L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 marzo 2021

11 marzo 2021 - Mauro Rango: curare il Covid a casa

13 marzo 2021 - News della settimana (5-12 mar. 2021)

Centomila vaccini cubani all'Iran mentre Eurimbecilandia non vuole usare lo Sputnik V per scelta ideologica

12 Marzo 2021 23:07

Cuba invia 100mila dosi di vaccino Soberana 02 all'Iran
La Redazione de l'AntiDiplomatico


Cuba avanza spedita e determinata nello sviluppo dei suoi vaccini anti Covid. Così mentre l’opulenta Europa non è capace di produrre un proprio vaccino ed è legata mani e piedi alle multinazionali del farmaco, l’isola ha annunciato l’invio di 100.000 dosi del suo vaccino Soberana 02 all'Istituto Pasteur dell'Iran, dove sarà testato nell’ambito delle sperimentazioni di terza fase dei siero cubano.

Il Gruppo di Biotecnologie e Industrie Farmaceutiche (BioCubaFarma) ha segnalato la spedizione sul proprio profilo ufficiale su Twitter, aggiungendo che questa consegna rientra nel programma di collaborazione cubana con altri Paesi, nello sviluppo di vaccini per fronteggiare la pandemia.

"Come parte della collaborazione con altri paesi nello sviluppo di vaccini contro la #COVID19, 100.000 dosi di #Soberana02 sono state inviate all'Istituto Pasteur dell'Iran, che saranno utilizzate negli studi clinici del paese. #CubaEsCiencia", ha twittato BioCubaFarma.
L'8 gennaio, il Finlay Vaccine Institute di Cuba e il Pasteur dell'Iran hanno firmato un accordo di collaborazione per integrare le prove cliniche di Soberana 02, uno dei cinque vaccini candidati anti covid-19 dell'isola caraibica.

La Fase II delle sperimentazioni cliniche di Soberana 02 è iniziata il 22 dicembre, quando i primi volontari hanno ricevuto l'immunizzazione, diventando così il primo vaccino latinoamericano a raggiungere quella fase.

L’istituto Finlay ha anche sviluppato Soberana 01, la cui sperimentazione clinica di fase I è iniziata alla fine dello scorso anno, e recentemente ha presentato Soberana Plus, progettato per i convalescenti dalla malattia.

Inoltre, Cuba ha altri due candidati vaccini contro la Covid-19, preparati presso il Centro di ingegneria genetica e biotecnologia: Abdala e Mambisa.

Lockdown per scelta ideologica, le rianimazioni non sono piene e i contagiati sono persone sanissime che sono positive ad un fantomatico test più e più volte detto che da falsi positivi

Lockdown: è ora di dire basta

Maurizio Blondet 13 Marzo 2021 
renovatio 21
di Roberto dal Bosco

Il governo Draghi – la compagine politicamente più estesa della storia d’Italia – ha deciso di perseverare nella politica della clausura indiscriminata.

È bene capire che stavolta è forse perfino peggio che con Conte: se prima lo scusante era la saturazione delle terapie intensive – e quindi un problema di allocazione di risorse che sovraccaricate potevano far collassare l’intero sistema sanitario e sociale – questa volta nemmeno c’è più quello.

Non può non essere chiaro che un lockdown di tre settimane non potrà che mettere totalmente in ginocchio il Paese. Del resto, non stupiamoci: è in ginocchio che ci vogliono

Ci sono i numeri, buttati lì, dei «casi». I «contagi». Questi numeri non indicano né «morti» (il cui numero abbiamo ragione di ritenere gonfiato dalla diagnosi COVID piuttosto facile fatta su qualsiasi decesso) né tantomeno i «malati»: si tratta in larghissima parte di asintomatici, paucisintomatici, nel peggiore dei casi si tratta di una stragrande maggioranza di persone che guariscono, come si guarisce dall’influenza, la quale – ricordiamolo – uccide ogni anni decine di migliaia di persone.

La zona rossa in partenza il prossimo lunedì – che in Alta Italia è pressoché totale – avverrà per decreto legge invece che per DPCM: Draghi ha recepito la lezione, i decreti boriosi del Conte-Casalino vengono disapplicati come è accaduto ieri con il giudice di Reggio che ha smontato il DPCM sulla base della costrizione anticostituzionale del non uscire di casa. Il decreto legge ha un valore diverso, e ce ne accorgeremo.

Non può non essere chiaro che un lockdown di tre settimane non potrà che mettere totalmente in ginocchio il Paese. Del resto, non stupiamoci: è in ginocchio che ci vogliono. Si tratta con ogni evidenza, a questo punto, di una guerra di sterminio – la distruzione definitiva di ciò che resta della classe media italiana dopo due decenni dall’inoculo di un altro virus cinese, quello economico della delocalizzazione e della deindustrializzazione.

Stupisce la presenza in questa manovra genocida di Salvini e della Lega Nord. Abbiamo visto chat di elettori leghisti increduli, inferociti. Il partito della classe media, il partito delle partite IVA, partecipa a questa lotta di classe con armi biologiche – una lotta impari in cui il Golia dello Stato, del para-Stato, del Superstato e con annesso il sistema di boiardi di mega-industrie e mega-banche schiaccia il Davide privato, per decreto legge, anche della fionda.

È vomitevole il paradosso per cui all’assenza totale di carisma del Presidente del Consiglio, circondato dal vuoto pneumatico ideale e morale dei partiti che lo sostengono, si corrisponda quest’Inferno punitivo e totalizzante.

È rivoltante che, in questi giorni, nemmeno si parla nemmeno più di «ristori» o delle altre balle con le quali promettono di darci qualche soldo pescandolo dalle nostre stesse tasche. No, non c’è più nemmeno il pudore di fingere che lo Stato esista per favorire – anzi, più primordialmente, proteggere – i suoi cittadini.

Lo Stato moderno è Moloch: un idolo pagano crudele alla cui fornace di fuoco sacrificare i nostri figli. (Del resto, è lo Stato dei milioni di feti ed embrioni uccisi a getto continuo; è lo Stato dei vecchietti ammazzati per legge e fra poco anche dei bambini; è lo Stato dello squartamento a cuor battente delle vittime di incidenti stradali).

Lo Stato-moderno, lo Stato-Moloch rivela tutta la sua malvagità proprio in questo momento: l’idolo demoniaco, a cui bisogna obbedire e basta, pretende ogni cosa, in cambio non dà nulla.

Vuole i nostri figli, sì. Quelli che grazie alla follia psico-pandemica (non solo la DAD, ma tutto il mondo di separazione e incertezza in cui li abbiamo gettati) stanno ammalandosi nel corpo e nella psiche, stanno regredendo in modo violento, stanno diventando ancora più dipendenti dagli schermi, stanno tentando il suicidio in numeri mai prima d’ora veduti.

Lo Stato moderno è Moloch: un idolo pagano crudele alla cui fornace di fuoco sacrificare i nostri figli, e rivela tutta la sua malvagità proprio in questo momento: bisogna obbedirgli e basta, pretende tutto, in cambio non dà nulla

Primogeniti, secondogeniti, terzogeniti: Moloch ora vuole tutto. Dimenticate il fatto che con la Zona Rossa, non potendoli portare a scuola o all’asilo, non saprete dove metterli mentre lavorate. Il danno è ben maggiore, la ferità interiore non è conosciuta. E ulteriori ferite saranno letteralmente d’obbligo: tamponi su per il naso ogni settimana, magari qualche prelievo, e ovviamente il bel vaccino giovanile in arrivo, anche oggi che – incredibile dictu – qualcuno sta iniziando a pensare (non a dire, ovvio) che in giro c’è un vaccino che potrebbe aver ammazzato un bel po’ di persone. (Inciso per gli ingenui: tutti i vaccini ammazzano le persone, soprattutto i vaccini COVID, tutti, che sono terapie geniche mai approvate prima per uso umano).

Il vaccino, il suo fallimento, è l’altro grande motivo che indica la ferrea volontà di morte che guida il nuovo lockdown. Avevamo pensato che, una volta vaccinati, saremmo tornati liberi. Per chi come noi è antivaccinista, era un bel problema, tuttavia mai avremmo immaginato che nemmeno a fronte dell’avvenuto siringamento della popolazione questi osassero continuare con la proterva clausura imposta alla Nazione tutta.

Sì, impongono il lockdown nonostante il vaccino.

Il lockdown, si diceva nel 2020, serviva ad aspettare il vaccino, a prendere tempo. Ora nemmeno più la ridicola foglia di fico.

Del resto non solo non sanno nemmeno se il vaccino protegga dal contagio (inciso per gli ingenui: i vaccini non proteggono dai contagi, chiedetelo alla Mongolia vaccinata al 99% per il morbillo eppure teatro di una epidemia notevole; chiedetelo all’Africa dove la polio è tornata proprio grazie ad un vaccino finanziato da Bill Gates), non sanno nemmeno, oggi, se il vaccino uccida o no le schiere di poliziotti, insegnanti, soldati, medici, bidelli, anziani che stanno morendo come mosche, giusto il tempo di scrivere «fatto» su Facebook per poi ritrovarteli, a mazzi, sui necrologi di tutta Italia.

Privazione dei diritti costituzionali, dei diritti umani, financo della nostra stessa natura di esseri viventi: la facoltà di muoversi per, ad esempio, fuggire, è una libertà nemmeno inquadrabile nelle carte costituzionali e nei «diritti umani», è pre-politica, pre-statale, pre-umana, è il grado zero della legge naturale, che vige persino per le bestie dei boschi, ma non più per i cittadini italiani

Non c’è più nemmeno la finzione della legittimità di ciò che stanno facendo – di ciò che ci stanno infliggendo. Privazione dei diritti costituzionali, dei diritti umani, financo della nostra stessa natura di esseri viventi: la facoltà di muoversi per, ad esempio, fuggire, è una libertà nemmeno inquadrabile nelle carte costituzionali e nei «diritti umani», è pre-politica, pre-statale, pre-umana, è il grado zero della legge naturale, che vige persino per le bestie dei boschi, ma non più per i cittadini italiani.

