre che mettono a rischio il concetto stesso di magistratura in cui tanti italiani hanno sempre posto fiducia.
Dal libro di Palamara la verità sulle inchieste “politiche”

Come racconta ed ammette nel libro Palamara, il sistema nasconde le proprie responsabilità, svolgendo se necessario anche un ruolo di opposizione politica. Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Matteo Salvini sono tra le figure più indicative ad aver subito attacchi indirizzati ad hoc dal “sistema”.


Il primo, tramite la regia del Quirinale, con l’allora presidente Napolitano burattinaio della caduta dell’ultimo governo guidato dal Cavaliere. Il secondo, inimicatosi anche le correnti vicine al Pd, ha subito inchieste come quella su Consip volte a scardinarlo da Palazzo Chigi. Inoltre, fatale a Renzi la scelta di porre Nicola Gratteri al ministero della Giustizia, con mandato di rivoluzionare il sistema giudiziario, eventualità sgradita al Csm. Il terzo, l’attuale leader della Lega e colui che maggiormente ha da difendere il proprio futuro politico. Salvini venne attaccato, per ammissione di Palamara, sulla vicenda dei clandestini per favorire il Pd in netta difficoltà politica dopo la batosta elettorale del 2018.

Emergono inoltre dal testo numerosi inquietanti scenari riguardanti i rapporti tra giornalisti e magistrati, “alleanza” fondamentale per promuovere o insabbiare gli scandali. L’auspicio è che il libro di Palamara abbia eco mediatico, per ripristinare trasparenza negli ambienti che più dovrebbero garantire giustizia.

Immigrazione di rimpiazzo - continua imperterrita la tratta degli schiavi da parte delle navi delle Ong

Migranti, riprendono le partenze: 417 a bordo di Ocean Viking, 800 riportati indietro in Libia

Sono stati due giorni intensi per i volontari delle ong che operano nel Mediterraneo: la Ocean Viking ha recuperato tra ieri e oggi 417 persone, mentre la Astral di Open Arms ha recuperato in mare 45 persone. Impennata di sbarchi anche a Lampedusa, l’hotspot è già stracolmo. Continuano le intercettazioni illegali da parte della cosiddetta Guardia costiera libica: 800 in 24 ore.

POLITICA ITALIANA 5 FEBBRAIO 2021 20:02di Annalisa Cangemi

Con il miglioramento delle condizioni meteo e del mare sono ripresi i viaggi dei migranti, e di conseguenza anche le richieste di soccorso. Si parla di mille persone hanno provato ad attraversare il Mediterraneo centrale nelle ultime 24 ore, e circa 300 naufraghi risultano dispersi. Il numero delle intercettazioni illegali, compiute dalla cosiddetta Guardia costiera libica, è impressionante: 800 migranti in un solo giorno, secondo quanto riferito dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim).

Ieri è stata una giornata molto calda. Ma l'emergenza non è finita e si registrano anche oggi diverse situazioni a rischio. A cominciare da quella segnalata da Alarm Phone, che nel primo pomeriggio di oggi ha lanciato un nuovo allarme, riguardante "130 persone in pericolo al largo della Libia!". Tra loro, riferisce il call center per i migranti tramite il suo profilo Twitter, vi sono "donne incinte e bambini". "Urlavano, erano chiaramente in una situazione di grave pericolo", ha aggiunto, sottolineando di avere perso i contatti da qualche ora con l'imbarcazione. Poco dopo ancora un SOS: "Un altro gruppo in pericolo su un gommone ci ha contattato oggi. Le circa 30 persone hanno detto che stanno imbarcando acqua. Il contatto si è interrotto e crediamo siano stati intercettati. La Libia non è sicura!".

L'ong tedesca Sea Watch, che aveva segnalato la presenza di 350 persone in pericolo di cui non si conoscono le sorti, ha fatto sapere che tra ieri e oggi il suo aereo di ricognizione Moonbird "ha documentato le intercettazioni illegali di circa 269 persone e la presenza in mare di 10 imbarcazioni in pericolo". L'ong ha denunciato che "In 4 anni di accordi l'Italia ha speso centinaia di milioni di euro pur di tenere lontano chi fugge dalla Libia".

La nave Astral della ong spagnola Open Arms, dallo scorso 1 febbraio di nuovo in missione nel Mediterraneo, ha annunciato di aver portato a termine un salvataggio: si trattava di un gommone – probabilmente uno di quelli avvistati ieri dall'aereo di Sea Watch Moonbird – con 45 persone a bordo. Nel gruppo sono due donne, di cui una in stato di gravidanza. "Viaggiavano da 3 giorni nel Mediterraneo. Sono in salvo distribuiti giubbotti e mascherine in attesa di istruzioni da autorità italiana".

L'imbarcazione di Open Arms aveva cercato di raggiungere ieri altri 74 migranti in mare. C'era molta apprensione per la loro sorte, dopo che Astral aveva trovato solo una barca vuota sul luogo del presunto naufragio. I migranti sono stati invece soccorsi e condotti a Lampedusa.

La situazione nella maggiore delle Pelagie è critica. Nelle ultime 24 ore sono approdati sull'isola 314 migranti, tra cui anche donne e minori. La maggior parte sono tunisini e subsahariani. Nel centro di contrada Imbriacola, che in teoria potrebbe ospitare fino a 192 persone, ci sono in questo momento 228 migranti, la metà dei quali donne e minori non accompagnati. Circa una settantina gli ultra 16enni, una decina i bambini. In 135 hanno lasciato oggi l'isola a bordo del traghetto diretto a Porto Empedocle, mentre altri 73 ieri pomeriggio sono stati trasferiti a bordo della nave quarantena Allegra in rada a Lampedusa.

Ocean Viking con 417 migranti a bordo

La nave di Sos Mediterranée, Ocean Viking, l'unica in mare insieme alla Astral, ha soccorso e salvato oggi 180 persone, che rischiavano di annegare. 180 migranti che si aggiungono alle 237 persone già recuperate ieri: "Stamattina Ocean Viking ha salvato oltre 180 persone da due imbarcazioni in difficoltà. La prima è stata avvistata dal ponte attorno alle 7. Il team ha soccorso 71 uomini, di cui 11 minori, da un gommone sovraccarico in acque internazionali, 40 MN al largo di Al Khoms.

Mentre i volontari portavano a termine questa operazione di soccorso un messaggio di Alarm Phone ha messo al corrente la nave dell'esistenza di un'altra imbarcazione in distress. A bordo di quest'ultima c'erano 116 persone: uomini, donne e bambini. In questo caso, spiega la ong, è stato necessario "scaricare alcune delle persone a bordo del gommone su zattere al fine di stabilizzare la situazione" prima dell'avvio dell'operazione di salvataggio. La nave adesso ha in totale 417 migranti a bordo.


Giustizia malata&massonica - come da tradizione la 'ndrangheta aggiusta i processi con complicità palese od occulta di certa magistratura

‘Ndrangheta: motivazioni in ritardo, revocata misura a boss del Vibonese
Di redazione 
6 Febbraio 2021

La Corte di Appello di Catanzaro, in accoglimento di un’istanza proposta dagli avvocati della difesa, ha revocato il divieto di dimora in Calabria nei confronti del 64enne


Nell’estate dello scorso anno era stato scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare nell’ambito dell’operazione “Costa Pulita”; adesso gli è stata revocata anche la misura del divieto di far rientro in Calabria. Antonino Accorinti, ritenuto il boss di Briatico, è quindi un uomo libero. La vicenda trae spunto dal ritardo nel deposito delle motivazioni della sentenza dell’abbreviato del procedimento penale “Costa Pulita” avvenuto dopo oltre un anno.

