L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 gennaio 2022

Arrivano i missili russi a Cuba e gli Stati Uniti sono obbligati a comportarsi da uomini e non bambini capricciosi a cui tutto gli è dovuto. Forse gli statunitensi cominciano a capire cosa intendevano i russi quando dicevano che avrebbero dato una risposta "tecnico-militare"


14 GENNAIO 2022

Sergei Ryabkov non è un uomo che parla a sproposito. Specie in un momento in cui le tensioni tra Russia e Occidente hanno raggiunto il livello di guardia e qualcuno parla di tensione che non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda. L’uomo scelto da Sergei Lavrov e Vladimir Putin per trattare con gli Stati Uniti è un diplomatico di lungo corso, che vanta un passato da consigliere dell’ambasciata russa a Washington e un’esperienza da capo delegazione negli accordi per il programma nucleare iraniano. Anche quella una fase estremamente delicata in cui Lavrov, allora già ministro, volle comunque il suo uomo più “americano” a condurre le trattative. Un uomo complesso, dalle mille sfaccettature. Non un rigido burocrate dello Stato profondo russo, ma un elemento che si inizia a interfacciarsi anche con i media. Qualcuno vocifera che potrebbe essere il prossimo ministro degli Esteri quando terminerà il lungo regno dell’eterno Sergei. Ma “Poker Face”, come qualcuno lo chiama dopo che ha citato la canzone della star americana Lady Gaga in un’intervista, per ora glissa.

Rybakov però nel frattempo invia messaggi. E li invia soprattutto in direzione di Washington. Come il giocatore di poker della canzone, il cui volto, o meglio, “la faccia di pietra in cui non si muove neanche un muscolo quando un rivale all’altro capo del tavolo da poker fa una mossa” come ha detto Ryabkov, manda segnali. E sono avvertimenti da tenere bene in considerazione perché ci svelano alcuni particolari di come potrebbe giocare il Cremlino in questa lunga fase di trattative con la Casa Bianca.

Il capo negoziatore russo ha deciso di puntare in alto, andando direttamente al cuore del “cortile di casa” di Washington. Se le trattative non dovessero decollare, ha spiegato Ryabkov, e in base alle “azioni che intraprenderà la nostra controparte statunitense”, Vladimir Putin sarebbe pronto a decidere “misure tecnico-militari” che potrebbero coinvolgere Cuba e il Venezuela. “Dipende dai passi della nostra controparte americana -ha detto. Il presidente russo si è espresso su questo argomento più di una volta, quando ha menzionato misure che potrebbero essere adottate, ad esempio, a livello della Marina, in caso di aperte provocazioni o di ulteriore aumento della pressione militare su di noi”. “Non vogliamo questo, siamo alla ricerca di compromessi”, ha aggiunto Rybakov, ma anche ammesso di non poter smentire alcun tipo di iniziativa in questo senso.

Per gli Stati Uniti si tratta di un avvertimento particolarmente importante. Il ritorno dello spettro della Guerra Fredda in America centrale e in Sud America è un incubo che riaffiora nella memoria di Washington. Intere generazioni di cittadini americani hanno vissuto per diversi anni con il terrore dei missili sovietici a Cuba e con l’idea di una guerra nucleare che avrebbe colpito direttamente le coste nordamericane. La crisi dei missili è un episodio che ha segnato la storia recente degli Stati Uniti e che ritorna ciclicamente nei dibattiti politici quando si tratta di nuove e vecchie potenze avversarie che provano a insidiare quello che la dottrina Monroe considera il “cortile di casa” degli Stati Uniti, cioè l’intero continente americano. E ora le parole di Ryabkov entrano come una lama in quella società statunitense che sembrava disabituata all’idea di un conflitto freddo ma di ampio respiro con una potenza vera e non con un nemico fatto di organizzazioni criminali e terroristiche.

L’ipotesi può essere considerata anche solo un gesto per riaffermare che il Cremlino ha le armi necessarie per mettere sotto pressione la Casa Bianca in diversi angoli del pianeta. E quindi di non considerare l’Europa orientale come l’unico palcoscenico in cui recitare il copione dello scontro tra superpotenze. Tuttavia non va sottovalutata la rete di alleanze e di partnership che nel tempo la Russia ha mantenuto in America Latina. A Cuba, i russi non hanno mai rinnegato l’alleanza con l’establishment politico e militare. E per quanto riguarda il Venezuela, sono diversi gli episodi in cui è addirittura parlato di un presunto coinvolgimento dei contractor della Wagner al fianco di Nicolas Maduro, specialmente nel momento in cui sembrava dovesse deflagrare in maniera irreversibile una guerra civile. I porti venezuelani, del resto, sono stati raggiunti nel corso di questi ultimi anni anche dalle navi cisterna iraniane: motivo per cui non sembra affatto difficile che la flotta russa si attivi per fare una visita agli scali chavisti. Stesso discorso va fatto per L’Avana, dove più volte le navi della Marina di Mosca hanno fatto capolino nei porti cubani. E non va dimenticato nemmeno il ruolo del Nicaragua, Paese che è da tempo inserito all’interno della sfida tra Mosca e Washington e in cui adesso opera anche Pechino. L’avvertimento di Ryabkov, insomma, può essere semplicemente un bluff da “Poker Face”: ma può anche essere decisamente più concreto di quello che si immagina.

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