Davvero, non è rimasto più nulla di sostenibile. Nulla di razionale, nulla di giustificabile. Nulla di tollerabile più.

Per questo chiediamo a tutti, ora di dire basta. Non possiamo scrivere qui come organizzare la protesta (anche quella, un tempo, era un diritto), ma vi possiamo dire di aderirvi, con tutto il vostro cuore, la vostra rabbia, con tutta la miseria in cui ci hanno piombato.

I partiti sono in piedi per miracolo. Il PD ha finalmente mostrato la sua natura di piovra acefala: solo lunghi tentacoli e nemmeno più una testa. I 5 stelle non esistono più, e da qui in avanti, tramite statisti come Casaleggio-Grillo-Di Maio assisteremo a scene sempre più degradanti. Forza Italia va lasciata perdere nel buco nero delle Carfagne e dei Tajani. La Lega può essere corretta, perché non può non sapere che la sua base questo non può più accettarlo.

E poi Draghi: non ha esperienza, la sua politica non ha carisma, sa che è sostenuto dal nulla dei partiti, per cui – anche se sentisse il sostegno della sovrastruttura mondialista occulta e non – giocoforza deve temere l’unico fattore reale, imprevedibile, adirato, di tutta questa equazione: il popolo. Draghi può aver affamato la Grecia, ma l’Italia non è la Grecia.

Il Drago è vuoto: in pancia non ha fuoco da sputare, e basta aver ascoltato l’inascoltabile vuotezza del suo discorso di insediamento per comprenderlo. Non può non saperlo: le fiamme potrebbe essere che le sputerà qualcun altro – non il Drago di nome, ma il Drago di fatto.

Ora, ci aspettano tre settimane orrende, ma il peggio verrà poi. Le forme che assumeranno le proteste non ci sono note, ma noi vi preghiamo: aderite.

È ora di dire basta a Moloch. Si è preso i nostri stipendi, la nostra salute, la nostra gioia, i nostri figli. Non vuole fermarsi. Dobbiamo fermarlo noi.

Roberto Dal Bosco

Lo SPREAD dipende dagli acquisti della Bce e chi dice il contrario è un complottista che vuole nascondere la verità

Vi spiego come la Bce attiverà il pilota automatico

12 marzo 2021


Dopo un lieve rallentamento negli acquisti, la Bce di Lagarde non si pone limiti. I tedeschi abbozzeranno? L’analisi di Giuseppe Liturri

A quasi un anno da quel disastroso 12 marzo 2020 – quando la Presidente della Bce Christine Lagarde scatenò il panico sui mercati con l’ormai famoso “non siamo qui per chiudere gli spread” e corse ai ripari frettolosamente solo sei giorni dopo varando il programma straordinario di acquisti Pepp – la Lagarde continua a non brillare per capacità comunicativa, ma almeno oggi ci ha garantito che la Bce è consapevole dei problemi e promette di continuare ad acquistare generosamente e sufficientemente a lungo i titoli pubblici dei Paesi dell’eurozona. Ed i mercati hanno gradito, con il rendimento del Btp decennale sceso in pochi minuti da 0,65% a 0,58% e lo spread con Bund tedesco di nuovo sotto quota 100.

Il mantra ripetuto fino alla noia da Francoforte è quello delle “favorevoli condizioni finanziarie da preservare”, a qualsiasi costo. E se l’incremento dei tassi manifestatosi nelle ultime due settimane sul mercato dei titoli pubblici, porterà ad un indesiderato e prematuro irrigidimento delle condizioni finanziarie la Bce è pronta ad intervenire. Anzi, promette già di intervenire pigiando a fondo sull’acceleratore degli acquisti del programma Pepp, sfruttando al massimo la flessibilità consentitagli da tale programma, per quanto riguarda la distribuzione degli acquisti per scadenza e Paese emittente.

Tale programma è confermato nel suo ammontare massimo di 1.850 miliardi di acquisti almeno fino a marzo 2022 e, in ogni caso, fino a quando il Consiglio considererà terminata la fase critica dell’epidemia.

L’aumento del volume di acquisti, se necessario, potrà anche richiedere un aumento del plafond attuale. Ma, stando alle nostre simulazioni, la Bce ha ancora consistenti margini di incrementi degli acquisti mensili, restando entro l’attuale tetto massimo. Infatti, la media degli acquisti dell’ultimo bimestre è stata di 113 miliardi, e può crescere fino a 149 (+32%) nei successivi bimestri per sfruttare l’intero plafond disponibile.

La Lagarde ha confermato anche il prosieguo dei reinvestimenti dei proventi dei titoli in scadenza, almeno fino alla fine del 2023. In ogni caso il rientro sarà gestito in modo da evitare scossoni di alcuni tipo.

Confermato il programma APP (quello partito nel 2015 con Mario Draghi) a 20 miliardi al mese senza termine se non fino a poco prima della decisione di un eventuale rialzo dei tassi. Prospettiva remota, al momento. Allo stesso modo i reinvestimenti del APP proseguiranno per un lungo periodo di tempo successivamente al rialzo dei tassi.

Tutti i tassi sono rimasti invariati e si conferma la disponibilità per le banche dei finanziamenti con lo strumento TLTRO III.

Lo scenario macroeconomico previsto dagli economisti dell’Eurotower mostra una ulteriore contrazione del PIL nel primo trimestre 2021, dopo quella del quarto trimestre 2020. Ma confermano un +4% nel 2021.

Per l’inflazione, la Bce prevede solo incrementi dovuti ad una volatilità di breve termine, destinata a scomparire all’inizio del prossimo anno. A medio termine confermano le precedenti previsioni di 1,5% nel 2021, 1,2% nel 2022 e 1,4% nel 2023.

Non manca l’ennesimo richiamo all’importanza dello stimolo alla crescita derivante dai deficit dei bilanci pubblici nazionali e la nemmeno tanto celata preoccupazione che il Next Generation UE subisca dei ritardi a causa dei tempi necessari per la preparazione dei recovery plan da parte degli Stati membri, che dovranno essere poi valutati ed approvati, rispettivamente, da Commissione e Consiglio. Allo stesso modo, è critica anche la rapida ratifica da parte degli Stati membri della Decisione sulle Risorse proprie, senza la quale la UE non ha le garanzie necessarie per emettere titoli con rating tripla A sui mercati e finanziare quindi gli Stati.

Che le Bce abbia sufficienti munizioni ci viene confermato dai tre grafici seguenti che analizzano tre differenti fasi negli acquisti:
Maggio – agosto 2020, con gli acquisti del programma PEPP stabilmente sopra i 20 miliardi settimanali, soglia che poi viene superata al ribasso solo a luglio. Il programma PSPP (parte del APP che riguarda i titoli pubblici) resta stabilmente sotto i 10 miliardi/settimana.
Settembre – dicembre 2020: con gli acquisti Pepp stabilizzatisi nell’intervallo 15-20 miliardi settimanali ed acquisti netti del Pspp variabili in funzione dei rimborsi dei titoli in scadenza.

Gennaio – 5 marzo 2021: con acquisti del programma Pepp mediamente più bassi dei mesi precedenti ed acquisti del Pspp anch’essi più bassi della media precedente.


Nelle ultime 8 settimane la Bce ha gestito i mercati spingendo al minimo sull’acceleratore, tenendo le munizioni in serbo per momenti più turbolenti.

I movimenti rialzisti dei tassi sul mercato obbligazionario partiti dagli Usa nelle ultime settimane, sulla spinta del programma di spesa e crescita lanciata dal Presidente Biden, hanno suonato la sveglia per il consiglio direttivo della Bce e lo riporteranno presto sul sentiero di più consistenti acquisti di titoli.

Se i falchi tedeschi dovessero avere qualcosa in contrario, possono sempre far saltare l’eurozona, la loro gallina dalle uova d’oro. Devono solo scegliere.

D’altronde fu il tedesco Helmut Kohl ad offrire l’euro in dono a François Mitterand ed è del tutto legittimo, anche se improbabile, che il successore di Angela Merkel possa cambiare idea.

Nessun beneficio significativo con lockdown, i governanti ci hanno preso e ci continuano a prendere in giro per tenerci prigionieri in casa eliminando diritti costituzionali ed è VOLUTO

I lockdown hanno effetti positivi contro la pandemia? Report università di Stanford

12 marzo 2021


Che cosa emerge da una ricerca dell’Università di Stanford sull’incidenza del lockdown nella diffusione del Covid-19. Ecco le conclusioni pubblicate sull’European Journal of Clinical Investigation.

Il lockdown, la chiusura forzata di quasi tutte le attività e la quarantena della popolazione, non fermano il contagio del Covid-19. O almeno, non quanto si spera e dovrebbero.

A rivelarlo è uno studio dell’Università di Stanford, condotto da Eran Bendavid, Christopher Oh, Jay Bhattacharya e John PA Ioannidis, pubblicato sull’European Journal of Clinical Investigation.

Tutti i dettagli.

LO STUDIO

Gli scienziati hanno messo a confronto il trend di crescita dei contagi da Covid, tra marzo ed aprile 2020, in 10 Paesi del mondo, Inghilterra, Francia, Germania, Iran, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Corea del Sud, Svezia e Stati Uniti, analizzando quanto gli interventi non farmaceutici (NPI) più restrittivi abbiano inciso sul controllo della diffusione del Covid-19.