La Corte di Appello di Catanzaro, in accoglimento di un’istanza proposta dagli avvocati Giuseppe Bagnato e Salvatore Staiano, ha revocato il divieto di dimora in Calabria nei confronti del 64enne, arrestato nell’aprile del 2016 perché accusato di essere il promotore dell’associazione mafiosa operante nel paese costiero del Vibonese. In primo grado, con l’abbreviato, il Gup di Catanzaro lo aveva condannato a 14 anni e 8 mesi di reclusione per associazione mafiosa, estorsione ed altro, ma il ritardo nel deposito della motivazione della sentenza aveva portato alla scarcerazione, nell’estate scorsa, di Accorinti. Il giudice aveva applicato il divieto di dimora in Calabria, ritenendo sussistenti profili di pericolosità sociale. In appello, i suoi difensori hanno sostenuto l’insussistenza delle esigenze cautelari in ragione della risalenza temporale dai fatti e dall’applicazione della misura.

e i sionisti ebrei non c'è vonno sta perché perdono lo status di vittime quando vittime non sono

ESTERO
La Corte dell'Aja indagherà sui crimini di guerra di Israele e Hamas

Al centro dell'indagine potrebbero finire le violenze nella striscia di Gaza

aggiornato alle 11:4906 febbraio 2021

Gaza

AGI - Primo passo per un'inchiesta che stabilisca se Israele e Hamas abbiano compiuto crimini di guerra in Cisgiordania, Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza.

La Corte Penale Internazionale dell'Aja ha infatti stabilito di avere giurisdizione sulla situazione nei territori occupati da Israele nella Guerra dei Sei Giorni del 1967. 

Era stata la procuratrice generale, Fatou Bensouda, che alla fine del 2019 aveva suggerito la possibilità di aprire le indagini su Israele e sul movimento islamista Hamas, che governa de facto a Gaza; ma aveva voluto un chiarimento sui "territori nei quali si possono portare a termine le indagini".

Secondo Bensouda, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali e Israele ha violato le leggi di guerra durante l'operazione Protective Edge (Margine Protettivo), nel 2014, e durante le rivolte al confine di Gaza del 2018, in cui morirono più di 273 palestinesi e oltre 16 mila rimasero feriti. 

Israele non fa parte della Corte, di cui non accetta la legittimità per cui l'ufficio di Bensouda non potrà svolgere alcuna inchiesta nel suo territorio.

La Corte penale internazionale non ha una propria forza di polizia incaricata di eseguire mandati di arresto, ma fa affidamento sulla volontà degli Stati di attuarli e, per il momento, è improbabile anche che Israele ceda volontariamente potenziali sospettati di crimini di guerra.

La procuratrice gambiana, il cui mandato termina a giugno, ha anche accusato Hamas e altri gruppi terroristici palestinesi di prendere di mira i civili israeliani e di usare i palestinesi come scudi umani. E' possibile dunque che vengano anche indagati i membri dei gruppi armati palestinesi, in particolare per il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza nel territorio israeliano. 

Il premier palestinese Mohammed Shtayyeh ha comunque esultato: "E' una vittoria per la giustizia e l'umanità, per i valori di verità, equità e libertà e per il sangue delle vittime e delle famiglie".

Di segno opposto la reazione del premier israeliano, Benjamin Netanyahu: "La Corte penale internazionale ha dimostrato ancora una volta di essere un organo politico e non un'istituzione giudiziaria: ignora i crimini di guerra effettivi e invece perseguita lo Stato di Israele, un Paese con un regime democratico stabile che difende lo stato di diritto e non è un membro della corte".

Arriva lo stregone maledetto e il cerchio sembra chiudersi dopo Euroimbecilandia, i giornaloni e giornalisti, la Banca d'Italia, la Corte dei Conti le nostre case sono prese d'assedio dalle tasse. Le case acquistate con soldi già tassati, i risparmi, verranno ri-e-ritassate

La differenza tra patrimoniale e prelievo forzoso

5 Febbraio 2021 - 23:45

Con l’arrivo del Governo Draghi, che dovrà occuparsi dell’alto debito pubblico italiano, si è tornato a parlare di patrimoniale. Cosa distingue imposta patrimoniale e prelievo forzoso.


Qual è la differenza fra patrimoniale e prelievo forzoso? Sono ancora in corso le consultazioni per la formazione del Governo Draghi, e già si discute delle misure che l’ex numero uno della BCE vorrà attivare per risolvere una crisi che, oltre che sanitaria, è anche sociale ed economica (all’ombra di un debito pubblico sempre più alto).

Ad ogni crisi, patrimoniale e prelievo forzoso sono termini che riecheggiano nelle aule del potere e nelle case degli italiani. Ma si tratta di due misure diverse l’una dall’altra, e in questo articolo vedremo in cosa consistono e perché è importante distinguerle.

Cosa è l’imposta patrimoniale

La patrimoniale, come indica lo stesso termine, è un’imposta che viene calcolata sulla base della ricchezza. In realtà, ha dichiarato qualche anno fa la Cgia di Mestre, sono già una quindicina le imposte patrimoniali in Italia, il cui gettito complessivo è di circa 45 miliardi di euro: fra di esse ci sono diritti catastali, Imu, tassa di successione, imposte sulle transazioni finanziarie e sul patrimonio netto delle imprese.

L’imposta patrimoniale colpisce il patrimonio (non il reddito), che consiste in beni mobili (conto corrente, obbligazioni, azioni, titoli di stato, ETF, ETC, certificates, etc) e beni immobili (case, negozi, magazzini), che siano di persone fisiche o giuridiche.
Perché aumentano le probabilità di una patrimoniale

In tempi di lotta alla pandemia, con il Governo che è stato costretto ad aumentare a dismisura la spesa pubblica, si torna a parlare di un’imposta sul patrimonio, un contributo di solidarietà dai più ricchi verso i più poveri.

Chi è contrario afferma che la ricchezza è già soggetta a tasse e imposte, di conseguenza la patrimoniale sarebbe un secondo prelievo fiscale che potrebbe far scappare gli imprenditori all’estero. Chi è a favore parla di uno strumento di giustizia sociale e ricorda che in tempi di crisi la forbice fra redditi alti e bassi si allarga, com’è effettivamente successo in Italia già prima della pandemia.

Qualche tempo fa, è stato presentato un emendamento alla Manovra firmato da Nicola Fratoianni (SI-LeU) e Matteo Orfini (PD) che prevedeva la sostituzione dell’Imu e dell’imposta di bollo sui conti correnti e di deposito titoli con un’imposta variabile sui grandi patrimoni (si andava da uno 0,2% da 500mila euro al 2% su oltre i 50 milioni di euro, più il 3% solo per il 2021 per i paperoni).

L’emendamento è stato bocciato anche per l’avversione dello stesso Partito Democratico, ma si ritiene che un governo più forte potrebbe far passare, eventualmente, la misura. Mario Draghi, comunque, non sembra orientato in tal senso.

Differenza fra patrimoniale e prelievo forzoso

Il prelievo forzoso è, sostanzialmente, un tipo particolare di imposta patrimoniale. Si tratta di un prelievo immediato dai conti correnti dei cittadini, e il suo scopo - a differenza della patrimoniale - non è direttamente quello redistributivo, quanto il reperimento istantaneo di risorse economiche per far fronte a un’emergenza.

e due ormai diventa certezza la parte delinquenziale del Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato ricatta Eurospin a Roma

Rignano Flaminio (Roma) – Fiamme nella notte divorano il supermercato Eurospin
-5 Febbraio 2021


Fiamme nella notte a Rignano Flaminio alle porte di Roma, dove un incendio è divampato all’interno di un supermercato Eurospin di via Flaminia. Per le operazioni di spegnimento sono intervenuti i vigili del fuoco, nessuna persona coinvolta. Pare che il rogo sia stato provocato da un tentato furto.

Un incendio è divampato nella notte all’interno del supermercato Eurospin di Rignano Flaminio. Il rogo è scaturito oggi, venerdì 5 febbraio, quando ancora il Comune alle porte di Roma era avvolto nell’oscurità. Per cause non note e ancora in corso d’accertamento, un bagliore ha brillato nel buio, con le fiamme che in breve tempo si sono diffuse all’interno dei locali all’altezza del chilometro 33 di via Flaminia. Arrivata la chiamata alla Sala Operativa del Comando provinciale dei vigili del fuoco di Roma, sul posto sono intervenute sei mezzi, che hanno lavorato per domare l’incendio.


Sul posto presente anche il funzionario di servizio, il personale sanitario arrivato in ambulanza, Italgas e i carabinieri, per gli accertamenti di loro competenza. Da quanto si apprende fortunatamente non risultano persone ferite o intossicate. Terminate le operazioni di spegnimento, i pompieri si sono adoperati per la messa in sicurezza dell’area coinvolta e hanno fatto la conta dei danni: i locali sono stati dichiarati inagibili. Pare che il rogo sia stato provocato da un tentativo di furto all’interno del supermercato, non andato però a buon fine e i ladri si sono dati alla fuga. Sul caso indagano i carabinieri del nucleo operativo di Ostia e della Compagnia di Bracciano.

L'Euroimbecillità al governo della Banca d'Italia un servizio pubblico che è in mano a privati. Il migliore investimento strutturale è l'assunzione di almeno di un milione di giovani nella pubblica amministrazione cosa che questa politica le istituzioni tutte non vogliono assolutamente

ECONOMIA

Visco: "Il Recovery sia incisivo, lo spread può calare ancora"

All'Assiom Forex il Governatore di Bankitalia fornisce la sua ricetta per la ripresa: i fondi vanno accompagnati con riforme che sblocchino gli investimenti

aggiornato alle 14:2906 febbraio 2021

© Foto: OMAR BAI / NURPHOTO - Ignazio Visco

AGI - All'Italia, per uscire dalla crisi legata alla pandemia servono coesione, politiche che creino fiducia, spendere in maniera "attenta e incisiva" i fondi del recovery fund e accompagnarlo con riforme che sblocchino gli investimenti.

A fornire la ricetta è il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, che, nel tradizionale intervento al congresso Assiom Forex, quest'anno in versione virtuale proprio per le limitazioni legate al Covid-19, è tornato a indicare al Paese alcune possibili soluzioni ai nodi che frenano la crescita italiana.

Di fronte a una pandemia che "con i suoi enormi costi economici e di vite umane, non è superata", l'Italia deve trovare "la coesione necessaria per riprendere la via dello sviluppo".

Con il balzo del terzo trimestre del 2020, l'economia "ha dimostrato capacità di ripresa" e, nelle stime di Bankitalia, vedrà una ripartenza "dell'attività produttiva dalla primavera" in uno scenario che però "dipende in modo cruciale da una progressiva attenuazione dell'epidemia nel corso dei prossimi mesi".

Anche per questo, ha analizzato Visco, il pieno successo della campagna di vaccinazione sarà "fondamentale per la stabilità della ripresa".

I sondaggi condotti da via Nazionale alla fine di novembre, ha spiegato, "indicano che la spesa per consumi è frenata dai timori di contagio, oltre che da ragioni precauzionali di ordine economico".

"Queste indicazioni confermano l'importanza di un rafforzamento, ampio e duraturo, dei presidi sanitari", ha evidenziato il governatore.

Al tempo stesso anche i provvedimenti di sostegno a famiglie e imprese "restano indispensabili" e, superata l'emergenza, "le misure dovranno costituire un ponte verso la realizzazione di riforme e investimenti per ritrovare la via dello sviluppo" ma, con il ridursi dell'incertezza sulle prospettive dell'economia, "l'utilizzo degli strumenti di sostegno potrà essere reso via via piu' selettivo".

Questo, ha sottolineato Visco, è tanto più vero perché, anche se di fronte alla crisi "il contributo della politica di bilancio è stato fondamentale per contenere le ricadute economiche dell'emergenza sanitaria", "non è possibile tuttavia coltivare l'illusione che il debito pubblico possa aumentare indefinitamente".

"Le politiche di bilancio devono porsi con chiarezza l'obiettivo di medio termine di ricondurne l'incidenza sul pil su una traiettoria discendente", ha aggiunto, sottolineando come abbia raggiunto "livelli toccati in passato solo all'indomani del primo conflitto mondiale".

Una "ritrovata fiducia" nella qualità delle politiche italiane e nelle prospettive dell'economia "potrebbe consentire l'ulteriore riduzione del differenziale di rendimento tra Btp italiani e Bund tedeschi, che è ancora vicino al doppio di quelli di Spagna e Portogallo" nonostante la discesa di questi giorni.

"Grazie a una vita media residua relativamente elevata, il costo del debito resterà basso per un prolungato periodo di tempo anche dopo che i tassi di mercato e quelli ufficiali avranno ricominciato ad aumentare.

In queste condizioni, se si riuscirà a tornare, come è nelle nostre possibilità, su uno stabile sentiero di crescita, l'incidenza del debito sul Pil potrebbe scendere rapidamente dal picco raggiunto a causa della crisi", ha indicato il governatore.

"Con il miglioramento della congiuntura un'adeguata strategia di riequilibrio graduale dei conti pubblici potrebbe rafforzare tali effetti di fiducia e accelerare ulteriormente la riduzione del rapporto tra debito e prodotto".

Per la crescita, ha rimarcato Visco, i fondi del recovery fund saranno fondamentali e devono trovare "un utilizzo attendo e incisivo" per accrescere il potenziale di crescita del Paese, "definendo i progetti e le modalità di gestione in maniera da consentirne la pronta realizzazione, nei tempi stringenti previsti dal programma europeo e in conformità con le dettagliate indicazioni operative della Commissione europea".

Al tempo stesso, ammonisce il governatore di Bankitalia, "per quanto essenziale per la modernizzazione della struttura produttiva" il recovery "rischia di non essere sufficiente a garantire un innalzamento duraturo del ritmo di crescita se non sarà accompagnata da riforme che sciolgano i nodi che frenano lo sviluppo e l'investimento privato".

L'Italia, "coltivando una visione di piu' lungo termine" puo' "fare meglio di quello che suggeriscono le proiezioni tendenziali", ha esortato Visco, secondo cui "le difficoltà del presente non devono impedirci di guardare al futuro".

"Servono risposte consapevoli, convinte, efficaci ai gravi problemi dell'oggi, grandemente acuiti dalla pandemia ma riflesso di preesistenti ritardi strutturali. Straordinari interventi di ristoro sono stati la risposta necessaria ad affrontare i momenti piu' gravi della crisi. Superata l'emergenza, le misure volte ad alleviare le difficoltà di chi è piu' colpito dovranno costituire un ponte verso la realizzazione di riforme e investimenti che consentano di ritrovare la via dello sviluppo da troppo tempo smarrita", ha concluso il governatore Visco.