Lo studio, scrivono gli scienziati, aveva l’obiettivo di valutare “gli effetti sulla crescita dei casi epidemici di NPI più restrittivi (mrNPI), al di sopra e al di là di quelli di NPI meno restrittivi (lrNPI)”.

NESSUN BENEFICIO SIGNIFICATIVO CONTRO COVID CON LOCKDOWN

Se la maggior parte dei Paesi analizzati ha imposto lockdown e quarantene, Svezia e Corea del Sud non lo hanno fatto. E il confronto tra il trend di crescita dei contagi di questi due paesi con gli altri 8 mostra che interventi non farmaceutici più restrittivi non abbiano portato benefici significativi da giustificare i sacrifici della popolazione, sostengono gli esperti.

Se l’implementazione degli NPI ha sì portato a riduzioni significative della crescita dei casi in 9 paesi studiati su 10, così non è stati per le misure non farmaceutiche più restrittive: “Dopo aver sottratto gli effetti epidemici e lrNPI (NPI meno restrittivi, ndr), non troviamo alcun effetto benefico chiaro e significativo degli mrNPI (NPI più restrittivi, ndr) sulla crescita dei casi in nessun paese”.


LOCKDOWN E COVID: IL CASO DELLA FRANCIA

“In Francia – spiegano gli esperti – l’effetto degli NPI è stato del + 7% (IC 95%: −5% ‐19%) rispetto alla Svezia e del + 13% (−12% ‐38%) rispetto alla Corea del Sud (valori medi positivi pro ‐ contagio)”.

BENEFICI SIMILI SUL CONTROLLO DEL CONTAGIO ANCHE CON MISURE MENO RESTRITTIVE

Sono proprio questi numeri che portano gli esperti a sostenere che se è vero che “non si possano escludere piccoli benefici, non troviamo benefici significativi sulla crescita dei casi di NPI più restrittivi. Riduzioni simili nella crescita del caso possono essere ottenute con interventi meno restrittivi.”

CONSEGUENZE IMPORTANTI SULLA POPOLAZIONE

Ma la questione va ben oltre i piccoli benefici. Il lockdown, con la chiusura forzata delle attività, scrive oggi La Verità citando lo studio, ha anche avuto conseguenze rilevanti sulla popolazione. Tra queste “il crollo delle cure di altre patologie perché l’attenzione si è concentrata sul Covid, e quindi l’aumento di alcune malattie, la diffusione di forme di disagio psichico per mancanza di socialità, depressione, fino all’incremento di casi di violenze domestiche”.

Molinari direttore di Repubblica spaccia menzogne e balle spaziali. Lo Sputnik V è un vaccino formidabile, che difende il corpo umano in maniera superiore agli altri vaccini approvati in Euroimbecilandia ma dal momento che la Russia non vuole che gli euroimbecilli ficcano il naso nella produzione dello stesso allora non danno l'ok per usarlo. Se questo non è una scelta ideologica a prescxindere ci si chiede allora cos'è, imbecillaggine allo stato puro?

Usa, Russia, Cina, chi vincerà la corsa al vaccino. Parla Molinari

Di Francesco Bechis | 12/03/2021 - 


Gli Stati Uniti di Joe Biden usciranno vincitori dalla corsa globale al vaccino, dice il direttore di Repubblica Maurizio Molinari, Russia e Cina sfruttano la competizione per indebolire e dividere l’Occidente. Sputnik V? Il governo russo non spiega perché impedisce le ispezioni dell’Ema. Con il piano Giorgetti-Breton un’occasione unica per l’industria farmaceutica europea

Nuova partita, stesso schema. Dietro la “Guerra Fredda” dei vaccini si cela una strategia di Russia e Cina per guadagnare terreno sugli Stati Uniti e le democrazie occidentali. Nel medio periodo, come dimostra il successo diplomatico del vaccino Sputnik V, può sembrare una strategia vincente. Ma una volta terminata l’emergenza sanitaria il bilancio sarà invertito, dice a Formiche.net Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, in libreria con “Atlante del mondo che cambia” (Rizzoli).

Direttore, perché la corsa al vaccino contro il Covid-19 è una questione di sicurezza?

La pandemia e l’attuale campagna per i vaccini hanno confermato l’esistenza di una competizione di Russia e Cina nei confronti degli Stati Uniti e dell’Occidente. Dal 2016 questi due Stati stanno tentando di mutare a loro favore l’equilibrio internazionale, cercando di dividere gli Stati Uniti dall’Europa e fomentando instabilità all’interno di entrambi. L’emergenza sanitaria ha accelerato questo processo.

Chi è avanti nella competizione?

Apparentemente il vantaggio è della Cina. Perché prima di tutti è uscita dalla pandemia e ha rilanciato la sua economia. Il governo cinese dispone di vaccini che, anche se non approvati dalle autorità americane ed europee, riescono a proteggere una parte importante della popolazione.

La Russia insegue?

Ha il vantaggio di essere arrivata per prima alla produzione di un vaccino, lo Sputnik V, e ha iniziato a esportarlo, a differenza dei vaccini cinesi, che sono in gran parte destinati al mercato interno e in secondo luogo all’Africa e all’Asia. La Russia ha vaccinato solo una percentuale minima della sua popolazione, ma sta destinando importanti risorse per creare un sistema di produzione esterno ed esportare Sputnik ovunque possibile, dal Sud America all’Europa.

Chi vincerà nel lungo periodo?

Gli Stati Uniti. Sono la nazione che sta uscendo più forte dalla crisi della pandemia. Perché il vaccino è stato creato in dieci mesi, un record, da due start-up. Una americana, Moderna, e una tedesca, BioNTech, che è riuscita a sviluppare il farmaco grazie alla produzione statunitense.

Qual è la ragione alla base del successo americano?

La produzione dei vaccini si basa sulle biotecnologie, non su metodi tradizionali come nel caso cinese e russo. Da quando gli Stati Uniti hanno iniziato a produrre su scala industriale il vaccino, grazie alle grandi compagnie americane che hanno messo a disposizione i propri stabilimenti, hanno dato il via a un ritmo di vaccinazioni che non ha pari nel resto del mondo.

Quanto manca al traguardo?

Come ha annunciato il presidente Joe Biden, è realistico pensare che, ai ritmi attuali, le vaccinazioni in America saranno terminate a fine maggio. Da quel momento non solo l’economia americana potrà ripartire, ma il sistema di produzione dei vaccini sarà destinato all’estero. L’America si sta preparando a un vero e proprio Piano Marshall vaccinale.

L’Ue invece arranca. Cosa insegna l’esperienza statunitense?

Il sistema America ha fatto la differenza. I due miliardi di dollari stanziati da Trump a favore della ricerca hanno prodotto i vaccini. E la scelta di Biden di affidare la distribuzione al Pentagono ha sovrapposto l’apparato militare a quello industriale, fino a raggiungere un ritmo di vaccinazioni senza eguali nel mondo. Chiese, moschee, sinagoghe, centri commerciali, caserme oggi sono aperte per permettere a tutti di vaccinarsi.

Torniamo a Sputnik V. Ci sono criticità?

Chi ha esaminato Sputnik V in Occidente sostiene che è un vaccino formidabile, che difende il corpo umano in maniera superiore agli altri vaccini attualmente approvati in Europa. C’è un problema.

Quale?

L’Ema, l’agenzia europea del farmaco, non può approvare Sputnik V finché i russi non aprono le proprie strutture di produzione alle istituzioni europee. Perché la Russia continua ad opporsi a queste ispezioni? Qui si entra nel campo delle speculazioni, che non ci appartengono. Personalmente non credo che ci sia un pregiudizio antirusso a Bruxelles. Credo piuttosto che la Commissione sia in grande difficoltà e avrebbe bisogno di avallare il vaccino di Mosca, se solo potesse ottenere le informazioni necessarie.

In Italia c’è un pressing trasversale per produrre il vaccino russo. Un’azienda italo-svizzera, Adienne, ha annunciato l’avvio della produzione per il prossimo luglio. Nel frattempo la Lega di Matteo Salvini chiede di accelerare i tempi.

Questi forzature non possono avere esito in Ue senza un’autorizzazione ufficiale dall’Ema. Per di più non centrano il cuore della questione. La Russia non punta a distribuire il vaccino in Europa, quanto a produrlo in Europa per esportarlo in altri Paesi dove non è richiesta l’autorizzazione dell’Ema, come in Africa o in America Latina.

Lo Sputnik in Europa è solo di passaggio?

La destinazione finale non è il continente. Gli impianti produttivi richiesti per sviluppare il vaccino sono molto sofisticati, richiedono una molteplicità di competenze e strutture che, ad oggi, mancano in Russia. Siglare contratti con gli stabilimenti europei permette al governo russo di esportare all’estero il farmaco.

Perché l’Europa dovrebbe preoccuparsi?

Perché si trova di fronte a due problemi. Il primo: Sputnik V diventerebbe un medicinale prodotto in Europa, dove però non sarebbe legale. Il secondo: la Commissione Ue sta cercando con un certo affanno infrastrutture industriali per produrre vaccini autorizzati che possano essere distribuiti alla popolazione europea. Se una parte delle infrastrutture farmaceutiche è impegnata a produrre il vaccino russo e inviarlo in Africa, si può porre un problema strategico.

Un problema che potrebbe riguardare da vicino l’Italia. In caso di necessità il governo può esercitare il golden power per tutelare le strutture di produzione?