Ci toglieranno i risparmi ci toseranno ancora sulle case acquistate costate sacrifici di una vita con soldi già tassati MA per far questo ci confondono la mente e ci riempiono la testa di illusioni di speranze di sogni che puntualmente non avverranno mai ma avanzeranno imperterriti proprio il contrario

Il giorno della marmotta: il ritorno dei tecnici

di Lorenzo Zamponi
3 febbraio 2021


Dieci anni dopo Monti, con Mario Draghi torna il «governo tecnico», una specialità italiana che segna l'ennesima morte della politica. L’élite economica prova così ad apparecchiare la tavola per gestire in modo diretto i soldi in arrivo dall’Ue

Il due febbraio è il giorno della Candelora, quando per tradizione si dovrebbe poter prevedere la fine dell’inverno. È il «giorno della marmotta» in cui è ambientato Ricomincio da capo, film del 1993 in cui il personaggio interpretato da Bill Murray è condannato a rivivere all’infinito la stessa giornata. Ed è parso a molti di rivivere le giornate dell’autunno 2011 quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prendendo atto del fallimento del tentativo di ricomporre l’alleanza di governo tra Pd, M5S, Leu e IV, ha annunciato il varo di «un governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica», e dato l’incarico di formare il nuovo governo a Mario Draghi, ex governatore della Banca d’Italia ed ex presidente della Banca centrale europea.

Si prospetta all’orizzonte un nuovo governo tecnico, a dieci anni dall’esecutivo guidato da Mario Monti. Il clima mediatico è sorprendentemente simile: a due ore dall’annuncio di Mattarella, già si leggevano e si sentivano lodi sperticate all’«uomo che ha salvato l’Europa e ora salverà l’Italia» e si agitavano scenari apocalittici in caso di fallimento dell’operazione, dal ritiro dei 209 miliardi di Next Generation Eu al ritorno del rischio di default. Con ogni probabilità nelle prossime ore la pressione dei mercati e delle cancellerie europee si farà sentire con forza, magari attraverso il solito meccanismo dello spread, in modo da convincere anche i renitenti, nell’opinione pubblica e in parlamento, ad appoggiare Draghi.

Tra i partiti, si fanno avanti con entusiasmo i centristi liberali, da Iv a +Europa passando per Azione di Carlo Calenda, mentre il Pd si affida a Mattarella, preparandosi di fatto ad appoggiare Draghi pur controvoglia, Fratelli d’Italia e M5S annunciano la loro contrarietà e Salvini dice tutto e il contrario di tutto per prendere tempo.

Il ritorno dei tecnici segna l’ennesima, periodica, «morte della politica» a cui l’Italia ci ha abituato nel corso degli ultimi decenni. Il meccanismo della rappresentanza resta inceppato, chi ha consenso non riesce a governare e viceversa, e il nodo si scioglie tagliandolo di netto, mandando al potere una squadra di autorevoli plenipotenziari priva di qualsiasi accountability democratica. Vedremo se riuscirà, nel frattempo l’esperimento del nuovo centrosinistra Pd-M5S è almeno temporaneamente fallito, e rischia di uscire triturato dall’esperienza di un nuovo governo tecnico. E l’élite economica apparecchia la tavola per gestire direttamente i soldi in arrivo dall’Ue, senza alcuna mediazione.

Il ritorno dei tecnici

«Un governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica». Le parole di Mattarella sono chiarissime. Ci vuole un governo tecnico, che, per quanto sostenuto formalmente da un voto di fiducia parlamentare per motivi costituzionali, non sia di fatto espressione di una maggioranza politica. Si tratterebbe del quarto governo tecnico della storia della Repubblica, dopo quelli guidati da Carlo Azeglio Ciampi (1993-1994), Lamberto Dini (1995-1996) e Mario Monti (2011-2013). Ancora una volta, come nel caso di Ciampi e Dini, sarebbe la Banca d’Italia a fornirne la guida.

Quella dei governi tecnici è una specialità tutta italiana. L’idea di un governo «che non debba identificarsi con alcuna formula politica» è impensabile in qualsiasi democrazia occidentale. Altrove esistono i governi «di grande coalizione», in cui forze politiche anche diverse trovano un compromesso e collaborano, come avviene tuttora in Germania ed è avvenuto in passato in vari paesi europei. Ma l’idea di un governo estraneo ai giochi della politica, e al principale tra essi, cioè la rappresentanza democratica, per quanto pienamente legittima sul piano costituzionale una volta che il parlamento attribuisce la fiducia, è aliena a qualsiasi normalità democratica.

In Italia, invece, si può fare, almeno nella Seconda Repubblica. Fu proprio un governo tecnico, quello guidato da Ciampi 28 anni fa, a mettere fine alla Prima. Il sistema dei partiti uscito dalla Seconda guerra mondiale era crollato, e ai tecnici fu chiesto di mettere al sicuro i conti pubblici e tenere in piedi la baracca mentre si preparava un nuovo assetto. Sono passati quasi tre decenni, ed evidentemente la transizione non è ancora compiuta: un meccanismo di rappresentanza democratica stabile nel tempo ancora non è all’orizzonte. La crescente tensione tra responsabilità e rappresentanza che caratterizza le democrazie liberali da ormai un decennio, secondo la celebre analisi di Peter Mair, da noi è rottura totale, ancora una volta. Non c’è una formula politica che riesca a conquistare il consenso e a governare.

Anche l’ultimo tentativo di ricostruire un assetto, quello del nuovo bipolarismo tra la destra salviniana e il nuovo centrosinistra Pd-M5S contiano, è andato a sbattere, e vediamo se sopravviverà a questa ennesima forzatura. In termini di salubrità democratica, non avevamo ancora smaltito del tutto le scorie del governo Monti, il cui principale risultato fu l’esplosione elettorale del M5S e, poi, della Lega. Se lo rifanno, come sembra, i danni rischiano di essere ben peggiori.

I primi elementi già si vedono, in termini di deterioramento del dibattito pubblico. Il coro mediatico è già partito nella santificazione tecnocratico-patriottica dell’eroe che torna dall’estero per salvarci, «l’italiano più famoso del mondo», una personalità a cui non è possibile dire di no. E il ritorno della retorica montiana si è portato dietro tutto il corollario: la tenuta dei conti pubblici come stella polare, il welfare definito «sussidi e mancette», la necessità di «fare le riforme di cui il paese ha bisogno», la fiducia dei mercati, lo spread, il rischio dell’insolvenza. Tutti temi che non erano all’ordine del giorno quando a essere in discussione era il governo Conte II, che poteva essere criticato e attaccato come qualsiasi esecutivo al mondo, e che riemergono ora, a proteggere da ogni accenno di dissenso il governo Draghi che ancora non c’è.

A spaventare è soprattutto questo: non tanto la sostituzione di un governo moderatamente di centrosinistra e strutturalmente non in grado di imprimere la svolta radicale che la fase richiederebbe, bensì il ritorno indietro al 2011, alla negazione di ogni spazio per il dibattito politico, al pensiero unico neoliberista nella sua versione più assoluta e opprimente. Non ci siamo mai illusi che Pd, M5S o lo stesso Giuseppe Conte fossero punti di riferimento della sinistra – basta vedere del resto l’endorsement del presidente di Confindustria Carlo Bonomi al ministro dell’economia uscente Gualtieri – ma su temi come il blocco dei licenziamenti, pezzi di welfare universale, una riforma fiscale in senso progressivo, negli ultimi anni in Italia si era iniziata a respirare un’aria diversa, che quantomeno stava iniziando a riaprire spiragli nel dibattito pubblico per un’opzione progressista. Il ritorno al passato, da questo punto di vista, sarebbe devastante.

«L’italiano più famoso del mondo»

Chiaramente Mario Draghi non è Mario Monti. Non è il commissario che arriva in Italia per implementare senza ostacoli la fase più violenta dell’austerità, dei tagli alla spesa pubblica, dall’attacco a pensioni e diritti del lavoro. Da presidente della Bce, anzi, si è conquistato una popolarità e una credibilità indiscutibili come protagonista di una politica monetaria espansiva, il programma di Quantitative Easing a sostegno del debito dei paesi dell’Eurozona. Nel marzo scorso, pubblicò sul Financial Times un articolo a supporto della necessità di fare debito pubblico per sostenere l’economia durante la pandemia. Posizioni che gli hanno permesso di essere spesso rappresentato come la «colomba» italiana che si contrappone ai «falchi» tedeschi nella governance finanziaria dell’Ue. Un ritratto che però collide con quello tratteggiato da Yanis Varoufakis nel suo libro Adulti nella stanza che ricostruisce il negoziato sul debito greco del 2015: ne esce un Draghi protagonista in negativo della gestione della vicenda greca.