Io credo che non si arriverà neanche all’esercizio teorico del golden power, per un motivo semplice: con Draghi alla guida l’Italia rispetterà le regole europee. Potrà tentare di modificarle a proprio vantaggio: lo abbiamo visto quando il presidente del Consiglio è intervenuto per bloccare l’export di AstraZeneca verso l’Australia. Ma non permetterà la produzione di materiale non consentito. Qualunque tentativo di accelerare è destinato a non avere seguito.

Il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti sta lavorando insieme al commissario Ue Thierry Breton a un progetto di riconversione industriale che permetta nel medio periodo di produrre i vaccini autorizzati in Italia.

Penso che questa iniziativa vada nella direzione giusta e intercetti la vera sfida della pandemia. L’Europa si deve dotare di strutture di produzione per avere vaccini per 300 milioni di abitanti, almeno due volte l’anno, ragionevolmente per i prossimi dieci anni. Non solo: se dovessero esserci nuovi virus e pandemie, servirebbe un’infrastruttura in grado di produrre i vaccini in fretta. Il piano per la riconversione può offrire all’Italia la possibilità di tornare a investire nell’industria farmaceutica, un comparto che è parte integrante della nostra storia industriale.

Che ruolo può svolgere l’Europa in questo scenario?

Ha una grande occasione. Come è possibile che aziende con una forte presenza in Europa non siano state in grado di sviluppare il vaccino? È possibile perché l’industria europea della farmaceutica è al di sotto delle sue possibilità. Ue e Nato devono porsi insieme la necessità di avere infrastrutture civili in grado di proteggere la salute pubblica.

Costanzo Preve - Questa è la prima epoca della storia in cui gli uomini che passano per colti sono più ignoranti degli uomini qualunque, cioè delle persone semplici

La profezia di Vico si è avverata

di Corrado Ocone11 Marzo 2021


Costanzo Preve, un eccentrico e isolato pensatore marxista torinese, morto da qualche anno, diceva che questa è la prima epoca della storia in cui gli uomini che passano per colti sono più ignoranti degli uomini qualunque, cioè delle persone semplici. Non so sinceramente se avesse ragione, ma leggendo di notizie che quotidianamente arrivano dal mondo intellettuale, editoriale, universitario, l’impressione è che tutti i torti in fondo Preve non avesse. Per non parlare dell’uso che persone da cui non te lo aspetteresti fanno di quelle parole-civetta, da “resilienza” a “sostenibilità”, che servono a coprire, con un’aria modaiola, il vuoto di pensiero che spesso c’è dietro.

Pure il recente dibattito sui meccanismi di valutazione in ambito universitario sembra girare a vuoto, con la pretesa di aggiungere criteri qualitativi ad altri solo quantitativi senza che nessuno si accorga del fatto che, con questo conato misuratorio e iper-razionalistico, anche la qualità viene quantizzata e quindi diventa altro da sé. Ma non è poi una forma estrema di razionalismo, che proprio per questo perde la sua base reale e si converte nel suo contrario, tutto l’universo che definiamo del “politicamente corretto”, di cui tanti intellettuali si fanno corifei? Con i suoi assurdi e spesso illiberali divieti, esso vorrebbe mettere le “brache al mondo” per renderlo, vasto programma, migliore e appunto più “sostenibile”!

Proprio in questi giorni è arrivata la notizia dall’Olanda che una rinomata scrittrice a cui era stata affidata la traduzione delle poesie di Amanda Gorma, la poetessa star della cerimonia di insediamento di Biden, ha dovuto rinunciare perché la casa editrice ha ceduto alle pressioni degli intellettuali che la considerano “troppo bianca” per tradurre un’autrice “nera”!

In ogni caso, è un po’ strano che quasi nessuno si sia accorto che la vicenda della correctness, legandosi in modo indissolubile al declino della civiltà occidentale, sia stata prevista con precisione anamnestica ben tre secoli fa da Giambattista Vico. Già nella seconda edizione del 1730 del suo capolavoro, la Scienza Nuova, il grande filosofo napoletano, critico del razionalismo cartesiano in nome di una ragione più concreta e impregnata, potremmo dire, di buon senso, parlava della “barbarie ritornata” che si ripresenta al culmine del processo di civilizzazione facendo decadere e morire una civiltà fino a quel momento fiorente. La nuova barbarie, l’”ultimo malore”, consiste, per Vico, nella perdita della misura, da una parte; e nel fatto che le questioni etiche e giuridiche prendono il sopravvento fra gli intellettuali su tutte le altre. Gli uomini, scrive Vico, “quando son guasti e corrotti, non parlano d’altro che d’onestà e giustizia”; e come non pensare all’attuale proliferare di commissioni e statuti etici, di etiche applicate, di corti internazionali di giustizia e “diritti umani” tanto predicati quanto poco praticati. Ma la cosa impressionante è che per Vico questa “barbarie” non era un semplice riproporsi della prima, quella delle epoche primitive: era diversa, e in un certo senso persino peggiore.

Il fatto era che si trattava, è questo il termine vichiano, della “barbarie della riflessione”; e a farsene promotrice era, in prima istanza, la “boria dei dotti”, cioè l’arroganza saccente degli intellò potremmo dire noi. In quest’ultima fase, gli uomini prendono congedo non solo dalla dimensione morale, ma anche da quella sensibile legata alla fantasia (che in Vico ha una importante funzione conoscitiva) e alla corporeità. E a questo punto viene quasi naturale pensare alla troppo osannata “transizione digitale” dei nostri giorni?

Solo lo stregone maledetto, i partiti tutti, l'incapace Meloni NON SI VOGLIONO accorgere che esiste lo Sputnik V un vaccino eccellente non preso in considerazione per SCELTA IDEOLOGICA. Ma l'EMERGENZA c'è o NON c'è?

11 Marzo 2021 15:25

Dopo lo Spallanzani anche l'Istituto tedesco Koch elogia lo Sputnik V


Il presidente della Commissione permanente sulla vaccinazione dell'Istituto tedesco Robert Koch (STIKO), Thomas Mertens, ha elogiato il vaccino russo contro il coronavirus Sputnik V.

Dopo l'isituto di eccellenza italiana, lo Spallanzani di Roma, arriva quello altrettanto importante dell'organismo di riferimento tedesco. "È un buon vaccino, che probabilmente sarà autorizzato ad un certo punto anche nell'UE", ha dichiarato Mertens in un'intervista al Rheinische Post, parlando più da scienziato che da politico. "I ricercatori russi hanno molta esperienza con i vaccini. Lo Sputnik V è progettato in modo intelligente", ha aggiunto.

La scorsa settimana è stato annunciato che l'Agenzia europea per i medicinali (EMA) avrebbe avviato la procedura di revisione continua del vaccino Sputnik V. Nell'ambito della procedura, il regolatore valuterà il farmaco per verificare che sia conforme agli standard di efficacia dell'UE, sicurezza e qualità.

Siccome l'Unione Europea è un'appendice della NATO e dal momento che sui vaccini l'Occidente vuole aprire un altro fronte di scontro con Russia e Cina, è molto probabile che saranno posti tanti ostacoli su Sputnik V.

La salute delle persone nell'Occidente liberista non viene prima di tutto altriemnti, in tutti questi anni, avrebbero tagliato miliardi di euro alal ricerca e alla sanità?

Segue l'elenco dei paesi e territori che hanno già autorizzato l'uso dello Sputnik V.

Da notare che tra tutti questi paesi che hannos celto Sputnik V, non ci sono solo stretti alleati della Russia.

Oltre alla Russia, i paesi che hannno scelto Sputnik V sono, finora: Bielorussia, Argentina, Bolivia, Serbia, Algeria, Palestina, Venezuela, Paraguay, Turkmenistan, Ungheria, Emirati Arabi Uniti, Iran, Repubblica di Guinea, Tunisia, Armenia, Messico, Nicaragua, Republika Srpska (entità della Bosnia ed Erzegovina), Libano, Myanmar, Pakistan, Mongolia, Bahrain, Montenegro, Saint Vincent e Grenadine, Kazakistan, Uzbekistan, Gabon, San Marino, Ghana, Siria, Kirghizistan, Guyana , Egitto, Honduras, Guatemala, Moldova, Slovacchia, Angola, Repubblica del Congo, Gibuti, Sri Lanka, Laos, Iraq, Macedonia del Nord, Kenya e Marocco.

E' giusto fissare sulla carta i pareri degli espertoni mentre si rifiuta per scelta ideologica di usare i vaccini russi e cinesi preferendo rinchiuderci in prigione nelle nostre case con un coprifuoco notturno di guerra. Menzogne e balle spaziali ci governano

SERVIZIO IL CASO

AstraZeneca, perché Danimarca, Norvegia e Islanda hanno sospeso il vaccino

Stop cautelare dopo alcuni coaguli di sangue. Indagini su tre vittime in Italia, ritirato un lotto. Draghi sente von der Leyen: «Nessun legame con la trombosi»

di Francesca Cerati
12 marzo 2021

Vaccino Covid, Danimarca sospende AstraZeneca. Aifa blocca lotto

La buona notizia dell’approvazione del vaccino monodose di Johnson & Johnson da parte dell’Ema, che amplia così il numero di dosi per la campagna vaccinale, è stata in parte offuscata dal temporaneo stop messo in atto dalla Danimarca (e poi anche da Islanda e Norvegia) del vaccino di AstraZeneca. Anche se la sospensione durerà solo 14 giorni ed è descritta come misura precauzionale, la notizia ha innescato un effetto domino anche in altri paesi. Italia compresa.

Le ragioni della scelta danese

La decisione presa dall’Autorità sanitaria danese «segue le notizie di gravi casi di formazione di coaguli di sangue, alla base di trombosi ed embolie, in persone vaccinate con il vaccino di AstraZeneca», ha spiegato in un comunicato l’Ente, aggiungendo comunque che «al momento non è stato determinato che ci sia un legame tra il vaccino e queste manifestazioni cliniche e ci sono buone prove che il vaccino sia sicuro ed efficace». In Danimarca, secondo i dati del Serum institut statale, hanno ricevuto una prima iniezione del vaccino AstraZeneca più di 142mila persone. Domenica scorsa anche l’Austria aveva sospeso la somministrazione di un lotto di vaccini AstraZeneca (il numero ABV5300) in seguito al decesso di una donna per trombosi multipla e il ricovero di un’altra per un’embolia polmonare dopo la somministrazione di due dosi del vaccino. In seguito a questi episodi anche Estonia, Lituania, Lussemburgo e Lettonia hanno sospeso in via precauzionale l’uso dei vaccini provenienti dallo stesso lotto, che conta un milione di dosi ed è stato distribuito in 17 Paesi.

L’Aifa sospende il lotto ABV2856

Anche se l’Italia non è fra questi, l’Aifa ha comunque deciso di sospendere in via precauzionale un altro lotto AstraZeneca, l’ABV2856, in merito alla «segnalazione di alcuni eventi avversi gravi, in concomitanza temporale con la somministrazione di dosi appartenenti a questo lotto, anche se al momento non è stato stabilito alcun nesso di causalità tra vaccino e tali eventi», precisa Aifa. In serata il dg Nicola Magrini ha precisato che i casi sono tre. Due inchieste sono state aperte dalle Procura di Siracusa e Catania, dopo le morti sospette di un poliziotto e di un militare subito dopo la somministrazione della prima dose del vaccino AstraZeneca, il cui lotto è stato sequestrato su decisione della magistratura.

La posizione di AstraZeneca

L’azienda che produce il vaccino sta «collaborando con le autorità sanitarie e regolatorie» e precisa che «da un'analisi dei nostri dati su oltre 10 milioni di somministrazioni non è emersa alcuna prova di un aumento del rischio di embolia polmonare o trombosi venosa profonda in qualsiasi gruppo di età, sesso, lotto o in qualsiasi paese in cui è stato utilizzato il vaccino AstraZeneca contro Covid-19. Il numero di questi eventi è significativamente inferiore nei soggetti vaccinati rispetto al numero osservato nella popolazione generale». Inoltre, precisa AstraZeneca, «dagli accertamenti di qualità internamente effettuati, non si sono evidenziati aspetti che possano avere avuto un impatto sulla qualità, sicurezza, efficacia del lotto in questione e di questo sono state prontamente informate le Autorità competenti».

Ema: non esiste correlazione

L’Ema ha affermato che non ci sono prove che colleghino AstraZeneca ai due casi austriaci, aggiungendo che in Europa il numero di persone che ha segnalato coaguli di sangue dopo l’iniezione non è stato superiore a quello della popolazione generale: 22 casi su 3 milioni (dato al 9 marzo). Comunque ha già avviato un’ulteriore review accelerata sul vaccino AstraZeneca. A ribadire che non ci sono evidenze di un nesso tra i casi di trombosi registrati in Europa e la somministrazione di questo vaccino sono stati anche il premier Mario Draghi e la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen, durante una conversazione telefonica, rende noto palazzo Chigi.

Bassetti: «Legame con la patologia difficile»

«Il fatto che ci siano queste segnalazioni, significa che la rete di farmacovigilanza funziona - commenta Matteo Bassetti, ordinario di Malattie infettive e primario al San Martino di Genova - e che gli enti regolatori intervengono immediatamente di fronte a un minimo sospetto. Si tratta di una misura precauzionale che è sempre avvenuta nella storia dei farmaci, ma oggi fa clamore perchè c’è un’attenzione mediatica su questi vaccini». E alla domanda se in linea teorica possa esserci davvero un legame tra vaccino e trombosi, Bassetti risponde: «È rara e difficile, anche perché non è un’endovenosa, ma di un’iniezione intramuscolare, quindi è un effetto obiettivamente molto remoto. Andrà verificato e capire se ci sono delle categorie per cui occorre una maggiore attenzione».

Galli: «Una bufala che pagheremo a caro prezzo»

Se invece dipendesse da un difetto nella qualità di un lotto, «è successo anche per i vaccini antinfluenzali che si ritirasse un lotto perché durante la produzione ci sono state alterazioni qualitative, ma visto l’impressionante controllo di qualità che c’è su questi prodotti lo escluderei», conclude l’infettivologo. Anche Massimo Galli, primario infettivologo del Sacco di Milano, tranquillizza ma aggiunge: «È una “bufala” che pagheremo a caro prezzo, perchè le persone non vorranno vaccinarsi». Infine, se si considerano i dati elaborati nel Regno Unito, dove sono state già vaccinate 23 milioni di persone (impiegando in misura analoga l’antidoto di AstraZeneca e quello di Pfizer), il vaccino AstraZeneca è risultato sicuro ed efficace.

il Presidente della Repubblica Miloš Zemanha ribadito che per salvare vite umane, data la gravità della situazione, è necessario ricorrere a tutti i vaccini disponibili, compresi quelli della Russia e della Cina, dai quali ha già avuto un riscontro positivo. Se la risposta all'EMERGENZA è usare i vaccini Russi e cinesi si è tacciati di essere filo russi o cinesi. L'ideologia che prevale sul comune buonsenso, d'altra parte lo vediamo anche in Italia con lo stregone maledetto che preferisce imprigionarci dentro casa

Intervento dell’Europa e degli Stati Uniti in Repubblica Ceca per evitare l’uso del vaccino Sputnik

11.03.2021 - Praga - Gerardo Femina

(Foto di Pressenza Cechia)

La Repubblica Ceca sta vivendo un momento molto difficile sia nel campo sanitario, che in quello economico e politico. Da diversi mesi si registrano quotidianamente 15.000 nuovi casi di contagio (in proporzione è come se in Italia fossero 90.000) e il numero di decessi è quasi 23.000, diventando il primo paese nel mondo colpito dalla pandemia rispetto al numero di abitanti. Il sistema sanitario è al collasso, non ci sono più posti negli ospedali ed è stato chiesto aiuto alla Germania, all’Austria e alla Polonia per poter trasportare i malati più gravi nei loro ospedali.

In questa situazione il Primo Ministro A. Babis ha prospettato la possibilità di usare il vaccino russo e anche quello cinese. Ha precisato che essendo la situazione di grave emergenza non sarà necessario aspettare l’approvazione dell’EMA – l’agenzia europea del farmaco – ma sarà sufficiente l’approvazione dell’agenzia nazionale (SUKL). L’EMA ha fatto sapere che si tratta di una decisione sbagliata non coerente con le regole della Comunità Europea. Gli Stati Uniti sono intervenuti immediatamente tramite il Ministro A. Blinken proponendo un aiuto per la pandemia. “Abbiamo parlato della collaborazione tra Europa e USA nella lotta alla pandemia”, ha dichiarato il Premier Babis. La cosa che ha lasciato perplessi molti osservatori è che il fulcro della discussione è stato, oltre il tema del G5, quello delle spese militari. Blinken ha infatti sottolineato l’importanza di aumentare le spese militari per raggiungere il 2% del PIL come previsto negli accordi NATO. Rimangono dubbi sul modo in cui il rispetto di questo accordo aiuti la lotta contro il covid.

Questa guerra fredda dei vaccini è ovviamente scoppiata anche all’interno del paese, diventando molto calda. La SUKL ha detto che non può approvare il vaccino senza prima l’autorizzazione del Ministro della Sanità, il quale, a sua volta, ha affermato che non è d’accordo con l’uso dei vaccini russo e cinese senza la previa approvazione dell’EMA. Le dichiarazioni della Commissione Europea non hanno aiutato a calmare gli animi. Ursula von der Leyen ha rassicurato il governo ceco sul deciso appoggio dell’Europa promettendo al più presto l’arrivo di 80.000 vaccini. E’ un numero cosi esiguo che in molti si sono chiesti se fosse uno scherzo, tenendo anche in conto che l’Europa ne ha esportato più di 35 milioni in paesi extra europei. Ha alimentato cosi il clima antieuropeista già largamente diffuso.

A questo punto è intervenuto il Presidente della Repubblica Miloš Zeman con una lettera pubblicata nella famosa rivista Parlamentni listy. In sintesi ha ribadito che per salvare vite umane, data la gravità della situazione, è necessario ricorrere a tutti i vaccini disponibili, compresi quelli della Russia e della Cina, dai quali ha già avuto un riscontro positivo. In una intervista successiva ha chiesto le dimissioni della direttrice della SUKL, del Ministro della Sanità ed anche di quello degli Esteri, in quanto ostacolano l’approvvigionamento dei vaccini. La discussione a questo punto è diventata molto accesa con toni molto degradatori nei confronti del Presidente, accusato di essere filo russo e filo cinese. Ma sono molti anche coloro che prendono le sue difese.

Con toni più pacati Karel Havlíček, Vice Presidente del Consiglio dei Ministri ha dichiarato che “sono opinioni del Presidente e che su queste cose il Presidente ha il diritto di esprimersi”. Ha aggiunto che la cosa più importante è uscire dalla situazione di crisi sanitaria. Alla gente non interessa se l’approvazione del vaccino arrivi dall’Europa o dall’Agenzia nazionale del farmaco. La gente vuole rassicurazioni circa l’efficacia e la sicurezza dei vaccini.

In una situazione che rasenta la paradossalità dei racconti di Kafka, una coalizione di partiti dell’opposizione chiede, nonostante il collasso del sistema sanitario, quando ci saranno aperture ed allentamenti nelle restrizioni anti covid.