Ci si può illudere che, una volta a Palazzo Chigi, ricordi gli insegnamenti del suo maestro Federico Caffè, che citava alla Sapienza nel 2010 assediato dagli studenti dell’Onda, ma appare improbabile. Del resto, Draghi fu anche il firmatario, insieme al suo predecessore alla Bce Jean Claude Trichet, della celebre lettera del 5 agosto 2011 in cui Francoforte dettava le condizioni al governo italiano: aumento della la concorrenza attraverso nuove privatizzazioni, contrattazione collettiva relegata a livello aziendale, facilitazione dei licenziamenti, pareggio di bilancio, aumento dell’età pensionabile, blocco del turnover e taglio degli stipendi nel pubblico impiego, spending review… Una «colomba» col becco affilato, insomma, se si parla di austerità.

A essere cambiato rispetto al 2011 è il ruolo dell’Ue: dieci anni fa, il quadro dominante era quello dell’austerità, e Monti arrivava per tagliare, mentre oltre siamo nella fase del Recovery Fund, e Draghi arriva per spendere 209 miliardi di euro, tra finanziamenti diretti e prestiti. Mentre la popolarità di Monti si andò rapidamente a schiantare contro misure come la riforma Fornero delle pensioni, Draghi potrebbe avere margini per costruire consenso intorno a politiche di investimento se non di redistribuzione. Tecnico non deve per forza significare macelleria sociale, quantomeno non in partenza. Le risorse del Next Generation Eu, d’altra parte, non vanno ingigantite, e andranno principalmente a sostenere spese che sarebbero state fatte comunque, seppure a debito.

In ogni caso, un governo privo di accountability democratica, un governo che non deve rispondere a nessuno se non a un parlamento apertamente delegittimato dalla scelta stessa di affidare l’esecutivo a personaggi esterni alla politica, resta un governo potenzialmente molto pericoloso per le classi popolari. La logica del «coraggio di fare le riforme impopolari che i politici non possono fare» è strutturalmente autoritaria e classista: presuppone che il consenso popolare, in particolare dei settori sociali non abbastanza «illuminati» da saper riconoscere il bene economico supremo, sia un fattore di corruzione e distorsione delle decisioni politiche, e non, invece, l’elemento fondamentale di una politica democratica.

In questo, va detto, l’annuncio dell’incarico a Draghi è una vittoria di Matteo Renzi e del pezzo di establishment economico e mediatico che ha sostenuto la sua offensiva delle ultime settimane. Il «governo dei migliori» tante volte evocato da Carlo Calenda sembra in arrivo. Ancora una volta, come già avvenuto nel 2011, l’élite economica, infastidita dalla presenza di una mediazione politica tra i propri desideri e le necessità della maggioranza delle persone, passa all’offensiva. Non è che con Conte fossero fuori dai giochi: tutt’altro, come dimostra la gestione della seconda ondata della pandemia. Ma la politica genera strutturalmente attrito, e proposte come il salario minimo o la patrimoniale, per quanto ben lontane dall’essere concretizzate, continuavano ad aleggiare, per non parlare del blocco dei licenziamenti. La tentazione di saltare la mediazione normalmente affidata a personaggi più o meno carismatici, da Silvio Berlusconi a Giuseppe Conte passando per Matteo Renzi, e prendere direttamente il potere, è sempre in agguato. Vedremo se il governo Draghi nascerà e quale sarà la sua composizione, ma di certo un’interlocuzione privilegiata, per il mondo della grande finanza, è assicurata: del resto, tra il 2002 e il 2005 Draghi è stato dirigente e azionista di Goldman Sachs, una delle più importanti banche d’affari al mondo.

L’impotenza della politica, la politica dell’impotenza

Dei tre maggiori partiti italiani, solo uno, il Movimento Cinque Stelle, per bocca del capo politico Vito Crimi, si è espresso in modo nettamente contrario alla formazione del governo Draghi. Il segretario del Pd Zingaretti ha ringraziato il Quirinale per un’iniziativa che «ha posto rimedio al disastro provocato dall’irresponsabile scelta della crisi» e ha annunciato che i dem saranno «pronti al confronto per garantire l’affermazione del bene comune del Paese». Ancora più ambigue le parole del leader della Lega Matteo Salvini, che in una lunga diretta Facebook ha continuato a chiedere le elezioni ma allo stesso tempo si è dichiarato disponibile a un governo Draghi, seppure di breve durata e lasciando libera la Lega di portare avanti le proprie battaglie.

L’impressione è che Pd e Lega sappiano bene che dire di no a Draghi significa lanciare un messaggio di ostilità alle istituzioni Ue, ai governi europei e al mondo della finanza. Entrambi danno l’impressione di non volere questo governo ma di non aver alcuna intenzione di opporvisi apertamente. Il Pd, in particolare, pare tornato vittima della sua storica sindrome da «responsabilità istituzionale» che già lo portò a un crollo di consensi senza precedenti negli anni di Monti. Da una parte c’è la difficoltà di sottrarsi a un tentativo accompagnato da un alone di inevitabilità come quello di Draghi, dall’altra il timore che, come avvenuto dieci anni fa, possa essere l’opposizione, incarnata in questo caso dalla destra di Giorgia Meloni, se non di Salvini, a capitalizzare la futura impopolarità del governo tecnico. L’impressione è che nessuno voglia questo governo ma che in fondo possa fare un po’ comodo a tutti non assumersi direttamente la responsabilità dell’esecutivo in questa fase.

Il Movimento Cinque Stelle è particolarmente sotto pressione: per il partito uscito vincitore dalle elezioni del 2018, lasciare il governo, dopo esserci stato sia con la Lega sia con il Pd, sarebbe una sconfitta. Ma, per quanto trasformato in senso governista, può il M5S populista nato dal V-Day ed esploso nell’opposizione a Monti sostenere un governo tecnico guidato da Draghi? In un senso o nell’altro, ogni scelta sarà dolorosa e sancirà di fatto la sconfitta dal tentativo della scalata grillina alle istituzioni.

A sinistra, non si registrano per ora prese di posizione né del gruppo parlamentare di Liberi e Uguali, né dei due partiti (Sinistra Italiana e Articolo1-Mdp) che lo compongono, e c’è da scommettere che l’eventualità di sostenere o meno il governo sarà un elemento di divisione interna, soprattutto se Pd e M5S dovessero prendere strade diverse. E questo è forse il punto politico più evidente di queste ore: se lo scopo di Renzi era far saltare il governo Conte per far saltare il nuovo centrosinistra che a suo sostegno si stava costruendo come unica alternativa credibile alla destra salviniana, va detto che è stato raggiunto. Se il Pd sostenesse Draghi e il M5S no, Renzi avrebbe fatto esplodere la coalizione e potrebbe ora portare avanti liberamente il suo tentativo di costruzione di un polo liberista macroniano, verso cui attrarre vasti settori del Pd come di Forza Italia, per diventare nel tempo l’unica alternativa alla destra reazionaria.

Uno scenario tutt’altro che concreto, ma che il governo tecnico senza dubbio avvicinerebbe. Una politica impotente e sotto ricatto, pesantemente delegittimata, si trova un’altra volta a subire scelte fatte altrove e a sostenere un governo non espressione di alcuna rappresentanza democratica e nessun radicamento sociale. Ma se ciò avviene, non si può non ricordarlo, è perché questo nuovo centrosinistra si è sciolto come neve al sole di fronte all’attacco renziano e confindustriale, non essendosi costruito nessuna reale base sociale di consenso nelle classi popolari. In tanti hanno twittato contro Renzi, ma nessuno è sceso in piazza per Conte. Esattamente come dieci anni fa, l’offensiva della tecnocrazia liberista non si trova di fronte organizzazioni democratiche di massa, profondamente radicate nella società e forti della popolarità di un programma di avanzamento sociale chiaro e credibile (redistribuzione fiscale, welfare universale, riduzione dell’orario di lavoro, conversione ecologica dell’economia, parità salariale, congedo parentale universale, matrimonio egualitario), bensì un centrosinistra impegnato a mediare sulla gestione dell’austerità.

Sappiamo come finì allora. Dal crollo di quel centrosinistra nacque l’esplosione elettorale del M5S: non si intravedono, oggi, forze organizzate in grado di giocare un simile ruolo. Le opportunità per la mobilitazione sociale e la sua verticalizzazione politica non mancheranno: la marmotta, per ora, si limita a indicare che l’inverno sarà ancora lungo.

*Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).

Nel tritacarne dei giornaloni e giornalisti per non farci capire niente ma la storia ci racconta un'altra cosa

SuperMario, e il porto sicuro in cui approdò il Titanic

di Simone Luciani
3 febbraio 2021

Abbiamo un vincitore, ed è «La Stampa». Nel rito pagano dei Baccanali in onore del tecnico che arriva e salverà (indubbiamente…) il Paese, nella zuccherosa, colesterolemica orgia di ritratti e bozzetti in lode del deus ex machina della tragedia (amara, invece, amarissima) di un’Italia lacerata a livello sanitario, economico, sociale e psicologico, per distacco è il quotidiano torinese, già della famiglia Agnelli, già di De Benedetti, di nuovo della famiglia Agnelli, a sbaragliare la concorrenza e stendere gli avversari con una combinazione montante-jab-montante cui nessun organo di stampa potrebbe resistere.

E sì che i giornaloni ce l’hanno messa tutta, nella gara a portare l’omaggio più gradito. Non uno che manchi all’appello, in biografie a tutta pagina che somigliano a un elenco di trofei degno delle teche in vetro del Barcellona. Una laurea con Caffè di qua (chissà che direbbe, a proposito…), un dottorato di là, una medaglia su, un civil servant di giù, il whatever it takes che troviamo a pagine unificate praticamente ovunque.

Ma – per non lasciarsi sfuggire la preziosa gara -, proprio nessuno è riuscito nella combinazione a tre de «La Stampa». Anzitutto, ritrattone in prima pagina di Mattarella e Draghi sorridenti, nominati «I costruttori» (bacchettata di demerito va a «La Repubblica», che si fa autogol andando a pescare due disturbanti foto in mascherina). E poi, non è sufficiente al quotidiano diretto da Massimo Giannini la profezia di Marcello Sorgi «Ha salvato l’Europa, ora curerà il Paese». Rincara infatti la dose Alessandro Barbera con un sobrio «Ecco SuperMario, tutto è possibile». Tutto cosa? «Dovrà salire sul Titanic Italia e restarci fino a quando non sarà approdato nel porto sicuro della crescita». Ora, lasciamo perdere che il Titanic non approdò in alcun porto, tantomeno sicuro. Lui può, perché «è la seconda volta che la Storia gli chiede di risollevare l’Italia dal peggio». La Storia con la S maiuscola, giacché nella storia con la minuscola, invece, racconta che cofirmò le letterine che mandarono in tilt il debito.

Di fronte a tanto, non basta (ci dispiace, ma non basta) un «La missione di SuperMario dalla Bce a Palazzo Chigi» di Francesco Manacorda su «La Repubblica». Il titolo non rende lo spirito di un articolo che raccoglie stralci gloriosi dei discorsi di Draghi, insignito, tra l’altro, di un prestigioso primato sul Covid: una «catastrofe», e «Draghi è stato uno dei primi a chiamarla così». Non risulta, a dire il vero, che altri la chiamino «festa» o «Carnevale» e quindi, se vi par poco, a pagina 5 è Domenico Siniscalco a esprimere uno sfumatissimo giudizio sul premier in pectore: «Nelle ore difficili l’Italia sceglie sempre i migliori». Punto, due punti, punto e virgola.

Al di solito materialissimo «Sole 24 Ore», dunque, non resta che darsi alla religione: in certe osservazioni di Draghi «sembra un po’ di leggere alcuni passaggi dei documenti economici di Bergoglio». Anzi che non hanno tirato in ballo direttamente il Poverello d’Assisi.

Scompare, in tutte queste ricostruzioni, la vicenda dello yacht Britannia. Scompare un po’ ovunque, salvo due eccezioni. Una è (onore al merito) il «Corriere della Sera», che si limita a ricordare che «sarà attaccato per aver voluto vedere gli investitori finanziari sul panfilo Britannia della Regina Elisabetta». Un po’ pochino, ma dai: accontentiamoci.

E poi, c’è l’altra eccezione: «Domani» di Stefano Feltri. Il direttore, sullo yacht Britannia ci costruisce l’intero editoriale, che titola: «Rileggere il discorso del Britannia per capire le idee di Draghi su stato e mercato». E allora, rileggiamo un passaggio scelto a random: «Poiché le privatizzazioni sono così cruciali nello sforzo riformatore del Paese, i mercati le vedono come il test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale. E i mercati sono pronti a ricompensare l’Italia, come hanno fatto in altre occasioni, per l’azione in questa direzione.» ‘Anfatti…

Se Euroimbecilandia tira un sospiro di sollievo se Washington lo osanna significa che per noi popolo bue arrivano le mazzate più tremende ammaliate da riformismo e speranze poste chiaramente sempre nel futuro mentre oggi ci bastonano senza pietà

Il “partito di Draghi”: chi lo sponsorizza tra Usa, Europa e Vaticano

di Andrea Muratore
4 febbraio 2021

Mario Draghi ha accettato l’offerta di Sergio Mattarella per formare un esecutivo di alto profilo capace di dare al Paese le risposte alle crisi lasciate aperte dal governo Conte II sul fronte politico, economico, sanitario. Una mossa, quella del presidente della Repubblica, che può essere letta sotto diverse prospettive. In primo luogo come l’iniziativa personale che ai sensi della Costituzione gli è garantita una volta esauritasi la fase di consultazione tra le forze politiche che ha mostrato l’incapacità di M5S, Pd, LeU e Italia Viva di confermare la loro alleanza. In secondo luogo, come una presa di posizione discrezionale rispetto alla possibilità di elezioni anticipate, che il Quirinale intende riservarsi come extrema ratio. In terzo luogo, poi, come la speranza che Draghi, prendendo il posto di Conte, possa garantire la leadership necessaria a federare un programma comune.

C’è però un aspetto fondamentale del processo di nomina di Draghi che è legato a dinamiche non completamente connesse al contesto italiano, ma che richiamano importanti scenari internazionali.

Scenari che, è bene ricordarlo, Mattarella nell’analisi delle sue scelte a disposizione tiene profondamente in considerazione, complice il ruolo di referente principale delle cancellerie internazionali assunto negli ultimi tempi dal Quirinale e un fondamentale caposaldo della dottrina presidenziale: la garanzia che ogni governo mantenga un saldo ancoraggio a Stati Uniti e Unione Europea. E questo movente appare estremamente solido come giustificazione della nomina di una figura dello standing di Draghi.