La discussione è in pieno svolgimento e l’interferenza dell’Europa e degli Stati Uniti e anche della Russia, come sostengono alcuni giornalisti, senz’altro non aiuta al democratico dibattito interno dello Stato ceco.

Molte domande restano senza risposta e soprattutto questa: è possibile che in un momento cosi difficile, con tanto dolore e sofferenza provocato dalla pandemia, la discussione invece di ruotare sugli aspetti scientifici e medici si muova nell’ambito del profitto economico, delle speculazioni elettorali e delle manovre geopolitiche?

Energia pulita - Fare chiarezza sull'utilizzo più proficuo dell'idrogeno verde scartando ovviamente gli altri tipi

SCIENZA E RICERCA11 MARZO 2021
Idrogeno verde: una soluzione energetica sostenibile, ma attenzione al greenwashing


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La seconda delle sei missioni del Recovery Plan è dedicata a “Rivoluzione verde e Transizione Ecologica”. Questa missione è a sua volta suddivisa in 4 componenti, la seconda delle quali è “Energia rinnovabile, idrogeno e mobilità sostenibile”. A questa componente sono dedicati circa 18 miliardi di euro dei circa 222 del Recovery Plan e 2 miliardi sono allocati specificamente all’idrogeno.

L’idrogeno non è esattamente una fonte di energia, bensì quello che viene chiamato un vettore energetico, cioè un mezzo che consente l’immagazzinamento dell’energia che può poi venire erogata in altre forme, come l’elettricità o la combustione. L’idrogeno in forma di molecola (H2) è però piuttosto raro sul nostro pianeta e quindi va prodotto, a partire dall’acqua con gli elettrolizzatori (che scindono tramite elettrolisi la molecola d’acqua H2O) o a partire da gas o addirittura petrolio. A certe condizioni che dipendono dal modo in cui viene prodotto, l’idrogeno può rappresentare una soluzione energetica sostenibile e può andare ad affiancare o a sostituire fonti energetiche che hanno un maggiore impatto sull’ambiente.

A novembre 2020 il ministero dello sviluppo economico ha pubblicato le linee guida preliminari della Strategia Nazionale Idrogeno, in cui vengono sintetizzati gli obiettivi, e le mosse per raggiungerli, a cui mira questa soluzione energetica nel percorso di decarbonizzazione concordato con l’Europa. Il Recovery Plan o Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha assorbito i contenuti di questo documento e di altri, come il Piano Nazionale di Intesa per l’Energia e il Clima (PNIEC) che a gennaio 2020 è stato trasmesso a Bruxelles.

Gli obiettivi programmatici sono quelli di ottenere il 2% circa della penetrazione dell’idrogeno nella domanda energetica entro il 2030, fino a 5 GigaWatt per una riduzione delle emissioni di 8 Mton di CO2 equivalente, e di far salire questa percentuale al 13 – 14% entro il 2050, arrivando fino al 20%

Sono previsti investimenti fino a 10 miliardi di euro nella filiera dell’idrogeno, tra produzione (5 – 7 miliardi), strutture di distribuzione e consumo (stazioni di rifornimento e mezzi, 2 – 3 miliardi) e ricerca e sviluppo di tecnologie (1 miliardo circa). Un tale contributo potrebbe portare alla creazione di 200.000 posti di lavoro temporanei e 10.000 fissi, per un apporto di 27 miliardi di euro al Pil nazionale.

Fonte: MISE, Strategia Nazionale Idrogeno, Linee Guida Preliminari, novembre 2020

Con Nicola Armaroli, direttore di ricerca dell’Istituto ISOF (Istituto per la Sintesi Organica e Fotoreattività) del CNR di Bologna e direttore della rivista SapereScienza, abbiamo provato a capire come l’idrogeno possa andare ad inserirsi nel paniere energetico attuale, in quali settori possa dare un contributo decisivo e quali suoi utilizzi sarebbe invece bene evitare.

L’idrogeno è una soluzione promettente per i trasporti pesanti come camion a lungo raggio, treni passeggeri e navi, dove assieme ai biocarburanti potrebbe andare a sostituire progressivamente il diesel. È promettente anche per alcuni settori dell’industria pesante come la siderurgia e il petrolchimico, dove andrebbe a sostituire il carbone attualmente utilizzato. Si tratta dei settori cosiddetti hard-to-abate, ovvero caratterizzati da un’alta intensità energetica e dalla mancanza di soluzioni scalabili di elettrificazione.

Meno promettente invece è l’idrogeno per i trasporti leggeri, dall’automobile in giù fino alla bicicletta, in quanto l’elettrico si sta dimostrando, tra quelle green, la soluzione di gran lunga più competitiva e difficilmente sostituibile. Allo stesso modo non sembrerebbe vantaggioso in termini di impatto ambientale pensare a un utilizzo dell’idrogeno per il riscaldamento degli edifici, nonostante si stia discutendo di un utilizzo della rete del gas come infrastruttura in cui miscelare una percentuale di idrogeno.

Tuttavia il punto chiave è che esistono diversi tipi di idrogeno: verde, prodotto da energie rinnovabili come l’elettricità ottenuta dal fotovoltaico; blu, prodotto partendo dal metano e intrappolando la CO2 di scarto nel sottosuolo; grigio, ottenuto dal petrolio, dal gas naturale o dal carbone senza che la CO2 di scarto venga intrappolata; viola, se ottenuto utilizzando energia nucleare. Di tutte queste tipologie solo alcune sono veramente sostenibili in termini di emissioni di gas climalteranti e impatto ambientale. Altre vengono solo fatte passare per soluzioni green.

Intervista sull'idrogeno a Nicola Armaroli, direttore di ricerca dell'Istituto ISOF del CNR di Bologna. Montaggio di Elisa Speronello

“C’è un convitato di pietra che campeggia sulla discussione sull’idrogeno, che è il cosiddetto idrogeno blu” sostiene Armaroli. “Vuol dire partire dal metano, e la CO2 che si ottiene viene stoccata nel sottosuolo. Questa è la prospettiva che le grandi aziende energetiche europee e mondiali propongono dicendo che si può fare. In realtà noi siamo indietrissimo con lo stoccaggio della CO2 e tutti i progetti di stoccaggio della CO2 di grandi dimensioni nel mondo sono andati incontro nelle ultime settimane, uno in Texas e uno in Australia, a grandissimi fallimenti. Quindi la prospettiva dell'idrogeno blu non c'è al momento, non ci sarà per lunghissimo tempo e forse non ci sarà mai. L'unica strada è l'idrogeno verde da fonti rinnovabili”.

Secondo Armaroli l’utilizzo più proficuo che si può fare dell’idrogeno vede un sodalizio tra quest’ultimo ed elettricità prodotta da fonti rinnovabili. Ma “per produrre idrogeno verde in quantità significativa dovremmo avere un enorme surplus di elettricità rinnovabile che al momento non abbiamo” sottolinea. “Se vogliamo arrivare all'idrogeno nel trasporto pesante ad esempio dobbiamo incrementare enormemente la produzione dell’elettricità rinnovabile, in particolare il fotovoltaico che si presta perfettamente, perché nei picchi giornalieri produco idrogeno, poi lo tengo lì nei grandi centri di produzione e magari la sera quando tornano gli autobus li riempio. Lo stesso vale per l’industria pesante. In Italia le fonti rinnovabili coprono già quasi il 40% della domanda elettrica, ma dovremmo quintuplicarla per fare in modo di avere un eccesso di energia elettrica con cui produrre l’idrogeno di cui abbiamo bisogno e che sarebbe sicuramente una buona prospettiva”.

Nonostante le tecnologie per spingere sull’elettrificazione ci siano, le grandi aziende energetiche dispongono di una quantità di gas naturale e metano a cui non sono disposte a rinunciare facilmente. Pertanto spingono in direzione dell’idrogeno blu, ottenuto dal metano, che in realtà potrebbe essere, secondo Armaroli, idrogeno grigio, perché sono ancora molto limitate le capacità di sequestrate e mettere nel sottosuolo l’anidride carbonica. “C'è una grande spinta da parte delle aziende private – ma è normale, è un lobbysmo normale, io non mi scandalizzo di questo – per fare in modo di continuare a utilizzare metano, consapevoli che non potranno bruciarlo in eterno. Tentano allora di usarlo in un altro modo, e a rivenderlo dandogli una patina verde come materia prima per produrre idrogeno. Ecco secondo me questa è una classica operazione di greenwashing, perché non possiamo pensare di risolvere i problemi che abbiamo creato con le strategie che abbiamo utilizzato finora per creare questi problemi stessi: il metano è una componente del problema che abbiamo adesso, non possiamo continuare a usare metano, bisogna cambiare radicalmente”.

Armaroli ha le idee chiare a riguardo: “Il punto è uno solo: buona parte degli idrocarburi che noi sappiamo già esserci, trovati da qualche parte, devono rimanere dove sono, non devono venire estratti. Bisogna completamente cambiare logica. Vogliamo produrre idrogeno? Dobbiamo farlo unicamente con fonti rinnovabili altrimenti noi non ne usciamo. Abbiamo fretta, abbiamo clamorosamente fretta. Come sottotitolo del mio libro “Emergenza energia” che ho scritto l’anno scorso, ho messo “non abbiamo più tempo”. Dobbiamo fare le cose che sappiamo fare: gli elettrolizzatori sono già a buon punto, andiamo avanti lì. L’elettrificazione la sappiamo fare, andiamo avanti lì. L'efficientamento lo sappiamo fare, andiamo avanti lì”.
Nicola Armaroli, Emergenza energia - non abbiamo più tempo, edizioni Dedalo, 2020

Di seguito proponiamo la trascrizione dell’intervista completa a Nicola Armaroli.