Due centri di potere, in particolar modo, guardano con grande interesse a Draghi: Bruxelles e Washington. L’Unione Europea, secondo Tpi, vede nell’ex governatore Bce la personalità adatta ad evitare che un flop dell’Italia faccia di fatto tramontare le prospettive di successo del Recovery Fund. Ed è probabile che le cancellerie europee e la Commissione abbiano di fatto bocciato “Giuseppi” proprio per il piano “insufficiente e lacunoso” presentato dai giallorossi: “il piano italiano era molto criticato nei palazzi del potere internazionale: il governo uscente veniva ritenuto non in grado di gestire adeguatamente tutti quei soldi”. Leader come Angela Merkel e Emmanuel Macron hanno da tempo relegato Conte in seconda fila; Ursula von der Leyen di recente ha scatenato il “falco” Valdis Dombrovskis contro le strategie giallorosse. Il difficile tentativo di accreditare in senso europeista l’operazione “responsabili” e il suo fallimento hanno sbriciolato la residuale utilità di Conte per l’establishment comunitario.

Draghi è una figura in grado di ottenere forti consensi anche nella nuova amministrazione americana. In primo luogo, è tra le figure maggiormente tenute d’occhio dall’establishment a stelle e strisce sin dai tempi della Bce. “Vorrei avere Draghi al suo posto”. Con questa semplice frase Donald Trump nel giugno 2019 stigmatizzò il comportamento politico del governatore della Fed Jerome Powell. Joseph LaPalombara, decano dei politologi americani e vicino ai democratici, lo ha citato come uno dei premier ideali per ottenere credito agli occhi di Joe Biden e dei suoi. Per Washington, inoltre, Draghi rappresenta una garanzia anche in virtù delle sue conoscenze oltre Atlantico, maturate ai tempi di Goldman Sachs, e della fiducia accordatagli da Barack Obama dopo la sua nomina alla guida della Bce, che vide gli Usa sponsor del banchiere romano come utile antemurale all’ottuso rigore di Angela Merkel che deprimeva la ripresa dell’economia globale.

In un editoriale su Formiche l’economista Giulio Sapelli ricorda anche che Draghi fu nominato alla Bce con il favore degli americani. Per Sapelli, inoltre, Ue e Usa vogliono fare affidamento su Draghi perché ritenuto l’uomo adatto a far sì che l’Italia promuova un’agenda espansiva capace di far corrispondere all’aumento del debito pubblico e delle passività accumulate dalla pandemia e dalla crisi economica una crescita produttiva e industriale. “Solo la generazione di valore capitalistico può compensare la necessità dell’aumento del debito pubblico europeo necessario per sostenere socialmente la ripresa del dopo pandemia”, sottolinea il navigato accademico torinese. “Una politica possibile se coordinata tra gli Stati firmatari dei trattati europei”, prosegue Sapelli e diretta a procedere nella continuità della centralizzazione capitalistica e quindi della catene di fornitura dei nodi produttivi europei e mondiali che hanno nell’ Italia un punto di snodo delicatissimo tra Est e Ovest, tra Sud e Nord del mondo”.

In entrambi i casi parliamo di apparati internazionali che hanno, in passato, cercato di trasformare Conte in un uomo dei loro e, giocoforza, durante la pandemia ci hanno interloquito approfonditamente. Salvo poi delegittimarlo mano a mano che la sua coalizione si sfaldava.

A dicembre, commentando l’ipotesi di un governo Draghi per il 2021, sottolineavamo che un’ulteriore cancelleria che, a suo tempo, aveva visto in Conte un interlocutore credibile ma che invece guardava con interesse a Draghi: il Vaticano. Draghi, fresco membro della Pontifica Accademia delle Scienze Sociali e ospite all’ultimo meeting di Comunione e Liberazione, non manca di solidi appoggi anche dentro le Mura Leonine.

Mattarella ha sicuramente tenuto in conto queste dinamiche nel valutare se giocare e in che modo la carta Draghi. Una mossa che da un lato spiazza i partiti che componevano la maggioranza giallorossa, “commissariandoli” con la chiamata di un Papa straniero a guidare un governo istituzionale e dall’altro certifica il ruolo del Quirinale come cuore pulsante delle strategie nazionali italiane. Cui Draghi, implicitamente e con la sua sola presenza in qualità di “riserva della Repubblica”, partecipava da tempo.

Il “tecnico” Draghi è sotto certi punti di vista ben più abituato a fare alta politica di molti esponenti dell’esecutivo uscente, Conte incluso, per la complessità delle cariche apicali ricoperte e in questo senso offre a Mattarella una garanzia di un completo rispetto dei due presupposti della sua dottrina (diga contro crisi “al buio” e affidabile garanzia dell’ancoraggio euroatlantico) che lo hanno guidato alle scelte anti-crisi. Ma la vera sfida di Draghi non sarà senz’altro quella di apparire l’ideale recettore degli interessi del mondo nei confronti dell’Italia, ma di costruire un’agenda politica incisiva per rilanciare un Paese scosso alle fondamenta dalla crisi e dalla pandemia. Vaste programme, potrebbe dire il generale De Gaulle. Un programma che impone ragionamenti discrezionali e di ordini politico. La cui attuazione avrà il terminale decisivo nel banchiere più celebre del pianeta, chiamato a ricoprire un ruolo per lui inedito come guida di un ente politico.

Poveri noi italiani messi nel tritacarne delle televisioni dove non capiamo, perché NON vogliono farci capire che lo stregone maledetto ammantato e glorificato nella sua aurea di competenza esperienza è tornato per massacrarci facendoci credere al sol dell'avvenire

Draghi, il pilota automatico dei mercati

di Marco Bersani
4 febbraio 2021

"L’Italia è in guerra. Ha un comando e degli alleati. L’attende, non si sa quando, un dopoguerra molto difficile, dato che era entrata in guerra già in condizioni di debolezza cronica. (..) oggi vi sono ragioni eccezionali per non curarsi troppo dell’aumento del debito, ma presto verrà reintrodotta una disciplina di disavanzi e debiti pubblici, e noi più di altri arriveremo a quell’appuntamento dopo l’impennata di questi anni; inoltre, la «revisione strategica» della politica della Bce, che Christine Lagarde ha avviato, difficilmente permetterà di fare affidamento a lungo sulla possibilità di finanziare a costo zero il disavanzo italiano”.

Sono le parole con le quali, non più tardi di due settimane fa, il senatore Monti, fratello gemello per via paterna -Goldman Sachs- del neo incaricato Mario Draghi, esprimeva una stiracchiata fiducia all'allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Più che una dichiarazione di fiducia, le parole di Monti sono sembrate un viatico all'avvicendamento, che da ieri è divenuto realtà con l’incarico a Mario Draghi a formare un governo, e la conferma di come ad ogni crisi corrisponda un commissariamento della politica e della democrazia (così fu con Ciampi dopo tangentopoli e con lo stesso Monti dopo la crisi finanziaria del decennio scorso).

L’obiettivo è un governo di “salute pubblica”, che, in un Paese immerso nella pandemia e con un piano vaccinale che procede alla “lasciate ogni Speranza o voi che entrate”, appare un vero e proprio ossimoro.

Arriva dunque Supermario a mettere finalmente ordine in palazzi istituzionali dove è bastato un piccolo narciso a far saltare le magnifiche sorti e progressive di un governo e del suo Recovery Plan che si poneva nientepopodimeno che l’obiettivo di un “nuovo Rinascimento italiano”.

E arriva con le forze politiche pronte a far da damigelle trasversali e un coro di luoghi comuni a tributarne il passaggio: “Ha salvato l’Europa, è l’uomo giusto per l’Italia”, “Finalmente qualcuno che saprà come spendere i soldi del Next Generation Ue”, “Adesso in Europa andremo a testa alta”, “Basta con la burocrazia, ecco uno che decide” e via cantando.

La narrazione mainstream racconta l’arrivo di Mario Draghi come l’avvento della competenza a fronte dell’improvvisazione, della capacità strategica di fronte al vivacchiare alla giornata, dell’autorevolezza contro l’irrilevanza. Ammessa la parte di vero di queste qualità, niente essendo neutro, occorre forse capire al servizio di cosa verranno spese.

Per rispondere al quesito, forse aiuta fare alcuni passi indietro nella biografia politica ed economica del grande devoto di S. Ignazio di Loyola.

a) la festa alla Res publica

“Il Maestro della Casa Reale ha avuto l’ordine dalla Regina di invitarla a bordo del Britannia, lo Yacht di Sua Maestà” fu questo l’aulico invito con il quale, il 2 giugno 1992, banchieri italiani, boiardi e grand commis di Stato salirono a bordo del panfilo più blasonato del mondo, che, in viaggio per Malta, fece una sosta al porto di Civitavecchia. A bordo non cavalieri e dame, ma finanzieri della società “British Invisibles”, una sorta di Confindustria delle imprese finanziarie. L’oggetto dell’incontro era l’imminente avvio del capitolo delle privatizzazioni in Italia e fra i partecipanti, il cui elenco preciso non si è mai saputo con certezza, non è mai stata messa in dubbio la presenza di Mario Draghi, divenuto l’anno prima Direttore Generale del Ministero del Tesoro.

Il 2 giugno del 1992 era festa della Repubblica, ma quel giorno ciò a cui si diede avvio fu la festa alla Res publica che attraversò l’intero decennio, certificata con queste parole nel Libro Bianco sulle privatizzazioni, curato nel 2001 dal Dipartimento del Tesoro: “Questo ‘Libro Bianco’ sulle Privatizzazioni vede la luce al termine di una legislatura nel corso della quale tutti gli obiettivi di dismissioni che erano stati stabiliti sono stati raggiunti e superati. La legislatura si conclude, infatti, con la pressoché totale fuoruscita dello Stato dalla maggior parte dei settori imprenditoriali dei quali, per oltre mezzo secolo, era stato, nel bene e nel male, titolare.”

Il 2001 è anche l’anno del passaggio di Mario Draghi dalla Direzione Generale del Ministero del Tesoro a Vice Chairman e Managing Director di Goldman Sachs (una delle più grandi banche d’affari del mondo) per guidarne le strategie europee.

b) la parentesi greca

Mario Draghi rimase alla Goldman Sachs fino al 2005, in quella che per lui fu una breve parentesi, ma per la popolazione greca fu l’inizio dell’incubo. Fu infatti alla Goldman Sachs che si rivolse nel 2001 l’allora governo greco, che aveva la stretta necessità di ridurre i parametri del debito pubblico per poter entrare nell’Unione europea. L’aiuto consistette in un contratto finanziario derivato che permise al governo greco di occultare 2,8 miliardi dal bilancio, la cifra necessaria per mostrare i conti in ordine. Per finanziare il primo swap, la Grecia ne sottoscrisse con Goldman Sachs un secondo, che in breve tempo, complici le turbolenze finanziarie successive all’attentato alle Torri Gemelle, fece esplodere i conti e diede l’avvio alla crisi greca che ormai tutti conosciamo. Sebbene non sia stato Mario Draghi in persona a condurre queste operazioni, difficile credere che siano avvenute a sua insaputa.

c) caro amico ti scrivo

Dal 2005 al 2011, il nostro diventa Governatore della Banca d’Italia e chiude il suo mandato con l’ormai celebre lettera, inviata da lui e dall’allora presidente della Banca Centrale Europea al governo italiano, dando il via alla costruzione artificiale della trappola del debito. Nella lettera si chiedono esplicitamente:
  1. la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali, in particolare nella fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala (erano passati solo due mesi dal vittorioso referendum per l’acqua pubblica);
  2. la riforma dei contratti di lavoro per rendere i contratti aziendali “più rilevanti” rispetto a quelli nazionali; la riforma dei licenziamenti accompagnata da un sistema di assicurazione sulla disoccupazione e di ricollocamento al lavoro;
  3. l’anticipo sul conseguimento del pareggio di bilancio “principalmente attraverso tagli di spesa”, in particolare sulle pensioni e sul pubblico impiego, se necessario riducendo gli stipendi; l’introduzione di una “clausola di riduzione automatica del deficit”; la messa “sotto stretto controllo” dell’indebitamento delle Regioni e degli enti locali anche con “una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio”.
  4. la riforma in senso aziendalista e privatistico dell’amministrazione pubblica.
d) whatever it takes

“Tutto ciò che serve” fu il motto che ha reso famoso Mario Draghi nel ruolo di Presidente della Banca Centrale Europa, ricoperto dal 2011 al 2019. Una politica monetaria basata su massicce iniezioni di liquidità finanziaria sui mercati, da tutti salutata come la salvezza dell’Europa.

Ma fu vera gloria? Non si direbbe. Perché, se, da una parte, la Bce ha messo una pezza per salvare i bilanci delle banche europee pieni di titoli tossici (concentrati per il 75% negli istituti di Francia e Germania) e di crediti deteriorati, e per non far crollare del tutto le economie di Paesi in difficoltà dall’altra, non ha raggiunto l’obiettivo dichiarato di far uscire l’eurozona dalla crisi. L’idea di immettere denaro nelle riserve bancarie, al fine di incentivare le banche a concedere prestiti a famiglie e imprese ha continuato ad essere l’illusione degli economisti mainstream: i dati del Quantitave Easing segnalano il fallimento del progetto: i prestiti alle famiglie sono aumentati meno dell’1%, mentre non più del 27% dell’espansione del bilancio della Bce si è tradotto in prestiti all’economia reale.

Ma un’altra sua storica frase del medesimo periodo andrebbe ricordata “i mercati non temono le elezioni, le riforme hanno il pilota automatico”. Con l’attuale incarico a Draghi potremmo così declinarla “i mercati non temono le elezioni, nel caso prendono il governo direttamente”.

Perché Mario Draghi ora

Visto il curriculum, dovrebbe essere ora più chiaro il perché dell’incarico a Mario Draghi. La pandemia ha aperto faglie gigantesche nella narrazione liberista, costringendo a sospendere in una notte la trappola del debito e i vincoli finanziari, attraverso i quali si è costruita per decenni la gabbia dell’austerità e delle privatizzazioni.

Non solo: ha reso evidente come una società fondata sul mercato non sia in grado di garantire protezione ad alcuno e come sia sempre più urgente e necessario uscire dall’economia del profitto per costruire un’alternativa di società fondata sul prendersi cura, sulla conversione ecologica della produzione, sui beni comuni, su garanzie di reddito e diritti per tutti, su una nuova democrazia partecipativa.

Sirene il cui canto può risvegliare una società frammentata, scientemente costretta a vivere nella solitudine competitiva, e produrre il terremoto della solidarietà e della cooperazione.

La possibilità di fare investimenti, straordinariamente concessa data l’enormità dell’emergenza, non deve produrre aspettative che facciano da detonatore a mobilitazioni sociali e a rivendicazioni di cambiamento sociale.

Dopo aver cantato le lodi di un’ Unione europea che apre i cordoni della borsa in soccorso dei suoi abitanti, è giunto il tempo che siano chiare a tutti almeno due cose: “il pasto non è gratis” e per averlo dovete fare le riforme (as usual); “la ricreazione è finita” e viene il tempo di far propria la filosofia morale di un altro emerito professore, Padoa Schioppa: “Le riforme devono essere guidate da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità“.

“Meno male che la gente non capisce il nostro sistema bancario e finanziario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione” disse l’industriale Henry Ford.

É passato un secolo da allora, è giunto il momento di capire e di agire.

E di farlo tutt* insieme.