Professor Armaroli, partirei dalle basi: che cos’è l’idrogeno, inteso non come elemento della tavola periodica ma come soluzione energetica? Che caratteristiche ha, come si produce, quali e quante tipologie di idrogeno ci sono e che impatto ambientale hanno?

L’idrogeno di cui si parla quando si parla di energia è l'idrogeno molecolare, la molecola H2. L'idrogeno è l'elemento più abbondante nell'universo però nella sua forma molecolare almeno in questo angolo di universo che si chiama Terra praticamente non esiste. Di idrogeno ce n’è ovunque, attaccato gli idrocarburi, nel nostro corpo, nella materia organica, ma è un elemento molto socievole e tende ad attaccarsi ad altri atomi, al carbonio, all'ossigeno, all’azoto.

Quello che ci serve però è l’idrogeno molecolare, che però non c’è e quindi deve essere fatto. Pertanto l'idrogeno non è una fonte di energia ma è un cosiddetto vettore energetico, cioè qualcosa che io posso fare per immagazzinare l'energia e trasformarla da una forma all'altra. Per esempio se ho degli eccessi e di energia rinnovabile posso pensare di usare questa energia per produrre l'idrogeno scindendo l'acqua, H2O, da cui estraggo l’idrogeno (il processo si chiama elettrolisi, ndr), mentre l’ossigeno lo posso rilasciare in atmosfera o comunque riutilizzare.

Il fatto è che oggi l'idrogeno per lo più non lo facciamo così, purtroppo lo estraiamo tipicamente da un'altra molecola, il CH4, cioè il metano, e così si produce CO2 che viene rilasciata in atmosfera. Più del 95% dell’idrogeno prodotto attualmente viene prodotto in questo modo: principalmente dal metano, ma anche talvolta dal petrolio o dal carbone, con l'utilizzo del vapore acqueo e dei catalizzatori. Processi di questo tipo hanno un enorme impatto sull'ambiente.

Ad esempio la produzione di ammoniaca, una molecola fondamentale per produrre fertilizzanti quindi per farci mangiare tutti quanti, richiede la produzione di idrogeno, che poi viene mescolato all'azoto dell’aria ottenendo ammoniaca. Anche in questo caso la produzione di idrogeno è ottenuta partendo dagli idrocarburi e quindi rilasciando emissioni.

Quindi questa non è la strada, perché noi abbiamo il grande problema che produciamo troppa CO2 e stiamo mandando in pallino la termoregolazione del pianeta. Bisogna cambiare strada. L’idrogeno di cui ho parlato finora, quello ottenuto da metano, viene tipicamente chiamato idrogeno grigio. Poi ci sono altri colori, quello da carbone viene chiamato idrogeno marrone, colori i brutti, che richiamano diciamo non la primavera, come invece l’idrogeno verde, cioè prodotto da fonti rinnovabili e in particolare da elettricità rinnovabile. Per produrre idrogeno verde si utilizzano degli elettrolizzatori, cioè le macchine che prendono energia elettrica prodotta da fotovoltaico, eolico, geotermico, idroelettrico e producono idrogeno dall'acqua, tramite elettrolisi. Non c’è carbonio di mezzo e quindi non c'è produzione di gas climalteranti. Questa è la direzione verso cui andare.

Poi c'è anche l'idrogeno viola che è quello ottenuto con l’energia nucleare: è prodotto sempre a partire dall’acqua solo che l’elettricità utilizzata dagli elettrolizzatori viene da centrali nucleari.

Infine c'è una soluzione ibrida, il convitato di pietra che campeggia sulla discussione sull’idrogeno, che è l’idrogeno cosiddetto blu. Vuol dire utilizzare il metano, quindi non acqua, e la CO2 che si ottiene viene stoccata nel sottosuolo.

Questa è la prospettiva che le grandi aziende energetiche europee e mondiali propongono dicendo che si può fare. In realtà noi siamo indietrissimo con lo stoccaggio della CO2 e tutti i progetti di stoccaggio della CO2 di grandi dimensioni nel mondo sono andati incontro nelle ultime settimane, uno in Texas e uno in Australia, a grandissimi fallimenti.

Quindi la prospettiva dell'idrogeno blu non c'è al momento, non ci sarà per lunghissimo tempo e forse non ci sarà mai. L'unica strada è l'idrogeno verde da fonti rinnovabili.

Dopo questa tassonomia dell’idrogeno, molto colorata, le chiederei per quali impieghi è pensato l’idrogeno?

L’idrogeno ha tre potenziali impieghi. Il primo, che è il più banale di tutti e che io scarterei a priori, è quello della combustione: noi possiamo bruciare idrogeno esattamente come facciamo col metano. Siccome il metano ce lo troviamo già bello e pronto nel sottosuolo mentre l'idrogeno ce lo dobbiamo fare, utilizzare l'idrogeno per bruciarlo sarebbe una follia dato che viene prodotto con tutta questa fatica e processi di inefficienza intrinseci. La cosa che noi dobbiamo mettere in cima ai piani del Green Deal dell’Unione Europea è smettere di bruciare il più possibile: dobbiamo uscire dalla logica delle combustioni, perché i motori a combustione sono i più inefficienti di tutti. Per fare l’esempio classico di un'automobile, su 100 unità di energia che entrano nel serbatoio 80 mediamente vengono sprecate in calore perché abbiamo un motore inefficiente. Mentre con l’elettrico la situazione è ribaltata: su 100 unità di energia in una batteria, 80 unità di energia vanno alle ruote, solo 20 vengono sprecate complessivamente nel ciclo.

Il secondo possibile impiego è quello di fare elettricità, cioè noi produciamo elettricità da fonti rinnovabili, con questa produciamo idrogeno dall’acqua e l’idrogeno e lo andiamo a mettere ad esempio in una cella a combustibile. Le celle a combustibile sono quei dispositivi che stanno nelle autovetture a idrogeno, poco diffuse, che convertono idrogeno in elettricità, cioè scindono l'idrogeno nel protone (lo ione H+) e nell’elettrone. Quest’ultimo circola esternamente nel circuito esterno e va ad alimentare il dispositivo, che sia automobile o un telefono, mentre il protone va a combinarsi con l’ossigeno e genera acqua. Le fuel cells hanno un’ottima efficienza quindi questa è una soluzione desiderabile.

Poi c’è la terza che sarebbe molto importante, anzi importantissima in prospettiva, che è quella di utilizzare l’idrogeno nell’industria pesante, ad esempio nelle acciaierie che utilizzano attualmente carbone per scindere in qualche modo il ferro dall'ossigeno: bisogna fare la riduzione del ferro, si dice così. Adesso utilizziamo carbone del per ridurre gli ossidi di ferro, ma un domani potremmo utilizzare idrogeno per fare esattamente la stessa cosa dal punto di vista chimico. È possibile dunque un utilizzo massiccio dell’idrogeno verde nell’industria pesante per decarbonizzarla.

Mi soffermerei sui motori a celle a combustibile, che hanno un’applicazione nei trasporti. L’idrogeno in che modo potrebbe inserirsi come carburante nel settore dei trasporti?

Sicuramente non per il trasporto leggero, intendo automobili, moto e biciclette, perché in quel settore c'è già un concorrente formidabile che è la mobilità elettrica. Non è assolutamente pensabile che l’idrogeno possa competere dalle auto in giù verso il monopattino con con l'elettrico. Le ragioni sono molteplici. La prima è che l'elettricità ha già una rete di distribuzione presente ovunque. Possiamo caricare un automobile in garage. La rete di distribuzione dell’idrogeno non esiste. Un altro motivo è l’efficienza. Se io prendo 100 unità di elettricità rinnovabile e devo far funzionare un auto elettrica nei vari passaggi io ho un po' di perdite però di 100 unità di energia elettrica prodotta dal pannello fotovoltaico alla fine 77 di queste unità arrivano a muovermi le ruote di un’auto elettrica. Se faccio la stessa operazione con un auto a idrogeno, supponiamo di avere pannello fotovoltaico, elettrolizzatore che me lo produce dopodiché idrogeno va nell'auto dove deve essere compresso a 700 atmosfere, va nella cella combustibile e finalmente produce elettricità che va a muovere le ruote, in quel caso dalle 100 unità iniziali me ne arrivano 30, meno della metà di quelle della batteria. È assolutamente impensabile e irrazionale pensare di utilizzare l’idrogeno per la mobilità leggera.

Quando però passiamo al trasporto pesante la situazione cambia radicalmente. L’idrogeno può essere una prospettiva. Per trasporto pesante intendo camion, autobus, navi perché posso pensare di produrlo in grandi centri localizzati come porti, grandi parcheggi di autobus, In modo tale da produrlo lì con a fonti rinnovabili e distribuirlo lì senza bisogno di rete di distribuzione. La cosa importante in questo settore è che gli autobus, i camion, le navi fanno percorsi definiti tipicamente mentre io con l'auto onestamente non so dove andrò fra qualche giorno, probabilmente da nessuna parte perché sono in zona rossa da domani.

Facendo grandi centri produzione, evitando la rete distribuzione per far arrivare l’idrogeno in casa di tutti che è costosissimo, posso pensare di utilizzarlo. Le prospettive che io vedo sul trasporto pesante a lungo termine non domattina possono essere interessanti. Fermo restando che per produrre idrogeno in quantità significativa dovremmo avere un enorme surplus di elettricità rinnovabile che al momento non abbiamo. di un momento non abbiamo. Quindi se vogliamo arrivare all'idrogeno nel trasporto pesante dobbiamo incrementare enormemente la produzione dell’elettricità rinnovabile, in particolare il fotovoltaico che si presta perfettamente perché nei picchi giornalieri produco idrogeno poi lo tengo lì nei grandi centri di produzione e magari la sera quando tornano gli autobus li riempio.

Lo stesso vale per l’industria pesante. In Italia le fonti rinnovabili coprono già quasi il 40% della domanda elettrica, ma dovremmo quintuplicarla per fare in modo di avere un eccesso di energia elettrica con cui produci l’idrogeno di cui abbiamo bisogno e che sarebbe sicuramente una buona prospettiva.

Un aspetto critico che ha evidenziato riguarda la rete di distribuzione dell’idrogeno. Come si pensa verrà strutturata la filiera dell’idrogeno, dalla produzione allo stoccaggio, passando per il trasporto e dunque per la rete di distribuzione?

Attualmente la filiera dell’idrogeno è molto semplice: quasi tutto l’idrogeno prodotto nel mondo viene utilizzato in loco, proprio perché il trasporto dell'idrogeno è un problema. Dove sta il problema? L’idrogeno è la molecola più piccola dell'universo, ha una capacità molto spiccata di andarsi a intrufolare negli interstizi delle strutture metalliche delle condotte attraverso i quali passa. Il materiale con cui si devono fare questi condotti è un acciaio molto particolare. Il costo di quest’acciaio con gli standard di sicurezza e di produzione attuale sarebbe assolutamente proibitivo. Se noi dovessimo pensare di fare una rete dell'idrogeno distribuita quanto la rete del metano, che va dai giacimenti in Siberia o in Algeria a casa nostra, avremo un costo ripeto proibitivo.

Sento dire in giro che per il trasporto dell’idrogeno si pensa a utilizzare la rete esistente del gas. Qui bisogna essere molto chiari e onesti. Finché io penso di utilizzare un mix del 10%-20% può darsi che i metanodotti più nuovi e più controllati possano reggere. Però in questa operazione l’idrogeno lo userei per bruciarlo, che è la cosa più stupida, l'ho già detto prima: non posso fare tutta questa fatica per andare a bruciare l’idrogeno. il futuro del riscaldamento non sono le caldaie che bruciano metano o idrogeno, sono le pompe di calore elettriche, l’elettrificazione del riscaldamento, ed è questo che dobbiamo fare in ottica Recovery Plan, ed è questo che la classe politica si deve mettere in testa. Basta metano, è una strada senza fine, nel senso che non ci porta da nessuna parte. Anche perché il metano ha questo problema ignorato largamente che nel suo cammino dalla Siberia a casa nostra ha varie fasi di perdita e queste perdite non sono minimamente considerate. Sono stati fatti recentemente degli studi negli Stati Uniti, in alcune città Boston, dove si vede che le perdite della rete del gas sono molto più elevate di quello che si pensava. E il problema è che il metano è un gas serra decine di volte più climalterante della CO2 e quindi alla fine il guadagno che io ho a bruciare metano al posto del carbone me lo gioco completamente nel metano che perdo in atmosfera e va a creare effetto serra da solo, di per sé, incombusto.

Quando puoi sento dire che arriveremo a mescolare idrogeno al 50% con il gas, questa è una cosa che non si può ascoltare. Addirittura qualcuno dice utilizzare i metanodotti ad esempio il Transmed che è stato posato 45 anni fa e pensare di utilizzare 100% idrogeno con un’infrastruttura vecchia di decenni è una cosa che francamente non si può ascoltare. Vuol dire non conoscere o far finta di non conoscere gli standard di sicurezza delle condotte. Il problema è che nessuno vuole pagare e allora ci raccontiamo che possiamo usare una rete esistente. Questa è una prospettiva che non ci porta da nessuna parte.

Chi sta investendo sull’idrogeno?

Ci sono delle coalizioni, chiamiamole così, di idrogeno che coinvolgono grandi aziende di produzione e distribuzione europea. C’è n’è una di cui fa parte anche la Snam che ha prodotto anche dei report per l'Unione Europea, perché è importante che il cittadino sappia che il rapporto che parla delle prospettive dell’idrogeno in Europa è stato prodotto da aziende di consulenza private, una delle quali è diretta emanazione di Engie, la più grande azienda energetica francese. Questi report della Commissione Europea non è che sono asettici, la Commissione Europea chiama degli esperti, capita anche a me, in questo caso il report è stato fatto da aziende private. Quindi c'è una grande spinta da parte delle aziende private, ma è normale, è un lobbysmo normale, io non mi scandalizzo di questo, per fare in modo di continuare a utilizzare metano consapevoli che non potranno bruciarlo in eterno tentano di usarlo in un altro modo, ovvero rivenderlo dandogli una patina verde come materia prima per produrre idrogeno. Ecco secondo me questa è una classica operazione di greenwashing, perché non possiamo pensare di risolvere i problemi che abbiamo creato con le strategie che abbiamo utilizzato finora per creare questi problemi stessi: il metano è una componente del problema che abbiamo adesso, non possiamo continuare a usare metano, bisogna cambiare radicalmente. A un certo punto quando i problemi diventano insormontabili bisogna cambiare radicalmente logica. È difficile, è costoso, è uno sfinimento, ma bisogna farlo. Non fossilizziamoci sull’idrogeno blu perché tecnicamente non si può fare.

Tipicamente quello che si fa oggi, che è una follia, è di utilizzare la CO2 per fare il cosiddetto recupero secondario del petrolio. La CO2 va nel sottosuolo, dove ho un gas che non mi serve niente, lo nascondo sotto il tappeto. È chiaro che dal punto di vista del business questa cosa non può stare in piedi, lo capisce anche un bambino di 5 anni. Allora le aziende, con i pochi impianti che ci sono, lo spingono nel sottosuolo dentro delle rocce porose che ospitavano inizialmente petrolio o gas per far uscire più petrolio e gas: si chiama inhanced recovery degli idrocarburi. Ecco io faccio tutta questa fatica, mi costa energia, attenzione, mettere CO2 nel sottosuolo a 2500 metri di profondità come fanno a Gorgon in Australia nell'impianto che è stato chiuso 3 settimane fa.

Quindi io faccio tutta questa operazione per andare a tirar fuori del petrolio e del gas per bruciarli e produrre altra CO2, è una follia. Poi ci sono altri problemi nel mettere la CO2 nel sottosuolo: nessuno può garantire la tenuta del tappo geologico, se me ne esce anche l’1% all’anno in 100 ani l’ho rimessa tutta in atmosfera. Il problema della CO2 è già su scala secolare, prima che il ciclo del carbonio se la mangi passeranno secoli e secoli.

Inoltre quando si va a iniettare CO2 nel sottosuolo è in forma fluida supercritica e quindi ha le caratteristiche per andare, semplifico, a lubrificare delle faglie. Bisogna fare attente considerazioni dal punto di vista sismico. E quando mi vengono a parlare di iniettare la CO2 nel sottosuolo dell'Emilia-Romagna e dell'Adriatico che sono zone notoriamente sismiche mi si gela il sangue.

Il punto è uno solo ed è stato detto e ridetto. Buona parte degli idrocarburi che noi sappiamo già esserci, trovati da qualche parte, devono rimanere dove sono. È inutile spendere energie mentali economiche, e energia vera e propria, per continuare a incaponirci sulla CO2. Bisogna completamente cambiare logica. Vogliamo produrre idrogeno? Dobbiamo farlo unicamente con fonti rinnovabili altrimenti noi non ne usciamo mai da questo problema.

La soluzione che lei caldeggia è l’idrogeno verde, ottenuto con elettrolizzatori a partire dall’acqua. A che punto è la ricerca e lo sviluppo degli elettrolizzatori?

Noi eravamo coinvolti come gruppo di ricerca in un consorzio che c'è ancora e che si chiamava Sunrise e adesso si chiama Sunergy, dove c’erano tante aziende tra cui ad esempio la Siemens. La tecnologia è già abbastanza avanzata. Uno dei problemi della tecnologia è che l’elettrolizzatore non ama molto il fatto dell'intermittenza, uno dei fattori da considerare quello. Però certamente la tecnologia degli elettrolizzatori è enormemente più avanti della tecnologia che non porta nessuna parte del sequestro di CO2. Sicuramente entro i prossimi 10 anni possiamo avere un dispiegamento di elettrolizzatori molto interessante in Europa anche e soprattutto di produzione europea perché l’Europa è molto avanti con questa tecnologia, in modo tale che si riesca a gestire la produzione intermittente e si riesce a gestire in grandi centri produttivi l’idrogeno e fare idrogeno verde. Questa è un'ottima soluzione.

Aggiungo una cosa importante: abbiamo poco tempo per agire. L'Unione Europea dice che al 2030 vuole abbattere le emissioni del 55% rispetto al 1990, cioè nei prossimi 10 anni dovremo fare meglio, per abbattimento di CO2, di quanto non abbiamo fatto negli ultimi 30 anni. E nel 2050 la neutralità climatica. Abbiamo fretta, abbiamo clamorosamente fretta. Come sottotitolo del mio libro “Emergenza energia” che ho scritto l’anno scorso, ho messo “non abbiamo più tempo”. Dobbiamo fare le cose che sappiamo fare: gli elettrolizzatori sono già a buon punto, andiamo avanti lì. L’elettrificazione la sappiamo fare, andiamo avanti lì. L'efficientamento lo sappiamo fare, andiamo avanti lì. Facciamo in fretta e tantissimo le cose che sappiamo fare e finanziamo la ricerca su quelle che non sappiamo ancora fare, ad esempio le varie tecnologie di sequestro della CO2 ce ne sono di più intelligenti rispetto a iniettare la CO2 nel sottosuolo.